Il brano era inserito in un album intitolato semplicemente "Alan Sorrenti", pubblicato nel 1974, dopo cioè i due acclamati primi dischi che fecero di Sorrenti un fenomeno ben assimilabile al movimento del progressive italiano. Indubbiamente in questa terza prova non si raggiungono quelle vette espressive, ma non si tratta affatto di un prodotto insulso come si vuol far credere. La cosa singolare, piuttosto, è che di questo album nessuno sembra avere la più pallida idea: capita di trovare sulla rete delle schede dove lo si liquida come una raccolta di classici della canzone partenopea, paragonandolo ai tentativi simili di Roberto Murolo (!). Ma no, non è così: a parte il citato "Dicitencello vuje", che non vuol certo essere un recupero "filologico", perché Sorrenti lo interpreta sempre col suo tipico stile di canto, ondivago e psichedelico, il resto del disco offre brani originali che non si discostano neppure troppo da quelli più brevi contenuti nei suoi due precedenti. Anche in questo caso, come capita non così raramente, siamo di fronte a una curiosa stroncatura "a priori" di un musicista e di un disco, che viene giudicato, si direbbe, ancora prima di averlo ascoltato. Ammettiamolo: non è il massimo valutare in questo modo non dico la musica, ma qualsiasi cosa. Non si fa. Si giudica solo ciò che si conosce direttamente, altrimenti si ha la stessa credibilità di un cieco che descrive un paesaggio. Voi vi fidereste?Non voglio sostenere che bisogna riscoprire il terzo album di Sorrenti come un capolavoro, intendiamoci, ma semplicemente ridargli il giusto valore. Contiene sette tracce, un paio delle quali superano i sette minuti, e ha comunque i suoi momenti di buon livello. L'iniziale "Un viso d'inverno", ad esempio, scorre liquida e intrigante su chitarra acustica, piano elettrico e la tipica voce dell'artista, creando un'atmosfera suggestiva. Lo stesso vale per l'altro pezzo lungo, "Ma tu mi ascolti", ancora più ipnotico, specie nella coda strumentale coi suoi vocalizzi cullati dal morbido apporto di percussioni, basso e chitarra acustica. Episodi di tutto rispetto, niente affatto spregevoli, anzi. "Poco più piano" è un piacevole motivo corroborato da inserti di violino e fiati, con vivaci percussioni di supporto, mentre Sorrenti recita il testo a suo modo, prolungandolo cioè oltre il limite metrico, in uno stile che rimane proverbiale.
Altri brani del disco esprimono invece una sorta di saturazione psicologica, diciamo pure di malessere, che sembra appunto il riflesso delle tensioni che si addensavano sul cantante in quel periodo: ad esempio "Microfoni assassini" o anche la più roccheggiante "Sulla cima del mondo", quasi un autoritratto d'artista che vive un conflitto profondo. In questo senso, si tratta anche di un album di transizione, che prelude alla successiva svolta musicale e al trasferimento in America.
In ogni caso, seppure inferiore come audacia sperimentale ai due precedenti, merita senz'altro un ascolto, e tra le pieghe ci racconta anche quanto in quegli anni certi pregiudizi critici, a volte fin troppo sommari, potevano lasciare il segno su artisti di questo spessore. Un vero peccato per chi ci è passato, ma anche una fortuna esserne finalmente usciti.
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Lo stesso per la PFM, che nel 1972, è verissimo, sforna due dischi eccellenti ("Storia di un minuto" e "Per un amico"), guadagnandosi subito un posto nel pantheon prog e nel cuore degli appassionati, ma che pure nel 1975 realizza un disco a mio avviso molto valido come "Chocolate Kings", per la prima volta, oltretutto, avvalendosi di un singer finalmente all'altezza come Bernardo Lanzetti, che canta in inglese testi acidi e corrosivi verso il mito americano.
Atmosfere oscure, larghi spazi di mellotron e chitarra, suoni misteriosi che di colpo si traducono in lunghe sgroppate strumentali, tra