venerdì, 23 ottobre 2009




"Lo spazio bianco" di Francesca Comencini, da non confondere con la sorella Cristina (entrambe figlie del regista Luigi: una famiglia votata alla causa!) ripropone lo sguardo delle donne sulla vita e la morte. Lo fa con delicatezza, ma senza troppo indulgenze al femminile o stereotipi: il personaggio interpretato da Margherita Buy all'inizio non ha nessuna predisposizione alla maternità, ad esempio. Le capita di sbuffare d'impazienza in un cinema perchè un bambino piagnucola disturbando. Poi, come spesso succede, conosce il padre del bambino, e rimane incinta. Lui si defila, lei resta sola. Il film vero inizia qui.

Siccome poi la sua bambina nasce prematura al sesto mese, la donna resta per circa due mesi sospesa nel vuoto, attaccata all'incubatrice per sapere cosa sarà della piccola Irene: ce la farà oppure no? E' questa terra di mezzo, tra il prima e un dopo che non si palesa ancora, il suo spazio bianco: un'attesa snervante, riempita solo di ansia e pensieri contrastanti. La vuole questa bambina, oppure no? E che madre sarà, con tutte queste incertezze? Un percorso che la consuma, ma forse l'arricchisce anche di una nuova consapevolezza. Di sé, di un senso imprevisto e non preventivato della vita.

L'ambientazione napoletana deriva anche dal libro omonimo di Valeria Parrella, ma riesce funzionale: è una città aspra e scoperta, dove tutto sembra nudo, e anche questo serve a "stanare" il personaggio centrale dalle sue false sicurezze. All'inizio è chiusa nei suoi percorsi di donna che sta bene anche sola: insegna alle scuole serali, va al cinema, legge e si concede qualche storia fugace quando ne ha voglia. C'è sempre una specie di velo sottile, però, che la separa dagli altri: quelli che osserva quasi ipnotizzata quando la funicolare rasenta le case.

Poi arriva Irene e tutto cambia.

Che brava Margherita Buy: ogni volta che la vedo recitare mi sembra migliore della volta prima, ancora più matura e credibile. Regia sorvegliata, ma senza stucchevolezze accademiche, aperta. Onestamente realista, senza che questo implichi appiattimento: c'è sempre quel rovello che lavora la protagonista e tiene vivo il film fino in fondo. Non ci si annoia, si viene risucchiati nell'attesa di una liberazione, per tornare finalmente a guardare il mondo. Però da un'angolazione nuova, che prima era impossibile.

Davvero un bel film italiano, che consiglio a tutti.

postato da: armapo alle ore 17:56 | Permalink | commenti (5)
categoria:cinema, film, schede, attualitĂ , lo spazio bianco
mercoledì, 30 settembre 2009
Ce la farà "Baarìa" di Giuseppe Tornatore a bissare l'Oscar del 1989 con "Nuovo cinema Paradiso"? Chissà. La corsa alla statuetta dorata è sempre insidiosa e, in larga parte, dovuta a fattori extra cinematografici: contano appoggi, sponsor, amicizie, che spesso travalicano il reale valore del film.

Ho visto il film ieri e una cosa voglio dire subito: è raro che un film della durata di due ore e mezza scorra così bene, senza punti morti, lasciando perfino il rammarico di vederlo finire. E' un grande affresco, si è detto, epico a suo modo, ma attenzione: qui non ci sono figurine schiacciate dagli eventi di un secolo, ma personaggi che reggono fino in fondo, tutti dotati del giusto spessore umano.  In questa coralità che trasuda poesia, fatica, mitologia e cruda realtà, si affermano ciascuno con il suo carattere specifico, e vivono di vita propria.

Con un certo coraggio, Tornatore  ha scelto come  protagonisti due attori siciliani poco conosciuti al grande pubblico, come Francesco Scianna e Margareth Madè (eccellenti), offrendo invece ai volti più noti solo ruoli di contorno, ma spesso molto brillanti: cito ad esempio il bravissimo Leo Gullotta. Ha scelto bene, il regista, e ha girato un film a suo modo classico, elegante ma anche sofisticato, che davvero può piacere a tutti per la pluralità dei suoi riferimenti. Storia d'amore, di povertà e soprusi, certo, ma anche di una società che evolve attraverso l'impegno in prima persona, come quello politico. Ecco, il film di Tornatore suona anche come un grande atto d'amore per la politica, e per chi si sporca le mani e lotta per cambiare le cose: e infatti sul letto di morte, il vecchio padre ripete più volte come un mantra che "la politica è bella", e suo figlio lo sa.

"Baarìa" è uno di quei film così ricchi di colori, voci, facce, paesaggi e storie (piccole e grandi) che potresti vederlo più volte, trovandoci sempre qualcosa di nuovo, come avviene per certi romanzi classici. L'amore per il proprio mestiere, per i propri personaggi, si rivela proprio nella cura per i dettagli, perché niente vada perso e componga alla fine il mosaico che osserviamo : microstoria e macrostoria si tengono così per mano miracolosamente, e ognuno troverà almeno una scena, un momento, per commuoversi. Perché il cinema in fin dei conti è questo: comunicare l'essenza per via emotiva, attraverso immagini che sono soltanto, magari, lo sguardo di un bambino che osserva il mondo dal suo angolo, e impara a sognare. A questo punto, poco importa se "Baarìa" vincerà o meno l'oscar: di sicuro, questo è un film destinato a restare.
postato da: armapo alle ore 12:31 | Permalink | commenti (6)
categoria:recensioni, cinema, film, attualità, baarìa
sabato, 12 settembre 2009

La stagione cinematografica inizia, come sempre, con i film presentati alla Mostra del Cinema di Venezia. Tra questi ho appena visto "Il grande sogno" diretto da Michele Placido.


E' un film che riflette in parte la storia dello stesso regista, giovane pugliese che viene a Roma per fare l'attore ed entra in polizia per mantenersi. Mentre cerca di entrare all'Accademia finisce così tra gli studenti che occupano l'Università, come infiltrato. Qui conosce e s'invaghisce di una ragazza a sua volta innamorata di un giovane leader dell'occupazione. La sceneggiatura tiene insieme storie e personaggi con una certa disinvoltura, aiutato da un cast in stato di grazia: accanto a Scamarcio (il poliziotto) e Luca Argentero (il leader della protesta), spicca una straordinaria Jasmine Trinca, sempre più brava, alle prese con un personaggio che simboleggia le lacerazioni profonde che quegli anni "formidabili" (per dirla con Mario Capanna) provocarono in seno alla borghesia italiana. In ruoli di contorno vanno ricordati anche Silvio Orlando e Laura Morante, entrambi molto efficaci.


C'è molta passione in questo progetto come c'era, evidentemente, in quel momento decisivo della storia recente. E' appassionata la scrittura, e vibrante la recitazione. Il film di Placido è giustamente un film corale, ricchissimo di spunti, anche se la parte più riuscita è proprio quella che riguarda la sua proiezione biografica, incarnata da Riccardo Scamarcio, con la progressiva scoperta di una realtà in costante evoluzione, capace di mettere in discussione le sue poche convinzioni e portarlo anche a una nuova consapevolezza. Merita sicuramente una visione, il grande sogno di Placido, magari soprattutto da parte di chi non c'era, i più giovani, e vuole capire qualcosa di un periodo cruciale che ha cambiato, comunque lo si voglia leggere, la società italiana. E non solo.

postato da: armapo alle ore 19:31 | Permalink | commenti (9)
categoria:cinema, film, venezia, attualitĂ , placido
domenica, 15 marzo 2009

E' nelle sale l'ultimo film di Giuseppe Piccioni: "Giulia non esce la sera". Piccioni è un regista che può piacere o meno, ma ha secondo me un grosso pregio rispetto a molti suoi colleghi: sa costruire e mettere in scena i suoi personaggi come pochi. Non cerca effetti speciali o scorciatoie ingannevoli per attrarre, ma cerca nelle sue storie dei tratti emblematici ma nascosti del vivere quotidiano, facendoli emergere in un incontro o una situazione imprevista. E' quanto accadeva in film per me molto belli come "Fuori dal mondo", forse il suo vertice, o anche "La vita che vorrei", l'ultima sua opera prima di questa (2004).


Qui c'è uno scrittore emergente in attesa della consacrazione definitiva (un premio letterario), che s'imbatte un giorno in una misteriosa insegnante di nuoto. Lui non sa nuotare e lei glielo insegna: ma la loro attrazione scorre su altri binari. E' l'incontro di due disagi che cercano una via d'uscita dalle loro vite giunte a un punto morto: lui non sa se davvero scrivere ha un senso, ma si lascia guidare nei meccanismi editoriali con fatalismo, mentre lei è una reclusa (ha ucciso un uomo) e non esce mai la sera proprio perchè i suoi permessi sono limitati alle ore di lavoro in piscina. Lui sta cambiando casa, ma senza entusiasmo per la prospettiva e la moglie, e lei non è più riuscita a parlare con sua figlia dopo averla abbandonata anni prima. Le reciproche mancanze, e le piccole competenze specifiche (saper esprimere i sentimenti, muoversi dentro e sotto l'acqua) sono alla base del loro rapporto, fatto di spiragli e passi falsi dentro la complessità delle rispettive situazioni. Film amaro, crepuscolare direi. Valeria Golino offre un'interpretazione strepitosa, mentre Valerio Mastandrea è perfetto con la sua consueta perplessità che forse in questo caso maschera un fondo egoistico.


E' un film sull' insicurezza, sulla paura di uscire dal guscio delle abitudini, per quanto pesanti siano: come se fossero comunque una sorta di protezione contro l'ignoto di nuove esperienze. Una specie di radiografia di quel che siamo oggi, insomma, dell'aria (precaria) che tira. Piccioni lo racconta con la tipica sobrietà espressiva, che non è affatto inerte e indolore come può sembrare a un occhio superficiale: anzi, incide a fondo, anche con qualche tocco di malinconico umorismo. Vedete e giudicate.

postato da: armapo alle ore 18:12 | Permalink | commenti (8)
categoria:cinema, film, , attualitĂ , piccioni
mercoledì, 25 febbraio 2009

Due film visti ultimamente che segnalo volentieri sono "Il dubbio" di John Patrick Shanley e "The Reader" di  Stephen Daldry.  Ignorato completamente il primo dagli ultimi Oscar, e solo marginalmente il secondo, per quel che vale ovviamente una competizione del genere: il solo fatto di aver escluso dalla cinquina finale un film come "Gomorra" basterebbe a sollevare più di una perplessità sui criteri di giudizio.


Dei due, "Il dubbio" mi ha colpito molto di più: i due attori protagonisti, Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman, sono magistrali nel dare corpo a una sorta di duello psicologico, e non solo, s'un tema delicatissimo come quello della pedofilia. Forse per raffreddare un argomento di scottante attualità nella Chiesa di oggi, oppure per sottolineare che il problema è annoso, è ambientato in una scuola religiosa del Bronx, nel 1964, e l'origine teatrale del testo scritto dallo stesso regista si riflette nella dimensione claustrofobica e molto "concentrata" della sceneggiatura, con rarissimi esterni. Si apprezzano i dialoghi molto calibrati, le sottili sfumature caratteriali e un'ambientazione molto curata. Un film a suo modo molto classico, nel senso migliore del termine, che farà il piacere di quanti (come me) hanno sempre preferito un cinema riflessivo a quello che punta sui fuochi d'artificio. Non vi deluderà.


Più articolato il discorso su "The Reader". Storia molto avvincente che porta in campo un pezzo di storia tedesca in chiave personale: un adolescente scopre il sesso e l'amore con una donna più grande che, come scoprirà solo più tardi, è stata sorvegliante nazista ad Auschwitz e viene processata a metà degli anni Sessanta. Scisso tra il ricordo affettivo e l'orrore della verità, il protagonista fatica a trovare il modo per ristabilire un contatto con lei, se non quando è già tardi. Gli attori sono eccellenti, soprattutto Kate Winslet (che appunto ha preso l'Oscar per il ruolo), e il film è girato da un'angolazione piuttosto originale, mettendo in risalto come spesso una cieca obbedienza al regime nazista trovasse terreno fertile soprattutto tra le persone più semplici, con una visione alquanto limitata delle cose. E non dico di più per non farmi sgridare dai miei tre lettori...Qualcuno troverà forse che si cerca di giustificare, o attenuare, in questo modo una colpa che rimane imperdonabile, ma a me pare invece che il tentativo sia solo di restituire a quella tragedia storica un alone meno generico e più prosaico, entrando più a fondo nella verità di una singola persona. Il che non cambia di una virgola la sostanza delle cose, intendiamoci, ma cerca un modo diverso di raccontarle. Il film è tratto dal romanzo di Bernhard Schlink  "A voce alta". Buone visioni a tutti.

postato da: armapo alle ore 13:12 | Permalink | commenti (15)
categoria:cinema, film, schede, oscar, attualitĂ 
venerdì, 06 febbraio 2009

Il 29 gennaio scorso è morto John Martyn. Non so quanti lo conoscano, ma è stato un grande esponente del folk-rock inglese, anche se passato il suo periodo migliore (1971-1975) è rimasto sempre ai margini della scena musicale.


Scozzese di nascita, cominciò alla fine degli anni Sessanta e incise anche un paio di dischi con la moglie Beverley. Poi ebbe inizio la sua parabola artistica migliore, che coincide con la stretta collaborazione con Danny Thompson dei Pentangle. Escono dischi di grande bellezza, come "Bless the Weather" (1971) e soprattutto "Solid Air", del 1973, che Martyn dedicò all'amico e collega Nick Drake. Il suo tipico stile chitarristico, molto sofisticato, e una voce dal timbro caldo e umbratile lo rendono assolutamente inconfondibile. Consiglio a tutti di procurarsi gli album citati e ascoltarli con l'attenzione che meritano i veri artisti: per molti sarà una sorpresa, per gli altri comunque un piacere.


Per ricordarlo, ecco un video da YouTube.


.

postato da: armapo alle ore 17:48 | Permalink | commenti (13)
categoria:musica, dischi, attualitĂ , john martyn, folk-rock
giovedì, 22 gennaio 2009

Ultimamente mi è capitato di vedere due film come "Il giardino di limoni" e "L'ospite inatteso". Il primo, una coproduzione tra israeliani e francesi, è opera del regista Eran Riklis, e sembra raccontare una storia di normale attualità per chi vive sulla sua pelle ogni giorno il conflitto arabo-israeliano. Poi le notizie dal medio oriente hanno parlato ben altro linguaggio: guerra e distruzione, una tragedia senza fine apparente.


Nel film invece una donna difende il suo giardino dalla sicurezza israeliana, decisa a estirparlo per evitare un possibile nascondiglio ai terroristi interessati a colpire la villa del ministro delle difesa che ha pensato di stabilirsi proprio lì davanti. La donna cerca di far valere le sue ragioni, ma l'unica che forse può capire la sua sofferenza è proprio la moglie del ministro: due donne divise che per un momento si sentono unite dall'assurdità di una barriera che ogni giorno annienta i diritti delle persone. Come a dire che la sensibilità femminile ha più antenne per percepire che l'odio non porta da nessuna parte. L'attrice che interpreta Salma (la proprietaria del giardino) si chiama Hiam Abbas: bravissima e con un viso di affilata intensità che non si dimentica. Tanto più che l'ho ritrovata nell'altro film, "L'ospite inatteso", diretto da Thomas McCarthy: qui è la madre palestinese di un giovanotto che vive in America suonando nei locali, ma senza il permesso di soggiorno. Un professore universitario un po' malinconico lo ospita dopo averlo trovato nel suo appartamento di New York, dove non soggiorna da anni: tra i due nasce una curiosa amicizia facilitata proprio dalla musica, finché il ragazzo è fermato per una sciocchezza e quindi espulso. La madre ha fatto in tempo a conoscere il professore che aiuta il figlio, ma una possibile relazione sentimentale tra loro due è troncata sul nascere dalle circostanze.


Film delicato, di tono crepuscolare e intimista, sulle differenze e le affinità che a volte possono scavalcarle, per fortuna, anche se i rapporti più veri fanno fatica a imporsi in un mondo ossessionato dalla paura dell'altro. La Abbas è brava anche qui, comunque, almeno quanto l'altro attore che interpreta il docente:  Richard Jenkins. Se i due film capitano dalle vostre parti vi consiglio di andare a vederli: fanno pensare mentre emozionano, come tutte le cose che valgono.

postato da: armapo alle ore 20:06 | Permalink | commenti (3)
categoria:recensioni, cinema, film, attualitĂ , novitĂ 
mercoledì, 14 gennaio 2009

Appunti sparsi.


"Gomorra" non vincerà l'Oscar, probabilmente. Poco male, visto che comunque è stato, e sarà, molto visto anche all'estero. Un film a quello deve puntare, a circolare quanto più possibile e suscitare domande, emozioni, riflessioni. Il resto aiuta, certo, ma non è il punto centrale. Chi ci ha messo i soldi forse non sarà d'accordo, ma secondo me è così. Nel frattempo Ettore Scola dichiara la sua stanchezza verso il mestiere di "fare" cinema: nel senso che lo ritiene quasi inadeguato a stare dentro la realtà di oggi, che si evolve continuamente e che diventa, secondo lui, quasi irrappresentabile con gli strumenti del cinema. Osservazione interessante, ma discutibile. Proprio Garrone e Sorrentino coi loro ultimi e acclamatissimi film dimostrano che, volendo, realtà complesse e imbarazzanti possono venir raccontate: la capacità di un regista sta appunto nel trovare i modi, le formule narrative e visive, per farlo. Scola ha diretto alcuni capolavori del cinema italiano, come "Una giornata particolare" e "C'eravamo tanti amati", è sperabile che la sua stanchezza sia solo passeggera e che torni presto a lavorare come sa.


In tivù Fabrizio De André è stato ricordato nello speciale di Fazio: anche se l'ho seguito solo a spezzoni, mi è parso comunque un omaggio molto rispettoso dell'autore genovese. Della sua  musica soprattutto:  poche parole, qualche ricordo di chi lo ha conosciuto, e poi tanti ospiti che hanno cantato canzoni famose e meno famose. Molto interessante la performance di Nicola Piovani che collaborò con l'autore genovese in un paio di album, e ha eseguito le parti strumentali di "Storia di un impiegato". Bellissima  e intensa anche "Creuza de ma" cantata a due voci da Cristiano De André e Mauro Pagani sullo sfondo del porto di Genova. Emozione pura, senza nessuna sbavatura. La musica, qualunque sia, è questo: tutto il resto è solo gossip miserrimo per i giornaletti. In occasioni del genere, non dico che si è contenti, ma si accetta meglio perfino l'idea di pagare il canone Rai.

postato da: armapo alle ore 12:52 | Permalink | commenti (20)
categoria:musica, cinema, attualità, de andré
lunedì, 05 gennaio 2009

Ho visto "Come dio comanda" di Gabriele Salvatores, film tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti. Siccome il libro mi era piaciuto molto, posso legittimamente dire che il film mi ha un po' deluso. Come sempre succede, ogni lettore si costruisce già il suo film durante la lettura, e quando qualcuno ti propone la sua visione dello stesso libro si fa fatica a ritrovarcisi.


Il film, voglio precisarlo, conferma che Salvatores è un ottimo regista: le singole sequenze sono girate piuttosto bene, e gli attori sono bravi. Il problema che ho riscontrato è che la materia del romanzo, come forse era inevitabile, viene ridotta all'osso e si sofferma quasi esclusivamente sul rapporto padre-figlio: lui una specie di lupo solitario disoccupato e collerico, dalla morale nazistoide, e il figlio adolescente che si sforza di adeguarsi ai dettami discutibili di un'educazione ruvida dove non manca l'affetto, ma piena di spigoli. Il problema è che si tratta di una famiglia povera, marginale, inserita nel ricco nord-est industriale, dove però il benessere degli altri confligge con la situazione precaria dei due. Nel libro di Ammaniti questo contrasto sociale era molto più evidente e lavorato, e creava lentamente un accumulo di rabbia e tensione che spiegava poi la violenza di certi episodi. Qui invece la scena dell'uccisione della ragazza da parte di Quattroformaggi (l'amico ritardato dei due) sembra arrivare troppo presto, e senza che se ne colgano le implicazioni. Peccato perché il film ha una sua forza, e Filippo Timi (il padre) si conferma un attore duttile e convincente, come lo stesso Elio Germano nei panni dell'amico svitato.


Insomma, il sodalizio Salvatores-Ammaniti stavolta non funziona troppo. In "Io non ho paura" il regista aveva puntato con intelligenza sul paesaggio assolato del sud, dove il protagonista cresceva dolorosamente quando scopriva il male intorno a sé, anzi in casa sua: il contrasto tra la luce piena dell'infanzia e le ombre nascoste che vanno poi a intaccare, anche psicologicamente, quel quadro, era il punto di forza del film. Qui mancando l'approfondimento dei personaggi e anche un'invenzione forte di quel tipo, che giustifichi la vicenda nel complesso, i singoli episodi sembrano frammenti che non arrivano a comporre un mosaico convincente. Del resto nella storia dei rapporti tra letteratura e grande schermo sono più le scommesse perse che quelle vinte, e stavolta anche un regista valido come Salvatores ha pagato pegno. Succede anche ai migliori.

postato da: armapo alle ore 19:11 | Permalink | commenti (5)
categoria:cinema, film, attualitĂ , salvatores
domenica, 23 novembre 2008

Stavo facendo un po' di conti l'altro giorno e mi sono accorto che quest'anno ho visto una dozzina di film (in sala voglio dire), e di questi ben otto sono italiani. Sono un inguaribile patriota o è solo un caso? La verità è un'altra: nei cinema della mia città in questa prima parte di stagione i film italiani hanno effettivamente invaso le sale come raramente è successo. E' un dato ormai evidente che il pubblico non rifiuta più il cinema italiano, come avveniva fino a qualche anno fa, anzi la tendenza si è invertita: i gestori l'hanno capito e allora questo spiega l'invasione degli italiani. Oltretutto i film di altre cinematografie non erano granché, dal mio punto di vista. Tra le otto pellicole di casa nostra c'erano dei film parzialmente non riusciti, qualcuno discreto, un paio decisamente belli.


E' bello anche "Il passato è una terra straniera" di Daniele Vicari, nel quale recitano attori sulla cresta dell'onda come Elio Germano, e altri comunque molto bravi come Michele Riondino (una piacevole scoperta) oltre alla già affermata Chiara Caselli. Tratto dal romanzo dello scrittore e magistrato Gianrico Carofiglio è ambientato in una Bari a due facce: quella rispettabile della buona borghesia, e quello delle sale da gioco dove il benestante Giorgio e il luciferino Francesco , diventati amici per caso dopo una rissa, sono complici nello spennare gente ricca e anche temibile. Molto notturno e girato abilmente con passo e ritmo da thriller, è un film pieno di facce, musica, atmosfere ambigue, realistico e anche crudo, che parte benissimo e poi forse si sfrangia qua e là, ma tiene comunque avvinti fino al termine. Non privo di qualche difetto, forse, ma meritevole per molti aspetti.


Tra i non italiani invece è bellissimo "La classe" di Laurent Cantet, del quale molto si è parlato. Giustamente, perché con la sua apparenza di documento-verità è soprattutto una riflessione, sentita e molto incisiva, sul ruolo fondamentale della scuola pubblica nella società multietnica di oggi, dove il rischio di escludere e discriminare si può cogliere anche nelle lezioni quotidiane di questi studenti d'un liceo della periferia parigina. Attualissimo anche da noi, con tutto quello che sta succedendo nelle piazze e non solo. E' girato tutto in interni, non ha nessun appeal divistico di tendenza, ma alla fine è una scommessa vinta che fa pensare, dopo averti coinvolto con le sue venticinque microstorie umane: anzi ventisei, contando il professore che si cimenta, perchè ci crede, nella faticosa impresa di tenere insieme i fili di una classe così complicata. Sa benissimo che non c'è altra scelta: saper convivere è un'arte necessaria.

postato da: armapo alle ore 18:42 | Permalink | commenti (8)
categoria:cinema, film, scuola, attualitĂ