domenica, 06 agosto 2006

Il giallo è ormai salito ai piani nobili della letteratura. Sembra incredibile, visto che solo vent'anni fa, specie in Italia, era considerato un genere minore: un prodotto di puro intrattenimento, da consumare magari in treno, per ingannare il tempo. Oggi è un fiorire di scrittori che usano il thriller come una lente d'ingrandimento ideale per capire una realtà sempre più confusa: come per il Gadda del "Pasticciaccio brutto de Via Merulana", la ricerca dell'assassino diventa occasione di afferrare il senso di una realtà caotica  e magmatica.

La verità è che anche il giallo, come tutti gli altri generi, deve anzitutto essere buona letteratura, saper avvincere il lettore per offrirgli una chiave apprezzabile, e non banale, del tempo in atto. In questo senso gli esempi sono diversi, ma a me preme sottolineare le virtù di un classico del romanzo noir americano, come "Il lungo addio" di Raymond Chandler. Come in altri libri di Chandler, al centro c'è il detective Philip Marlowe: tanto brusco e cinico all'apparenza, quanto amaro e malinconico nel fondo. Così disgustato dalle storture umane che incontra nel suo lavoro investigativo, da affezionarsi a modo suo a un tipo decisamente vulnerabile, in apparenza, che poi alla fine si rivelerà ben altro. Un romantico in maschera, il rude Marlowe. Nel libro c'è un ritratto alquanto realistico del mondo degradato di una certa società perbene, tra vizio e insoddisfazione, ma la trama è talmente contorta e ricca di parentesi da smarrirne il filo, mentre si finisce per innamorarsi dei personaggi. L'arte dei dialoghi è qui al suo massimo splendore: le parole incidono come bisturi, lasciano il segno e svelano i caratteri. Ecco: qui non si tratta più di giallo, ma di grande letteratura e basta. Senza sfumature di colore.

postato da: armapo alle ore 19:26 | Permalink | commenti (2)
categoria:letteratura, giallo, chandler