Certi giorni vorresti spaccare il mondo come un castello di carte e non si può. Tutto va a rilento, i tempi si susseguono con un rollìo di cosa inerte che scivola s'un piano inclinato ma non troppo. Il fatto è che stai aspettando: magari una notizia, una conferma, una telefonata a tempo scaduto...E poi, diceva quello, è subito sera. Vabbé.
Avresti molte cose da dire, ma non sai a chi. Sarebbe facile, diciamo, prendere il telefono e chiamare il solito amico di sempre. Ci giochi la schedina il sabato, con lui, si aggiorna le nostre impressioni sulla città, le sue tivù, i suoi personaggi onnipresenti e nulladicenti, le sue folle di turisti dall'aria stupita. Hai visto quello ieri? Che razza di coglione! E hai sentito l'altro? Che schifo! Poi si ride, ci si lancia in meccanici giochi di parole, battute e ribattute, si ammira un culo e se ne ricorda (con nostalgia) un altro...Cose così. Invece quest'amico non lo chiami stasera, troppo facile, e poi cos'ha fatto di male per starmi a sentire? Già glieli faccio a peperini quando ho le mie uggie pre-senili, i miei disturbi veri o immaginari, dalla gastrite al senso d'inutilità, ma no, pensi, stasera lasciamolo in pace, tanto lo vedo domani per tentare la sorte al toto.
Così attendi l'ora di cena, e altro non hai voglia di fare. Niente musica, niente libri. Ti ascolti, speri solo non vengano a romperti l'anima con qualche bega condominiale. Mio dio, l'orrore di un' assemblea! Mai come in certi casi vorrei essere dimenticato: io non c'ero, e se c'ero dormivo. Amen.
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