La letteratura ha tante valenze, come tutte le arti, ma forse anche di più perché le parole hanno a volte la consistenza della pietra. E ci sono momenti storici, luoghi e circostanze, dove solo nominare le cose per quello che sono davvero, o solo esprimere sentimenti profondi e "diversi", può essere pericoloso.
Me lo conferma un libro finito da poco, di cui molto si è parlato qualche tempo fa anche in Italia. Parlo di "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi. L'autrice parla della sua vera esperienza di docente universitaria: dopo studi compiuti in America torna nel suo Iran quasi in concomitanza con il ritorno in patria dell'ayatollah Khomeini, fautore della rivoluzione islamica. In un clima opprimente di controllo, specie sui costumi delle donne e sulla circolazione delle idee "occidentali" ritenute pericolose, resiste finchè può a insegnare la letteratura inglese, poi desiste. A questo punto però, decide di riunire alcune studentesse in casa sua per continuare in segreto (ma anche in libertà) a discutere di autori come James, Nabokov, Austen, e altri. Il libro è ricco di considerazioni e citazioni sparse degli autori succitati, e spesso mette voglia di andarsi a leggere (o rileggere) i libri in questione, ma presto salta all'occhio che il vero tema del romanzo è la libertà di far emergere sentimenti profondi, passioni, aspetti della personalità che ogni regime (di qualunque colore) spesso tende a reprimere in nome di un'astratta idea di collettività che mortifica l'individualità, cioè una delle poche vere qualità che distinguono la specie umana. Così, nel libro della Nafisi, si capisce quanto immedesimarsi nei tormenti psicologici o amorosi di un personaggio possa essere liberatorio: ci si riconosce e ci si definisce grazie a questo "rispecchiamento" nel tal personaggio, in positivo o in negativo (per adesione o per rifiuto), e si compie dunque un'operazione di conoscenza unica.
Tutto questo, nel contesto evocato dalla scrittrice iraniana, assume ovviamente un valore ancora maggiore: la letteratura occidentale ("decadente" e "immorale" secondo gli integralisti) diventa invece l'unico vero momento di libertà interiore che rimane a un gruppo di giovani donne costrette a nascondersi, e non solo indossando il velo. Di riflesso però fa pensare all'esperienza letteraria in sé come a un qualcosa che conserva ancora oggi la sua centralità, nonostante da anni si discuta della morte della parola scritta, soppiantata dall'immagine. La parola scritta in realtà rimane necessaria, secondo me, proprio quando l'apparenza mediatica più volgare (pubblicitaria ad esempio) sembra trionfare e invadere gli spazi senza chiedere permesso, livellando le differenze e i bisogni. E' vero cioè che la parola scritta, letteraria o informativa, deve circolare ed essere accessibile liberamente come strumento di socialità, ma non è affatto trascurabile la sua capacità di preservare quella libertà del singolo individuo di crearsi il suo spazio interiore, unico, dove anche l'immaginazione non subisca censure o limitazioni in nome di valori fittizi, e più spesso ancora di meschini interessi che puntano all'omologazione del pensiero e della sensibilità. In questo senso, anzi, la letteratura non è mai stata così indispensabile come oggi.
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