Alcuni critici, leggo oggi, si sono messi insieme per pubblicare (a sedici mani) un'antologia poetica del novecento italiano, nell'intento di svecchiare categorie di giudizio considerate ormai obsolete. Impresa meritoria, ma immagino già le discussioni e le ripicche per le esclusioni eccellenti e le inclusioni inopinate. Si sa: in poesia la normalità non esiste, e forse sta lì il suo bello. Chi scrive versi dopo i venticinque anni non è come tutti gli altri: non si arrende alla prosa della vita, ecco, e si ostina a parlare quella lingua "altra". Genio o imbecillità? Né l'uno né l'altro, credo.
La domanda vale anche per me, che ho scritto poesie fino a ieri (ma faccio molta fatica da un po'). Non si dice spesso, comunque, che tutti dovremmo restare un po' bambini, e far emergere non solo la ragione e il calcolo, ma anche i sentimenti e le emozioni più nascoste? La poesia pare fatta apposta per lo scopo, direi: e poi, almeno, non fa male a nessuno. Lo diceva Montale che magari non serve a niente, ma di sicuro non nuoce mai...Ipse dixit. Che si legga più prosa che versi lo trovo normale. Dove la infili una poesia, con l'attenzione che richiede, tra un cellulare che fibrilla, il rumore della strada, le urla dei bambini, la bolletta che ti rovina la giornata? Svanisce, si dilegua. Eppure, qualche minuto, e proprio per le ragioni appena elencate di quel caos che ti attanaglia, non farebbe male trovarlo. Conquistarselo, ecco, come uno spazio piccolo piccolo che cerchi per te stesso, quando hai voglia di raccoglierti, ritrovarti. Come da bambini, magari, quando prima di dormire ci si sentiva in dovere di sillabare tra sè la preghiera di rito. Sarebbe il nostro ultimo rito, quella poesia prima del sonno. Leggere, seguire un film nella sala buia del cinema, sono forse questi gli ultimi riti silenziosi che un uomo di oggi può ancora dedicarsi, e celebrare.
Naturalmente c'è anche la poesia noiosa, e invece la letteratura in genere può insegnarti anche a ridere, a guardare il mondo da angolazioni curiose e inedite. Penso a Celine, e a tanti altri iconoclasti, che hanno scritto al di fuori delle mode e degli schemi tradizionali: le scuole creative, loro, le hanno fatte a pezzi e hanno fondato la scuola della propria esperienza umana, unica e irripetibile. Sono gli individui a scrivere e creare, non le accademie. Bisogna essere veri, prima che corretti: altrimenti avremmo un mondo di noiosi pedanti che scrivono tutti le stesse storielle senza sangue. E ce ne sono molti anche oggi.










