Dino Risi è un altro grande della commedia italiana che non c'è più. Quando muore un regista così prolifico si sprecano profili e ricordi, ognuno dice la sua, tira fuori una citazione diretta o indiretta che riguarda lo scomparso. Più semplicemente, chi ama i film, ricorderà i titoli di quell'autore. Ora, l'altra sera ho seguito uno speciale su Risi, e mi sono stupito sulla quantità e la varietà di film di qualità sfornati da questo cineasta mai retorico (come il suo collega Monicelli), dal piglio asciutto e sempre abilmente mascherato dietro un cinismo solo di facciata.
Ovviamente ci si ricorda subito un memorabile film come "Il sorpasso" o anche "I mostri", che inaugurò la moda dei film a episodi, ma poi affiorano tutti gli altri. Ad esempio "In nome del popolo italiano", con Tognazzi e Gasmann, un film apertamente politico; "Il giovedì", malinconico film con Walter Chiari, o un piccolo film delizioso come "Il segno di Venere"; l'esilarante "Operazione San Gennaro", quasi una parodia in salsa napoletana dei "Soliti ignoti"; e ancora "Il vedovo" con la grande coppia Sordi-Valeri; la leggerezza quasi naif di "Venezia, la luna e tu" (Marisa Allasio con Sordi e Manfredi) e lo splendido affresco di "Una vita difficile", dove Sordi interpreta uno dei suoi ruoli più complessi; la commedia plebea e davvero irresistibile di "Straziami, ma di baci saziami", con dialoghi spassosissimi; un film a doppio fondo come "Il gaucho", con Gasmann e Manfredi, italiano d'Argentina senza fortuna; e poi i fenomeni popolari di successo travolgente come "Vedo nudo", "Poveri ma belli", "Il mattatore" o "Il tigre", con Gasmann al proscenio; fino a quel "Profumo di donna", con Gasmann e Agostina Belli, che gli americani hanno rifatto (male) rubandogli l'anima vera.
Basta scorrere quest'elenco solo approssimativo per capire che Dino Risi non era solo il regista delle commedie più note, alcune rimaste proverbiali e depositate perfino nel linguaggio corrente, ma un autore versatile, spesso sorprendente per come sapeva mettere in scena soggetti diversi, sempre trovando l'angolazione più mordace ed efficace per parlare dell'Italia e dei suoi piccoli e grandi mostri. Senza retorica, senza l'aria di moraleggiare, badando a scolpire facce, eventi e modi di essere con l'acida franchezza di chi sa di essere soprattutto un artigiano dello spettacolo, che deve divertire, certo, ma senza rinunciare all'autonomia del proprio punto di vista. Graffiare con intelligenza, insomma: questo sembra il marchio di fabbrica di Risi. Il declino iniziato nei tardi Settanta, con qualche titolo mediocre e poco ispirato, non sminuisce affatto l'importanza di una tale galleria: una filmografia che resta straordinaria, e che ovviamente all'estero (specie in Francia) hanno esaltato ben prima che in Italia. Storia vecchia: da noi bisogna morire per trovare gloria...
Per chi vuole rinfrescarsi la memoria: http://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Risi











Si immagina che il già maturo Dostoevskij, oppresso da debiti e malanni, venga contattato da un agitatore politico finito in un ospedale psichiatrico, il quale lo avverte che alcuni suoi compagni stanno per compiere un attentato. Prima seccato, poi preoccupato, lo scrittore pensa sia opportuno cercare i rivoluzionari per convincerli a desistere. Scopre però qualcosa che non prevedeva: i terroristi si sono formati tutti sui suoi primi lavori, e dunque, anche se ora lui ha mutato idee, si sente responsabile della loro scelta violenta. Il tema centrale del film sembra appunto questo: quale influenza può avere, ieri o anche oggi, la letteratura? Un tema enorme, ovviamente, che non è possibile affrontare in poche righe. Mi limito a osservare che, pur se ambientato nell'Ottocento russo, il film sembra chiamare in causa i "cattivi maestri" del terrorismo italiano dei Settanta, cioè intellettuali accusati di aver alimentato più o meno direttamente la stagione della violenza politica che tutti oggi ricordiamo con giusto orrore. Dunque, ancora una volta, Montaldo dimostra che si guarda al passato anche, forse soprattutto, per parlare del presente. Non è un caso che il regista genovese abbia sempre girato film storici: è un modo indiretto, ma spesso più efficace, per guardare al tempo in atto.
Il film è sicuramente divertente, e anche se Verdone sembra averlo fatto soprattutto per la gioia dei suoi fans, oltre che del suo produttore, si vede che ha lavorato molto sui personaggi. I quali sono, se possibile, ancora più cattivi e intinti nel veleno, esatto riflesso dell'Italia attuale. La volgarità diffusa, il cinismo e l'opportunismo, che tracimano da queste storielle ilari danno da pensare: in un paese come il nostro, forse, non è più possibile ridere e basta, spensieratamente. Il retrogusto incombe, anche se Verdone, e la bravissima (e bellissima) Claudia Gerini sua complice, ce la mettono tutta per farci divertire davvero, rimane l'impressione a volte desolante di una vera parata di figure umane imbarazzanti. Che siamo noi, o la gente che incontriamo tutti i giorni uscendo di casa. Insomma, scherzando e ridendo, il maturo Verdone sembra aver aggiornato quella vecchia galleria acida di tipi italiani che fu "I mostri" del grande Dino Risi. Erano gli anni Sessanta: quarant'anni dopo non è cambiato niente? E allora arrivederci tra altri quarant'anni (forse).