
"Lo spazio bianco" di Francesca Comencini, da non confondere con la sorella Cristina (entrambe figlie del regista Luigi: una famiglia votata alla causa!) ripropone lo sguardo delle donne sulla vita e la morte. Lo fa con delicatezza, ma senza troppo indulgenze al femminile o stereotipi: il personaggio interpretato da Margherita Buy all'inizio non ha nessuna predisposizione alla maternità, ad esempio. Le capita di sbuffare d'impazienza in un cinema perchè un bambino piagnucola disturbando. Poi, come spesso succede, conosce il padre del bambino, e rimane incinta. Lui si defila, lei resta sola. Il film vero inizia qui.
Siccome poi la sua bambina nasce prematura al sesto mese, la donna resta per circa due mesi sospesa nel vuoto, attaccata all'incubatrice per sapere cosa sarà della piccola Irene: ce la farà oppure no? E' questa terra di mezzo, tra il prima e un dopo che non si palesa ancora, il suo spazio bianco: un'attesa snervante, riempita solo di ansia e pensieri contrastanti. La vuole questa bambina, oppure no? E che madre sarà, con tutte queste incertezze? Un percorso che la consuma, ma forse l'arricchisce anche di una nuova consapevolezza. Di sé, di un senso imprevisto e non preventivato della vita.
L'ambientazione napoletana deriva anche dal libro omonimo di Valeria Parrella, ma riesce funzionale: è una città aspra e scoperta, dove tutto sembra nudo, e anche questo serve a "stanare" il personaggio centrale dalle sue false sicurezze. All'inizio è chiusa nei suoi percorsi di donna che sta bene anche sola: insegna alle scuole serali, va al cinema, legge e si concede qualche storia fugace quando ne ha voglia. C'è sempre una specie di velo sottile, però, che la separa dagli altri: quelli che osserva quasi ipnotizzata quando la funicolare rasenta le case.
Poi arriva Irene e tutto cambia.
Che brava Margherita Buy: ogni volta che la vedo recitare mi sembra migliore della volta prima, ancora più matura e credibile. Regia sorvegliata, ma senza stucchevolezze accademiche, aperta. Onestamente realista, senza che questo implichi appiattimento: c'è sempre quel rovello che lavora la protagonista e tiene vivo il film fino in fondo. Non ci si annoia, si viene risucchiati nell'attesa di una liberazione, per tornare finalmente a guardare il mondo. Però da un'angolazione nuova, che prima era impossibile.
Davvero un bel film italiano, che consiglio a tutti.
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Con un certo coraggio, Tornatore ha scelto come protagonisti due attori siciliani poco conosciuti al grande pubblico, come
E' un film che riflette in parte la storia dello stesso regista, giovane pugliese che viene a Roma per fare l'attore ed entra in polizia per mantenersi. Mentre cerca di entrare all'Accademia finisce così tra gli studenti che occupano l'Università, come infiltrato. Qui conosce e s'invaghisce di una ragazza a sua volta innamorata di un giovane leader dell'occupazione. La sceneggiatura tiene insieme storie e personaggi con una certa disinvoltura, aiutato da un cast in stato di grazia: accanto a Scamarcio (il poliziotto) e Luca Argentero (il leader della protesta), spicca una straordinaria Jasmine Trinca, sempre più brava, alle prese con un personaggio che simboleggia le lacerazioni profonde che quegli anni "formidabili" (per dirla con Mario Capanna) provocarono in seno alla borghesia italiana. In ruoli di contorno vanno ricordati anche Silvio Orlando e Laura Morante, entrambi molto efficaci.
Qui c'è uno scrittore emergente in attesa della consacrazione definitiva (un premio letterario), che s'imbatte un giorno in una misteriosa insegnante di nuoto. Lui non sa nuotare e lei glielo insegna: ma la loro attrazione scorre su altri binari. E' l'incontro di due disagi che cercano una via d'uscita dalle loro vite giunte a un punto morto: lui non sa se davvero scrivere ha un senso, ma si lascia guidare nei meccanismi editoriali con fatalismo, mentre lei è una reclusa (ha ucciso un uomo) e non esce mai la sera proprio perchè i suoi permessi sono limitati alle ore di lavoro in piscina. Lui sta cambiando casa, ma senza entusiasmo per la prospettiva e la moglie, e lei non è più riuscita a parlare con sua figlia dopo averla abbandonata anni prima. Le reciproche mancanze, e le piccole competenze specifiche (saper esprimere i sentimenti, muoversi dentro e sotto l'acqua) sono alla base del loro rapporto, fatto di spiragli e passi falsi dentro la complessità delle rispettive situazioni. Film amaro, crepuscolare direi. Valeria Golino offre un'interpretazione strepitosa, mentre Valerio Mastandrea è perfetto con la sua consueta perplessità che forse in questo caso maschera un fondo egoistico.
Più articolato il discorso su "The Reader". Storia molto avvincente che porta in campo un pezzo di storia tedesca in chiave personale: un adolescente scopre il sesso e l'amore con una donna più grande che, come scoprirà solo più tardi, è stata sorvegliante nazista ad Auschwitz e viene processata a metà degli anni Sessanta. Scisso tra il ricordo affettivo e l'orrore della verità, il protagonista fatica a trovare il modo per ristabilire un contatto con lei, se non quando è già tardi. Gli attori sono eccellenti, soprattutto Kate Winslet (che appunto ha preso l'Oscar per il ruolo), e il film è girato da un'angolazione piuttosto originale, mettendo in risalto come spesso una cieca obbedienza al regime nazista trovasse terreno fertile soprattutto tra le persone più semplici, con una visione alquanto limitata delle cose. E non dico di più per non farmi sgridare dai miei tre lettori...Qualcuno troverà forse che si cerca di giustificare, o attenuare, in questo modo una colpa che rimane imperdonabile, ma a me pare invece che il tentativo sia solo di restituire a quella tragedia storica un alone meno generico e più prosaico, entrando più a fondo nella verità di una singola persona. Il che non cambia di una virgola la sostanza delle cose, intendiamoci, ma cerca un modo diverso di raccontarle. Il film è tratto dal romanzo di Bernhard Schlink "A voce alta". Buone visioni a tutti.
Nel film invece una donna difende il suo giardino dalla sicurezza israeliana, decisa a estirparlo per evitare un possibile nascondiglio ai terroristi interessati a colpire la villa del ministro delle difesa che ha pensato di stabilirsi proprio lì davanti. La donna cerca di far valere le sue ragioni, ma l'unica che forse può capire la sua sofferenza è proprio la moglie del ministro: due donne divise che per un momento si sentono unite dall'assurdità di una barriera che ogni giorno annienta i diritti delle persone. Come a dire che la sensibilità femminile ha più antenne per percepire che l'odio non porta da nessuna parte. L'attrice che interpreta Salma (la proprietaria del giardino) si chiama Hiam Abbas: bravissima e con un viso di affilata intensità che non si dimentica. Tanto più che l'ho ritrovata nell'altro film, "L'ospite inatteso", diretto da Thomas McCarthy: qui è la madre palestinese di un giovanotto che vive in America suonando nei locali, ma senza il permesso di soggiorno. Un professore universitario un po' malinconico lo ospita dopo averlo trovato nel suo appartamento di New York, dove non soggiorna da anni: tra i due nasce una curiosa amicizia facilitata proprio dalla musica, finché il ragazzo è fermato per una sciocchezza e quindi espulso. La madre ha fatto in tempo a conoscere il professore che aiuta il figlio, ma una possibile relazione sentimentale tra loro due è troncata sul nascere dalle circostanze.
In tivù Fabrizio De André è stato ricordato nello speciale di Fazio: anche se l'ho seguito solo a spezzoni, mi è parso comunque un omaggio molto rispettoso dell'autore genovese. Della sua musica soprattutto: poche parole, qualche ricordo di chi lo ha conosciuto, e poi tanti ospiti che hanno cantato canzoni famose e meno famose. Molto interessante la performance di Nicola Piovani che collaborò con l'autore genovese in un paio di album, e ha eseguito le parti strumentali di "Storia di un impiegato". Bellissima e intensa anche "Creuza de ma" cantata a due voci da Cristiano De André e Mauro Pagani sullo sfondo del porto di Genova. Emozione pura, senza nessuna sbavatura. La musica, qualunque sia, è questo: tutto il resto è solo gossip miserrimo per i giornaletti. In occasioni del genere, non dico che si è contenti, ma si accetta meglio perfino l'idea di pagare il canone Rai.
Tra i non italiani invece è bellissimo "La classe" di Laurent Cantet, del quale molto si è parlato. Giustamente, perché con la sua apparenza di documento-verità è soprattutto una riflessione, sentita e molto incisiva, sul ruolo fondamentale della scuola pubblica nella società multietnica di oggi, dove il rischio di escludere e discriminare si può cogliere anche nelle lezioni quotidiane di questi studenti d'un liceo della periferia parigina. Attualissimo anche da noi, con tutto quello che sta succedendo nelle piazze e non solo. E' girato tutto in interni, non ha nessun appeal divistico di tendenza, ma alla fine è una scommessa vinta che fa pensare, dopo averti coinvolto con le sue venticinque microstorie umane: anzi ventisei, contando il professore che si cimenta, perchè ci crede, nella faticosa impresa di tenere insieme i fili di una classe così complicata. Sa benissimo che non c'è altra scelta: saper convivere è un'arte necessaria.