lunedì, 09 giugno 2008

Dino Risi è un altro grande della commedia italiana che non c'è più. Quando muore un regista così prolifico si sprecano profili e ricordi, ognuno dice la sua, tira fuori una citazione diretta o indiretta che riguarda lo scomparso. Più semplicemente, chi ama i film, ricorderà i titoli di quell'autore. Ora, l'altra sera ho seguito uno speciale su Risi, e mi sono stupito sulla quantità e la varietà di film di qualità sfornati da questo cineasta mai retorico (come il suo collega Monicelli), dal piglio asciutto e sempre abilmente mascherato dietro un cinismo solo di facciata.


Ovviamente ci si ricorda subito un memorabile  film come "Il sorpasso" o  anche "I mostri", che inaugurò la moda dei film a episodi, ma poi affiorano tutti gli altri. Ad esempio "In nome del popolo italiano", con Tognazzi e Gasmann, un film apertamente politico; "Il giovedì", malinconico film con Walter Chiari, o un piccolo film delizioso come "Il segno di Venere"; l'esilarante "Operazione San Gennaro", quasi una parodia in salsa napoletana dei "Soliti ignoti"; e ancora "Il vedovo" con la grande coppia Sordi-Valeri; la leggerezza quasi naif di "Venezia, la luna e tu" (Marisa Allasio con Sordi e Manfredi) e lo splendido affresco di "Una vita difficile", dove Sordi interpreta uno dei suoi ruoli più complessi; la commedia plebea e davvero irresistibile di "Straziami, ma di baci saziami", con dialoghi spassosissimi; un film a doppio fondo come "Il gaucho", con Gasmann e Manfredi, italiano d'Argentina senza fortuna; e poi i fenomeni popolari di successo travolgente come "Vedo nudo",  "Poveri ma belli", "Il mattatore" o "Il tigre", con Gasmann al proscenio; fino a quel "Profumo di donna", con Gasmann e Agostina Belli, che gli americani hanno rifatto (male) rubandogli l'anima vera.


Basta scorrere quest'elenco solo approssimativo per capire che Dino Risi non era solo il regista delle commedie più note, alcune rimaste proverbiali e depositate perfino nel linguaggio corrente, ma un autore versatile, spesso sorprendente per come sapeva mettere in scena soggetti diversi, sempre trovando l'angolazione più mordace ed efficace per parlare dell'Italia e dei suoi piccoli e grandi mostri. Senza retorica, senza l'aria di moraleggiare, badando a scolpire facce, eventi e modi di essere con l'acida franchezza di chi sa di essere soprattutto un artigiano dello spettacolo, che deve divertire, certo, ma senza rinunciare all'autonomia del proprio punto di vista. Graffiare con intelligenza, insomma: questo sembra il marchio di fabbrica di Risi. Il declino iniziato nei tardi Settanta, con qualche titolo mediocre e poco ispirato, non sminuisce affatto l'importanza di una tale galleria: una filmografia che resta straordinaria, e che ovviamente all'estero (specie in Francia) hanno esaltato ben prima che in Italia. Storia vecchia: da noi bisogna morire per trovare gloria...


Per chi vuole rinfrescarsi la memoria: http://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Risi

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categoria:cinema, film, attualità, risi
giovedì, 05 giugno 2008

Nonostante sia morto, incredibilmente, il cinema italiano si ostina a riscuotere consensi. Mi chiedo: come è stato possibile? Non è una domanda retorica. Come è stato possibile, in una società che mortifica i suoi talenti, con una classe politica che tranne rare eccezioni ha costantemente voltato le spalle a chi scrive e fa cinema, in un paese che detesta la verità delle cose e si ostina a preferire un cinema formato bagaglino, che due film come quelli di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino siano stati fatti e abbiano incantato pubblico e critica al festival di Cannes?


Non ho visto ancora "Il divo", ma ho visto "Gomorra". E' un capolavoro: dal groviglio incandescente del libro firmato da Roberto Saviano, Garrone ha estratto poche storie esemplari di quell'immensa catastrofe che è la Campania voluta dal "sistema" camorristico. Ragazzi esaltati dal miraggio di una facile ascesa criminale, gli alveari orrendi dove si cresce a pane e crimine, il sorridente riciclatore di scorie che trasforma poco a poco la sua terra in una spaventosa discarica di veleni, il contabile preso tra due fuochi. Garrone ha saputo farci vedere l'essenziale con l'occhio impassibile, ma bruciante, di un cinema che non rinuncia a mostrare la realtà neppure, anzi soprattutto, quando sembra davvero insostenibile. Un cinema di denuncia, dopo i film di De Sica, Rosi, Petri, e tutti coloro che fecero grande il cinema negli anni d'oro.


Io non lo so come è stato possibile che film di questo spessore, che registi di questo talento, capaci di uno sguardo personale e di coraggio nella scelta dei loro soggetti, siano riusciti nell'impresa di tenere a galla il cinema italiano in anni come questi. Quello che è morto, anzi no, forse si, forse per niente. Quello che fa schifo. Quello che è noioso. Che non diverte, vero mr. Tarantino? Non lo so, ma è così. E adesso speriamo solo che il governo in carica non si metta a remare contro, e lasci lavorare e creare chi sa farlo. Perchè a leggere certe dichiarazioni come quella di Luca Barbareschi, sembra di risentire Giulio Andreotti ( il "Divo" appunto) che trattava Rossellini e De Sica come lavandaie incaute che dovrebbero lavare i "panni sporchi" in famiglia. Sono passati decenni: inutilmente?

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categoria:cinema, attualità, cannes, sorrentino, garrone
domenica, 04 maggio 2008

L'ultimo film di Giuliano Montaldo, uno degli ultimi grandi vecchi del nostro cinema (pensiamo a "Sacco e Vanzetti" o "Giordano Bruno") è da poco nelle sale: si chiama "I demoni di San Pietroburgo".


Si immagina che il già maturo Dostoevskij, oppresso da debiti e malanni, venga contattato da un agitatore politico finito in un ospedale psichiatrico, il quale lo avverte che alcuni suoi compagni stanno per compiere un attentato. Prima seccato, poi preoccupato, lo scrittore pensa sia opportuno cercare i rivoluzionari per convincerli a desistere. Scopre però qualcosa che non prevedeva: i terroristi si sono formati tutti sui suoi primi lavori, e dunque, anche se ora lui ha mutato idee, si sente responsabile della loro scelta violenta. Il tema centrale del film sembra appunto questo: quale influenza può avere, ieri o anche oggi, la letteratura? Un tema enorme, ovviamente, che non è possibile affrontare in poche righe. Mi limito a osservare che, pur se ambientato nell'Ottocento russo, il film sembra chiamare in causa i "cattivi maestri" del terrorismo italiano dei Settanta, cioè intellettuali accusati di aver alimentato più o meno direttamente la stagione della violenza politica che tutti oggi ricordiamo con giusto orrore. Dunque, ancora una volta, Montaldo dimostra che si guarda al passato anche, forse soprattutto, per parlare del presente. Non è un caso che il regista genovese abbia sempre girato film storici: è un modo indiretto, ma spesso più efficace, per guardare al tempo in atto.


Comunque sia, il film è bello e interessante, con attori eccellenti (tra gli altri Miki Manojlovic, Roberto Herlitzka e Anita Caprioli), e una struttura piuttosto classica nella forma: un po' compassato, a volte, ma capace di regalare alcune sequenze di notevole valore anche sul piano emotivo. Merita senz'altro una visione: Montaldo ha girato solo una quindicina di film, e tutti, per un verso o per l'altro, hanno lasciato un segno di personalità, civile e artistica insieme.

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categoria:varie, cinema, film, attualità
lunedì, 21 aprile 2008

Oggi solo qualche segnalazione in ordine sparso, per grandi e piccini.


Al cinema, per chi ce l'ha a portata di mano, consiglio un film messicano come "La Zona", diretto da Rodrigo Plà: a parte che film di quel paese se ne vedono pochi da noi, e dunque la curiosità è lecita, si tratta di un'opera di asciutto realismo, che descrive molto bene come la spaccatura sociale tra chi ce l'ha fatta e chi no rischia ad ogni minuto di deflagrare in tragedia quando i due mondi s'incontrano. Film di denuncia, a tratti crudo, ambientato in una sorta di residence iperprotetto e separato dal resto della città: una bella allegoria di un mondo diviso a metà. Il modello esteriore sembra il cinema americano poliziesco, ma dentro c'è molto di più, e una tensione che cattura e sgomenta.


Niente male anche "Non pensarci" di Gianni Zanasi, in una stagione che ha consacrato il cinema italiano rispetto a quello americano. Sono usciti tanti film davvero ben fatti, con attori e storie di tutto rispetto, e di genere diverso, dalla commedia sociale al dramma d'autore fino al giallo psicologico. Quello di Zanasi è un ritratto di provincia molto acuto, con un rocker trentenne che cerca rifugio dallo stress metropolitano tornando a casa e trova invece che la sua famiglia non se la passa meglio di lui. Si ride parecchio, con Mastandrea e Battiston tra gli altri interpreti, ma non senza un retrogusto malinconico. 


Infine per chi ama il romanzo a tinte gotiche, scritto come dio comanda, segnalo un libro spagnolo che a quanto pare molti hanno già apprezzato. Si chiama "L'ombra del vento", scritto dal catalano Carlos Ruiz Zafon. E' ambientato in una Barcellona ombrosa e ricca di luoghi segreti, come il cimitero dei libri, una vera invenzione che fa da motore alla vicenda.


Il protagonista, ancora bambino,  vi trova per caso un libro rarissimo e la sua vita finisce per intrecciarsi con quella avventurosa del misterioso autore. La dimensione da thriller non impedisce al romanzo di parlare di molto altro: l'ombra del franchismo sullo sfondo, amori senza fortuna, la scoperta del male, e così via.


Indubbiamente Zafon ci sa fare: riesce a tenere insieme tanti fili diversi e regala personaggi indimenticabili e atmosfere davvero avvincenti, raffinate quanto godibili. Ottimo per lettori maniacali e bibliofili col gusto della sovrapposizione tra verità e finzione. Uscito qualche anno fa, lo pubblica Mondandori in economica.


Buona lettura e buone visioni.

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categoria:varie, libri, cinema, film, attualità
sabato, 15 marzo 2008

Carlo Verdone è tornato e lotta insieme a noi. Il suo nuovo film, "Grande grosso e Verdone" appunto, è un tuffo nel passato, dato che riesuma tre dei suoi personaggi più noti. Cambiano i nomi, o le professioni, ma i tic e le parlate che li hanno resi famosi sono rimaste immutati. Il boy scout attempato a cui muore la madre nel giorno del raduno; il tremendo docente universitario dalla doppia (e orribile) morale, che vuole facilitare l'educazione sessuale del figlio; e i due coattoni romani, quelli di "lo famo strano",  in vacanza in un lussuoso albergo per smuovere un figlio troppo apatico. Ecco i tre episodi.


Il film è sicuramente divertente, e anche se Verdone sembra averlo fatto soprattutto per la gioia dei suoi fans, oltre che del suo produttore, si vede che ha lavorato molto sui personaggi. I quali sono, se possibile, ancora più cattivi e intinti nel veleno, esatto riflesso dell'Italia attuale. La volgarità diffusa, il cinismo e l'opportunismo, che tracimano da queste storielle ilari danno da pensare: in un paese come il nostro, forse, non è più possibile ridere e basta, spensieratamente. Il retrogusto incombe, anche se Verdone, e la bravissima (e bellissima) Claudia Gerini sua complice, ce la mettono tutta per farci divertire davvero, rimane l'impressione a volte desolante di una vera parata di figure umane imbarazzanti. Che siamo noi, o la gente che incontriamo tutti i giorni uscendo di casa. Insomma, scherzando e ridendo, il maturo Verdone sembra aver aggiornato quella vecchia galleria acida di tipi italiani che fu "I mostri" del grande Dino Risi. Erano gli anni Sessanta: quarant'anni dopo non è cambiato niente? E allora arrivederci tra altri quarant'anni (forse).

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categoria:riflessioni, cinema, verdone
mercoledì, 05 marzo 2008

Molti di voi, suppongo, hanno visto o stanno per vedere "Il petroliere", film molto atteso di Paul Thomas Anderson, e protagonista (sconfitto) anche agli ultimi Oscar. Pochi invece, anzi pochissimi, avranno visto "La famiglia Savage" di Tamara Jenkins. Vediamo: hanno qualcosa in comune? A parte il fatto di essere due produzioni americane, direi poco, anzi, rappresentano molto bene la polarità che ancora esiste oggi nel modo di fare e concepire il cinema.


Nel "Petroliere", abbiamo un'idea visionaria e cupa del sogno americano che vira presto all'incubo: un umile cercatore di petrolio che in pochi anni diventa uno dei più grandi magnati dell'oro nero, ma in compenso affoga nella solitudine con una sorta di nefasta grandezza. Un personaggio titanico, che schiaccia gli altri, si nega quasi con voluttà agli affetti, solo per affermare la sua voglia di ricchezza e potere. Un carattere che a me ha ricordato certe figure di Orson Welles, ma potrebbe essere anche scaturito dalla penna di Shakespeare, e che qui ha le fattezze di uno straordinario Daniel Day Lewis, che la sua statuina tutta d'oro di miglior attore se l'è davvero guadagnata sul campo, con una prova stupefacente di adesione al ruolo. Il film è di quelli che esagera: la colonna sonora ad esempio (di Johnny Grenwood) ha nella prima parte un'importanza superiore ai dialoghi, scarni e accidentali, e sembra voler esprimere il formarsi di un'anima nera e dominatrice. Inoltre abbonda di scene simbolico-allegoriche, quelle che una volta si chiamavano scene-madre, spinte a un'intensità quasi molesta, sovraeccitata. Lascia il segno, comunque, a costo di dividere il pubblico: si tratta davvero di uno strano film, classico e insieme innovativo nelle sue scelte stilistiche.


Tutto all'opposto, "La famiglia Savage" è un piccolo film intimista e dolente sul tema della morte. Due fratelli, entrambi con ambizioni letterarie-teatrali, si ritrovano per assistere agli ultimi giorni del padre malato. Uno insegna e la sorella, che lavora come impiegata, scrive commedie senza successo. E' un film dove la recitazione, sommessa e mai retorica, graffia nell'intimo e non urla. Attori eccellenti anche qui, su tutti  Philip Seymour Hoffman, che forse ricorderete nei panni di Truman Capote in "A sangue freddo". Film di mezzi toni, silenzi e sentimenti che faticano a emergere, questo è l'esatto contraltare del cinema epico-visionario rappresentato da "Il petroliere". Sono come due facce del sogno americano: la corsa all'oro della frontiera, dove si afferma con ogni mezzo il capitalismo selvaggio americano, e la vita dei meno fortunati oggi, in un paese che ha perso l'innocenza e naviga a vista, coi sogni nel cassetto e le dure esigenze del tempo che passa portando via affetti e certezze.


A pensarci bene, un'altra cosa in comune ce l'hanno, "Il petroliere" e "La famiglia Savage": sono entrambi due bei film da vedere, proprio per le opposte ragioni che ho appena detto. Perché la fortuna del cinema è anche nella sua capacità di mostrarci ogni cosa da due angolazioni diverse, secondo chi guarda nell'obiettivo o scrive la sceneggiatura. Ti risucchia dentro il suo paesaggio, e per due ore ne fai parte anche tu: è la famosa "magia del cinema", appunto.

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categoria:cinema, film, attualità
venerdì, 15 febbraio 2008

Avete sentito? C'è un  certo padre Nicolò Anselmi,  responsabile della Pastorale giovanile della CEI, che senza aver visto il film in questione, cioè "Caos calmo" di Grimaldi, con Nanni Moretti protagonista, ha sentenziato che la scena di sesso di cui tanto si parla è "terribile". Dice che da un regista così "idealista" come Moretti si sarebbe aspettato una scena "romantica, soffusa d'amore", o per dire meglio "un momento d'amore aperto alla vita, ad un figlio". Per concludere, don Anselmi aggiunge di  sperare che qualche attore faccia  obiezione di coscienza sul set per non girare certe scene. Nel merito  esprimo il mio completo disaccordo con Don Anselmi. Pacatamente...


Ora, io ho visto il film ieri sera. Mi sono divertito e l'ho apprezzato per diversi aspetti, constatando in particolare che la scena incriminata è solo una piccolissima parte, pienamente giustificata dal contesto psicologico della vicenda, di un film che dura oltre un'ora e quaranta minuti. Nanni Moretti è un attore perfetto per il ruolo, e Isabella Ferrari è bella e brava, ma il punto  non è questo. Il punto, che andrebbe ribadito ogni volta che si parla di censura in uno spettacolo artistico, è che prima di prendere qualsiasi posizione bisognerebbe verificare di persona, documentarsi, e non accontentarsi di qualche chiacchiera raccolta qua e là. Prima di esprimersi, gentile  don Anselmi, lei dovrebbe  chiedersi: 1) Qual è la vicenda narrata in quest'opera di finzione? 2) In tale contesto drammaturgico, la scena tale ha un senso oppure no? 3) La suddetta scena può essere definita un volgare ammiccamento ai bassi istinti del pubblico o forse sono io che non capisco niente  di cinema perchè sono troppo occupato a emettere sentenze a priori?


Ciò facendo, padre, ella avrebbe evitato molte sciocchezze. Ad esempio, saprebbe che Moretti è qui solo attore e non regista. Il regista si chiama Antonello Grimaldi. Inoltre, il sesso non è quel nido di rondini  fiorito che lei sembra voler credere ad arte:  il sesso, come la vita, è un' avventura umana votata all'imperfezione che domina da sempre i rapporti tra individui. Può essere meraviglioso, ma anche squallido, e nessun artista tacerà mai, se è un artista vero, questa ambivalenza di fondo. Perché la vita stessa è così, varia e imperfetta, e l'arte più grande l'ha sempre mostrata com'è, è così. Il cinema è finzione, certo, come la letteratura (il film è tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi), ma sarebbe più finta e meschina, diciamo  pure inutile, se  diventasse solo un inno luminoso a quella perfezione umana che non esiste. Non crede?


Il film, lo ribadisco, è bello e a tratti toccante, il cast è in stato di grazia, anche nei ruoli minori, e la regia di Grimaldi è riuscita a rendere accattivante una trama molto psicologica,  vista l'origine romanzesca del soggetto, correndo sul difficile crinale del patetico senza mai caderci: complimenti davvero. Lo consiglio a tutti come un altro esempio di buon cinema italiano.

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categoria:cinema, attualità, caos calmo
giovedì, 24 gennaio 2008

Segnalo due film interessanti che girano attualmente per le sale italiane, e che riguardano entrambi temi come la diversità etnica e l'identità culturale. Uno è "Bianco e nero" di Cristina Comencini, e tratta le difficoltà cui va incontro una coppia mista, lui bianco, lei nera. Interessante il fatto che stavolta la comicità prende di mira sia bianchi che neri, con toni divertiti ma ben congegnati per non cadere mai nell'ovvio. Bravissimi gli attori, ben orchestrati dalla regista, che sanno stare al gioco e sanno ridere di se stessi e di ciò che rappresentano nella pellicola.


L'altro film è "Cous cous" del regista tunisino Abdel Kechiche. Qui più che contrasto e diversità si indaga dall'interno la comunità franco-araba di Marsiglia. La storia di un operaio non più giovane che perde il lavoro ai cantieri navali e cerca di riciclarsi aprendo un ristorante s'una barca, è il pretesto per una intensa raffigurazione del microcosmo di questa etnia mista e dei suoi travagli per stare al passo con i mutamenti sociali. E' un film di grande sensualità, anche, e  segnalo una trascinante seconda parte con una danza del ventre che sembra ribadire la vitalità profonda di una cultura ben radicata. Due film da non perdere, secondo me, con un registro diverso eppure ugualmente rappresentativi della società "multietnica" che ci circonda.

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categoria:cinema, film, attualitÃ