I Sigur Ros sono in declino o si evolvono? Il loro ultimo disco si chiama in maniera impossibile (aspettate che lo trovo da qualche parte e ve lo incollo)..."Með suð í eyrum við spilum endalaust", non so se mi spiego. A me è piaciuto, e anche un certo alleggerimento qua e là in favore di temi più cantabili del solito, con molte parti acustiche, non mi disturba affatto: non ci ho visto comunque nessun presagio di fine imminente come molti dicono. Trovo anzi che sul versante melodico, mai banale però, si esaltano le doti espressive di questa band islandese, in particolare del cantante Jónsi, con la sua voce in falsetto così suggestiva.
C'è gente che passa il tempo libero a preannunciare il crollo di questo o quel personaggio: è una sorta di piacere sadico che non condivido e non mi diverte. A me, anzi, fa piacere se un artista continua a creare musiche di buon livello, anche se spostando poco a poco i suoi confini un po' più in là: direi che è preferibile a chi si limita a replicare all'infinito la prima formula vincente. Quello, ecco, mi sa di un'operazione furba e molto poco ispirata. Volete i nomi? Tirate nel mucchio e farete quasi sicuramente centro. Ci sono musicisti con i capelli bianchi che suonano come a vent'anni: a me non sembra proprio un segno di vitalità, poi fate voi.
Al contrario per molti un artista è tale solo se rifà continuamente se stesso, come se il tempo non esistesse. Mi pare una pretesa singolare: il tempo passa per tutti, e anche a un musicista rock conviene prenderne atto prima che il ridicolo lo sommerga. Non dico farsi da parte, ma suonare e cantare in linea con la propria esperienza, e quello che si è, mi pare sacrosanto. E' come quando ai concerti si pretende che un cantante ricanti i suoi vecchi cavalli di battaglia in maniera assolutamente identica al disco originale. Ma se il disco ce l'hai a casa e lo sai a memoria, dico io, perché spendi un mucchio di soldi per risentire dal vivo la stessa canzone suonata come in play-back? Il bello della musica dal vivo, invece, è appunto vedere come un musicista ripropone il suo repertorio dopo tanti anni, con la spontaneità e l'adrenalina che si ha sul palco.
Tornando a bomba, il disco dei Sigur Ros ve lo consiglio. Se volete leggere la mia rece su "AltreMuse" la trovate qui: http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni
categoria:musica, riflessioni, dischi, sigur ros











Riascoltare però un disco come "Zeit" dei Tangerine Dream ha sempre un suo fascino particolare. Qualcuno ha scritto che dischi del genere non appartengono a questo mondo: espressione enfatica per sottolineare appunto la dimensione cosmica, spaziale di questa musica. I Tangerine Dream, formati a Berlino nel 1967, appartengono all'elite del movimento tedesco per antonomasia: fu pensando a loro, e ad altri artisti come i Mythos, gli Ash Ra Tempel, Klaus Schulze e i primi Popol Vuh, che venne coniata la definizione suggestiva di "corrieri cosmici". Il trio costituito da Froese, Baumann e Franke si stabilizza proprio con "Zeit", uscito nel 1972 come doppio album: sono quattro lunghi brani dove le tastiere elettroniche sono affiancate a tratti da un quartetto di violoncelli, come nell'iniziale "Birth of Liquid Plejades", la cui solennità trascina davvero in una dimensione superiore. E' un ascolto che richiede un minimo di predisposizione, ma ripaga alla fine con emozioni davvero uniche se si entra nello spirito giusto. Personalmente diffido un po' dell'elettronica fine a se stessa, ma qui siamo di fronte a un paesaggio sonoro tutt'altro che gelidamente tecnologico, che dischiude orizzonti diversi, veramente suggestivi. Facile però che per qualcuno il tutto risulti noioso e pesante...La ricezione della musica, lo sappiamo, è sempre estremamente soggettiva.
E' un disco ispiratissimo, di quelli che sembrano nati sotto una stella luminosa, baciati dalla grazia indescrivibile di tutti i capolavori. La voce è morbida e vibrante, e galleggia in un musica vaporosa che fluisce senza pause tra un brano e l'altro, cullato da sax e flauti, violini e cori, la ritmica sempre rotonda e pulsante, senza mai tradire l'ombra di una furbata. Il primo brano, quello che intitola il disco, è un gioiello assoluto, e il resto non è da meno: soprattutto non si ha mai l'impressione di un pezzo aggiunto a fare da riempitivo, tutto sembra esattamente lì dove doveva essere. I testi esprimono sconcerto e smarrimento per un mondo cinico, dominato da violenza e conflitti, ma come in tutto il soul americano la risposta è uno spiritualismo semplice e profondo: "God is Love", appunto. A volte anche accorato ("Save the Children"), più spesso pacificato dalla sua risposta religiosa, Gaye firma una sequenza di miracolosa bellezza che ti entra subito in circolo e incanta.
Poiché il gruppo propone una spumeggiante miscela di flamenco e progressive, con accenti "glam" e pop, per qualche tempo si è pensato fossero spagnoli, ma non è così. Comunque, il feeling della tradizione flamenca è davvero dominante e in qualche caso anche i testi sono cantati in lingua spagnola, così che si può capire l'equivoco. Ascolto da un poco la riedizione digitale dei loro primi due dischi, "Fandangos in Space" e "Dancing on a cold wind" (1973 e 1974 rispettivamente), e devo dire che raramente ho trovato musica così ricca d'inventiva, che non annoia neppure un minuto. I ritmi flamenchi e le straordinarie armonie vocali, uniti ad arrangiamenti dinamici e trascinanti, regalano emozioni in serie. Difficile non farsi contagiare da una ricetta tanto ricca e saporita. La forte impronta melodica, decisamente latina, aggiunge un tocco esotico, e trasognato a volte, che completa il quadro come meglio non si potrebbe. Grande musica davvero.
Tornando al rock e dintorni, basterebbe soffermarsi qualche minuto s'un disco come "The Bedlam in Goliath" dei Mars Volta, uscito da poche settimane, per concludere che si trattava di morte apparente, forse uno svenimento: appena ripresosi, però, il paziente è schizzato via come posseduto da una rinnovata energia. Questo disco, come gli altri prodotti dal gruppo ispano-americano, prima che piacere stordisce, annichilisce di suoni e atmosfere dirompenti, quindi fa pensare che la morte del suddetto rock è stata una vera illusione, diciamo pure una fesseria. E' vivo, altroche, sprizza salute da tutti i pori. Chiaramente si può discutere, i gusti son gusti, ma è davvero raro trovare un altro esempio tanto vitale di musica potente e anche suonata come dio comanda, senza mai che un tale mix esplosivo di stili e suggestioni (prog, psichedelia, metal, latin-rock,ecc.) scada nel puro "rumore": ascoltare per credere, inclusi i gufi di cui sopra ovviamente. Loro soprattutto, anzi.
Al cinema vi consiglio caldamente "La sconosciuta" di Peppuccio Tornatore. Bello perché il regista abbandona certi barocchismi visivi alla Fellini e firma un'opera anche cupa e violenta, ma compatta e con sequenze da antologia. L'Italia di oggi, ahimè, è pure questa.