venerdì, 30 ottobre 2009
Come sta il rock? La domanda è lecita: sono molti i valori e le istituzioni di riferimento che oggi se la passano male, e non si vede perché la musica più trasversale del dopoguerra debba fare eccezione.

A occhio e croce il rock sopravvive, pur senza vivere un periodo particolarmente brillante, e già mi sembra molto, nonostante il vertiginoso calo dei dischi venduti e via dicendo. La cosa che mi colpisce di più però è questa: si nota anche nei più giovani una voglia di guardare indietro, alla musica dei loro padri e dei fratelli maggiori. Un fenomeno che secondo me non esisteva fino a una decina d'anni fa: negli anni Settanta nessun adolescente avrebbe mai scelto di ascoltare la musica della generazione precedente. Nel 1976-1977, per capirci, io ascoltavo i Genesis, il Banco o i Pink Floyd, non certo Nilla Pizzi, Modugno o Jimmy Fontana. In quest'ultimo periodo, invece, mi capita di ricevere messaggi di giovani sui diciotto-vent'anni che dichiarano di ascoltare solo rock anni Settanta, o Sessanta addirittura, cioè lo stesso che ascoltavo io trent'anni fa. Bisogna ammettere che è curioso. Insoddisfazione per la musica odierna o c'è dell'altro?

Più in generale anche chi suona oggi, e qui parlo soprattutto del rock alternativo, manifesta una forte propensione ai modelli "vintage" del prog. Potrei citare il caso dei norvegesi Wobbler,  che con "Afterglow" ricalcano da vicino, con ottimi risultati, la musica prog del passato; o anche un solista come l'americano Matthew Parmenter  (ex cantante dei Discipline) che l'anno scorso pubblicò un vero gioiello come "Horror Express", che pare davvero nato da una costola di Peter Hammill. Per non parlare di un fenomeno come le Tribute Bands, cioè gruppi che ripropongono con scrupolo filologico, anche dal vivo, la musica di questo o quel gruppo degli anni Settanta. Un fenomeno in espansione che posso spiegarmi solo con la fame di passato delle nuove generazioni, che certi gruppi non hanno fatto in tempo a vederli suonare e si accontentano di queste "clonazioni". 

Ovviamente, si può trattare anche di un richiamo strumentale voluto per ragioni biecamente commerciali, ma sta di fatto che i segnali che rimandano all'epoca d'oro del rock si moltiplicano: valga per tutti il film di Ang Lee "Motel Woodstock", in questi giorni nelle sale. In ogni caso, il fenomeno sembra riguardare anche il mondo del  "mainstream": non si contano più i rifacimenti in chiave moderna di questo o quel classico, come se il passato fosse un serbatoio inesauribile in grado di offrire suggestioni ancora vitali. Se ne deve concludere allora che il rock, come tutte le esperienze e le creazioni umane, ha la sua infanzia (gli anni Cinquanta e il rock'n'roll), la sua adolescenza (i Sessanta del beat e della psichedelia), la sua maturità (i Settanta con il rock progressivo) e infine la sua inesorabile decadenza? Può essere, ma è anche vero che a un periodo di relativa stasi creativa è facile che succeda una fase di nuovo splendore: qualcosa del genere accadde negli anni Novanta, dopo il pop sintetico degli Ottanta, ad esempio. Staremo a vedere, ma è anche ormai certo che il rock ha già una storia alle spalle e dunque una sua classicità, con tanto di pantheon e divinità riconosciute, che risplende ormai di luce propria al di là delle mode più effimere. Il dibattito, come sempre, resta aperto.
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categoria:musica, riflessioni, rock, prog, tribute band, retrò
venerdì, 23 ottobre 2009




"Lo spazio bianco" di Francesca Comencini, da non confondere con la sorella Cristina (entrambe figlie del regista Luigi: una famiglia votata alla causa!) ripropone lo sguardo delle donne sulla vita e la morte. Lo fa con delicatezza, ma senza troppo indulgenze al femminile o stereotipi: il personaggio interpretato da Margherita Buy all'inizio non ha nessuna predisposizione alla maternità, ad esempio. Le capita di sbuffare d'impazienza in un cinema perchè un bambino piagnucola disturbando. Poi, come spesso succede, conosce il padre del bambino, e rimane incinta. Lui si defila, lei resta sola. Il film vero inizia qui.

Siccome poi la sua bambina nasce prematura al sesto mese, la donna resta per circa due mesi sospesa nel vuoto, attaccata all'incubatrice per sapere cosa sarà della piccola Irene: ce la farà oppure no? E' questa terra di mezzo, tra il prima e un dopo che non si palesa ancora, il suo spazio bianco: un'attesa snervante, riempita solo di ansia e pensieri contrastanti. La vuole questa bambina, oppure no? E che madre sarà, con tutte queste incertezze? Un percorso che la consuma, ma forse l'arricchisce anche di una nuova consapevolezza. Di sé, di un senso imprevisto e non preventivato della vita.

L'ambientazione napoletana deriva anche dal libro omonimo di Valeria Parrella, ma riesce funzionale: è una città aspra e scoperta, dove tutto sembra nudo, e anche questo serve a "stanare" il personaggio centrale dalle sue false sicurezze. All'inizio è chiusa nei suoi percorsi di donna che sta bene anche sola: insegna alle scuole serali, va al cinema, legge e si concede qualche storia fugace quando ne ha voglia. C'è sempre una specie di velo sottile, però, che la separa dagli altri: quelli che osserva quasi ipnotizzata quando la funicolare rasenta le case.

Poi arriva Irene e tutto cambia.

Che brava Margherita Buy: ogni volta che la vedo recitare mi sembra migliore della volta prima, ancora più matura e credibile. Regia sorvegliata, ma senza stucchevolezze accademiche, aperta. Onestamente realista, senza che questo implichi appiattimento: c'è sempre quel rovello che lavora la protagonista e tiene vivo il film fino in fondo. Non ci si annoia, si viene risucchiati nell'attesa di una liberazione, per tornare finalmente a guardare il mondo. Però da un'angolazione nuova, che prima era impossibile.

Davvero un bel film italiano, che consiglio a tutti.

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categoria:cinema, film, schede, attualitĂ , lo spazio bianco
venerdì, 09 ottobre 2009
Prima qualche segnalazione sparsa che rimanda al sito "AltreMuse".

Un profilo sugli Amon Duul II, forse la più importante band del Krautrock:

  http://xoomer.virgilio.it/altremuse/classiciprog_ae.html#amon

Altra scheda per un gruppo minore di buon livello, sempre tedesco, come gli Ikarus:

  http://xoomer.virgilio.it/altremuse/archivioprog_i.html#ikarus

Le due schede sono corredate, rispettivamente, da un video e da una breve clip audio.



Passando al cinema, ho sfidato le mie convinzioni cinefile (ogni tanto è giusto farlo), e ho visto il famigerato "Bastardi senza gloria" di Quentin Tarantino. Devo dire che stavolta lo spettacolo è notevole : rispetto a "Kill Bill", per esempio, a mio modo di vedere un progetto senz'anima, qui siamo davanti a un film di tutto rispetto. La trama è nota: un manipolo di soldati americani, bastardi di nome e di fatto, penetra nella Francia occupata dai nazisti e ne fa strage in agguati truculenti. I bastardi vengono poi a sapere che in un cinema di Parigi,  durante la proiezione di un film che esalta il valore di un cecchino del Reich, sarà presente l'intero comando supremo dell'esercito tedesco, incluso Hitler. Occasione troppo succulenta per non cercare di sfruttarla. Nel cinema in realtà si concentrano vendette  personali  a lungo covate ed elaborate congiure: il risultato è un inferno.

Se mettete da parte la Storia vera, i vostri scrupoli e ogni verosimiglianza, il film vi divertirà come un meraviglioso intrattenimento infantile. E' anche da notare che, nonostante il soggetto faccia presagire chissà quale sfoggio di effettacci e ammazzamenti (e in effetti un paio ce ne sono), Tarantino rispolvera soprattutto una delle sue doti migliori, che sembrava aver smarrito: l'accumulo progressivo della tensione attraverso snervanti preludi a base di chiacchiere e indizi secondari di grande effetto.

In sostanza, la girandola frenetica e un po' stolida degli ultimi film lascia il posto a sequenze girate benissimo, con grande senso della suspance e una prova eccellente del cast: più di Brad Pitt, in verità, segnalo la strepitosa interpretazione dell'austriaco Christoph Waltz (in foto) che vale da sola il prezzo del biglietto.



Un film senz'altro da vedere, anche se pensate che Tarantino non faccia per voi. Anche per me, onestamente, i capolavori veri sono altri, ma nel suo genere questo è cinema di gran classe: a suo modo, anzi, direi cinema allo stato puro.
postato da: armapo alle ore 17:54 | Permalink | commenti (4)
categoria:musica, recensioni, cinema, film, prog, tarantino