sabato, 24 settembre 2005

Ho rivisto "L'infernale Quinlan" di Welles. Fascinoso poliziesco di frontiera, con Welles grandissimo attore: grasso e ripugnante, ma capace di far balenare una sua paradossale grandezza in controluce, ad esempio nel rapporto con Tanya, una misteriosa Marlene Dietrich.

Rivedo, riascolto, rileggo perché del mio PC nuovo non ho notizie, e comincio ad avere troppo tempo da riempire. Si finisce per pensare se ne vale la pena. Come quando rivedi una vecchia fiamma (fiammella) e ti stupisce aver passato notti insonni per lei. Ovvio, può essere reciproco, ma il punto è: ne valeva la pena? Sì, se ti ha insegnato qualcosa su te o gli altri, se adesso hai una maggiore capacità di sentire la vita. In un bellissimo articolo letto oggi su "Repubblica", Philip Dick confrontava gli androidi dei suoi racconti con certe donne amate e perdute. Sono androidi, nella vita, quelle persone che non sono mai in empatia col prossimo, che considerano l'altro solo quando e se può essergli utile. L'androide vede gli altri in modo meramente strumentale. Allora, dico io, perfino amare e sentirsi respinti da uno così vale la pena: perchè ti senti migliore, tu devastato, davanti a uno che non sente più niente. Provi pena per te stesso, ma anche per lui. Il discrimine, insomma, tra uomo e androide, è saper comunque sentire la vita. O no?

postato da: armapo alle ore 18:17 | Permalink | commenti
categoria:cinema, orson welles, androidi