lunedì, 30 novembre 2009
Se c'è un artista che ha scontato più di altri la "ferocia" degli anni Settanta, con le sue storture e i suoi estremismi, questo è Alan Sorrenti. Lui stesso ricorda di essere stato praticamente "linciato" dal vivo, all'incirca nel 1975, dopo cioè il successo di un pezzo come "Dicitencello vuje", che riproponeva un classico della canzone napoletana. Il successo commerciale, ormai lo sappiamo, era visto sempre e comunque come un tradimento, un vendersi l'anima: oggi viene da sorridere, ma così era.

Il brano era inserito in un album intitolato semplicemente "Alan Sorrenti", pubblicato nel 1974, dopo cioè i due acclamati primi dischi che fecero di Sorrenti un fenomeno ben assimilabile al movimento del progressive italiano. Indubbiamente in questa terza prova non si raggiungono quelle vette espressive, ma non si tratta affatto di un prodotto insulso come si vuol far credere. La cosa singolare, piuttosto, è che di questo album nessuno sembra avere la più pallida idea: capita di trovare sulla rete delle schede dove lo si liquida come una raccolta di classici della canzone partenopea, paragonandolo ai tentativi simili di Roberto Murolo (!). Ma no, non è così: a parte il citato "Dicitencello vuje", che non vuol certo essere un recupero "filologico", perché Sorrenti lo interpreta sempre  col suo tipico stile di canto, ondivago e psichedelico, il resto del disco offre brani originali che non si discostano neppure troppo da quelli più brevi contenuti nei suoi due precedenti. Anche in questo caso, come capita non così raramente, siamo di fronte a una curiosa stroncatura "a priori" di un musicista e di un disco, che viene giudicato, si direbbe, ancora prima di averlo ascoltato. Ammettiamolo: non è il massimo valutare in questo modo non dico la musica, ma qualsiasi cosa. Non si fa. Si giudica solo ciò che si conosce direttamente, altrimenti si ha la stessa credibilità di un cieco che descrive un paesaggio. Voi vi fidereste?

Non voglio sostenere che bisogna riscoprire il terzo album di Sorrenti come un capolavoro, intendiamoci, ma semplicemente ridargli il giusto valore. Contiene sette tracce, un paio delle quali superano i sette minuti, e ha comunque i suoi momenti di buon livello. L'iniziale "Un viso d'inverno", ad esempio, scorre liquida e intrigante su chitarra acustica, piano elettrico e la tipica voce dell'artista, creando un'atmosfera suggestiva. Lo stesso vale per l'altro pezzo lungo, "Ma tu mi ascolti", ancora più ipnotico, specie nella coda strumentale coi suoi vocalizzi cullati dal morbido apporto di percussioni, basso e chitarra acustica.  Episodi di tutto rispetto, niente affatto spregevoli, anzi. "Poco più piano" è un piacevole motivo corroborato da inserti di violino e fiati, con vivaci percussioni di supporto, mentre Sorrenti recita il testo a suo modo, prolungandolo cioè oltre il limite metrico, in uno stile che rimane proverbiale.

Altri brani del disco esprimono invece una sorta di saturazione psicologica, diciamo pure di malessere, che sembra appunto il riflesso delle tensioni che si addensavano sul cantante in quel periodo: ad esempio "Microfoni assassini" o anche la più roccheggiante "Sulla cima del mondo", quasi un autoritratto d'artista che vive un conflitto profondo. In questo senso, si tratta anche di un album di transizione, che prelude alla successiva svolta musicale e al trasferimento in America.

In ogni caso, seppure inferiore come audacia sperimentale ai due precedenti, merita senz'altro un ascolto, e tra le pieghe ci racconta anche quanto in quegli anni certi pregiudizi critici, a volte fin troppo sommari, potevano lasciare il segno su artisti di questo spessore. Un vero peccato per  chi ci è passato, ma anche una fortuna esserne finalmente usciti.
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domenica, 22 novembre 2009

Esistono i "passaparola", e i luoghi comuni, anche nella musica rock e in coloro che ne scrivono. Quel disco è mediocre, punto. Quell'altro manca di passione, amen. Sarà vero, o esiste una innata pigrizia in chi scrive a voler verificare certe affermazioni che si tramandano ai posteri come un contagio senza rimedio?

Ad esempio: "Chocolate Kings", della PFM, viene generalmente sottovalutato dagli esegeti, grandi e piccini, come un disco "professionale" ma in fondo poco originale, rispetto alle prime prove del gruppo di Franz Di Cioccio. Altro esempio: "Contrappunti" delle Orme è un disco che tutti considerano "freddo", perciò minore, mettendolo in secondo piano rispetto ad altri.

Uscendo dall'Italia, è successo ad esempio con i King Crimson di "Island": album di grande fascino, ma volutamente attraversato da nuove suggestioni, meno epiche e più composite, se paragonate a quelle del primo, acclamatissimo disco. Ce li siamo persi, lamentarono a suo tempo, e ribadiscono anche oggi, i fans di Fripp.

Verità o supponenza?

Vediamo. L'impressione che ho maturato è che, molto semplicemente, ci si affezioni spesso a certe formule musicali che identificano, in pubblico e critica, un determinato artista. Così, per tenerci ai nostri due esempi, Le Orme restano cristallizzate sui canoni prog di "Collage" o "Felona e Sorona", e ogni volta che sgarrano in cerca,  magari, di nuova ispirazione, vengono subito bollati come artisti in declino oppure, peggio ancora, come ormai venduti al dio denaro, ammiccanti e corrotti nell'animo.



Lo stesso per la PFM, che nel 1972, è verissimo, sforna due dischi eccellenti ("Storia di un minuto" e "Per un amico"), guadagnandosi subito un posto nel pantheon prog e nel cuore degli appassionati, ma che pure nel 1975 realizza un disco a mio avviso molto valido come "Chocolate Kings", per la prima volta, oltretutto, avvalendosi di un singer finalmente all'altezza come Bernardo Lanzetti, che canta in inglese testi acidi e corrosivi verso il mito americano.

La mia domanda è: si può condannare un artista, mutevole e irrequieto per natura, a ripetere sempre le solite cose? Io penso sia ingiusto, e imputo una tale pretesa al vizio, legittimo ma discutibile, di chi non sopporta di essere spiazzato da un'improvvisa svolta del suo artista prediletto. Perché, si chiede costui disorientato, il mio idolo mi ha tolto il mio giocattolo preferito? Mi divertivo tanto...

Per conto mio, i dischi citati come pietra dello scandalo, sono tutti preziosi esempi dell'evoluzione di un musicista, e proprio perché non siedono sugli allori già conquistati come fanno coloro che vivono di pingue rendita. Vero è che la musica non deve essere solo "nuova" per essere valida, bisogna che le idee siano supportate da un'esecuzione all'altezza. Onestamente a me pare che gli album portati ad esempio abbiano tutti questi requisiti.

Se guardiamo alle Orme, che i detrattori accusano spesso di furbate e opportunismo biecamente commerciale, leggo la loro storia in altro modo: "Collage" anticipa nel 1971 una formula triangolare (basso, tastiere, batteria) ancora inedita in Italia; "Uomo di pezza" aggiunge alla ricetta iniezioni più melodiche e morbide, anche più rifinite, che culminano senza dubbio nel sound sinfonico di "Felona e Sorona", uno dei concept più apprezzati nel mondo. I dischi sono anche molto venduti, e dunque, se i veneziani fossero stati tanto furbi, perché non proseguire sulla stessa strada così fruttuosa e remunerativa? "Contrappunti", uscito l'anno dopo, eccede forse in tecnicismo, nel brano omonimo e qua e là, ma testimonia soprattutto una volontà di andare avanti, anche nei testi, pieni di coraggiosi riferimenti allo stato delle cose: aborto, ambiguità delle chiesa, la bomba atomica indiana.

E quanti altri gruppi, come fece la PFM di "Chocolate Kings", avrebbero inciso un disco così lucidamente critico verso l'America, sapendo che proprio quel mercato aspettava da loro il disco della vera consacrazione? Il coraggio di esprimersi senza remore, senza calcoli, non è un pregio indispensabile da parte di un musicista?

Forse ogni disco, ogni artista, merita più rispetto: non per la sua storia passata, ma per il coraggio di uscire dai paletti espressivi, e dal meschino calcolo, che altri vorrebbero imporgli. Ogni volta che lo fa, invece che criticarlo, bisognerebbe rendergli omaggio: perché, in qualche modo, contribuisce ad allargare i nostri orizzonti piccoli piccoli. E ci costringe a pensare.

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lunedì, 09 novembre 2009


A proposito di musica prog "retrò", mi pare doveroso segnalare un disco come "The Weirding", opera prima degli americani Astra. E' un quintetto californiano che ha poche ma chiarissime idee: il loro territorio è quello del vintage prog anni Settanta, con influssi spaziali e dark, e lo esplorano in lungo e in largo senza risparmio. Il disco infatti è fin troppo lungo, ma non si può negare che colpisca sovente nel segno.

Atmosfere oscure, larghi spazi di mellotron e chitarra, suoni misteriosi che di colpo si traducono in lunghe sgroppate strumentali, tra King Crimson e Genesis, ma anche con qualche richiamo al rock più duro, seppure diluito e raffinato nello schema più romantico e gotico che il quintetto predilige, come si desume anche dalle immagini della copertina.

Di fronte a dischi del genere sono puntualmente combattuto tra due opposte sensazioni: è musica che mi entra in circolo senza problemi, ma nello stesso tempo mi chiedo se non si tratti di progetti fin troppo cristallizzati in una formula che altri, pur muovendo dagli stessi modelli,  provano invece a rinnovare.

Insomma, un bel disco, a tratti emozionante, ma rimane il sospetto che nel 2009 forse bisognerebbe anche esprimere contenuti più personali. 

In casi del genere, è sempre il gusto soggettivo di chi ascolta a  decidere: ognuno dunque può giudicare "The Weirding" secondo le sue inclinazioni. Non ho dubbi però sul fatto che nel suo genere sia un album davvero notevole, suonato in maniera egregia, che qualcuno tra i proggers della rete ha già definito uno dei dischi dell'anno. Io ve lo segnalo, perché in ogni caso merita senz'altro un ascolto.



Qui potete leggere la mia recensione su "AltreMuse":

      http://xoomer.virgilio.it/altremuse/recensioniprog.htm#recensioni

Ecco il sito ufficiale del gruppo: 

      http://www.astratheband.com/ 

 
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categoria:musica, dischi, prog, schede, astra, rock progressivo