giovedì, 22 giugno 2006

Quale momento scegliete per ascoltare musica? Credo che sia un fatto molto soggettivo: non si tratta solo di avere il classico "momento libero", appunto, ma dipende dallo stato d'animo. E poi naturalmente c'è musica e musica, per fotografare un determinato umore.

La realtà è che, spesso, i cosiddetti collezionisti, o comunque coloro che acquistano molti dischi, tendono a sfumare la frequenza d'ascolto. Si insegue il titolo raro, la ristampa preziosa, per metterla sotto teca e poter dire "ce l'ho", un po' come da bambini si faceva con le figurine dei calciatori. E' un atteggiamento che in fondo non mi piace, perché la musica in sè, il piacere emotivo dell'ascolto, viene soffocato da un'esigenza che definirei "statistica". Io non mi ritengo un collezionista vero e proprio, ma col tempo ho sviluppato la stessa sindrome: aggiorno l'elenco dei Cd, col gusto di veder salire la cifra numerica accanto all'ultimo titolo. Mentre, in maniera direttamente proporzionale, si fanno più rare le emozioni forti durante l'ascolto. Diciamo che in parte è fisiologico, come succede a chi recensisce dischi o spettacoli per mestiere: diventa anche quello una sorta di compito, e il dovere va a detrimento del piacere.

A far saltare il meccanismo sono certe giornate diverse: dopo uno stress prolungato, un evento seccante che ha richiesto tempo e logorio nervoso, ritrovare la dimensione del tu per tu con un disco può essere davvero una riscoperta che ti rimette in sesto. Una specie di tarda rifioritura che ripete l'incantesimo da cui tutto ebbe inizio nella tua vita di ascoltatore. Ti sfilano davanti nomi e titoli che circoscrivono il tuo percorso: il primo incontro con Le Orme ("Contrappunti"), e poi la prima volta coi King Crimson, il Banco del salvadanaio, i Pink Floyd di "Ummagumma" (che buffo titolo!). La magia assoluta dell'attacco di "Introduzione", il brano iniziale di "Ys", del Balletto di Bronzo, trovato a Latina da mio padre ( ! ) nel 1977, su mia commissione. Altri tempi: imbattersi in certe ristampe del prog italico era un'impresa. Il villaggio globale, con Internet e il resto, non era neppure un pensiero, e tutto era lento e approssimativo. Di certi gruppi pop si leggeva una volta su qualche rivista e per anni non si riusciva a sapere altro:  ma questo alimentava il mito, ecco. E metter le mani sul tal disco era davvero come fare l'amore con una donna ritrosa dopo anni di inutile corteggiamento: una goduria. Ebbene sì, lo ammetto: la voce di Giannni Leone, in quel lontano pomeriggio di quasi trent'anni fa, fu come un brivido erotico. Avercene, di emozioni così anche oggi...

postato da: armapo alle ore 19:15 | Permalink | commenti
categoria:musica, dischi, balletto di bronzo