mercoledì, 30 settembre 2009
Ce la farà "Baarìa" di Giuseppe Tornatore a bissare l'Oscar del 1989 con "Nuovo cinema Paradiso"? Chissà. La corsa alla statuetta dorata è sempre insidiosa e, in larga parte, dovuta a fattori extra cinematografici: contano appoggi, sponsor, amicizie, che spesso travalicano il reale valore del film.

Ho visto il film ieri e una cosa voglio dire subito: è raro che un film della durata di due ore e mezza scorra così bene, senza punti morti, lasciando perfino il rammarico di vederlo finire. E' un grande affresco, si è detto, epico a suo modo, ma attenzione: qui non ci sono figurine schiacciate dagli eventi di un secolo, ma personaggi che reggono fino in fondo, tutti dotati del giusto spessore umano.  In questa coralità che trasuda poesia, fatica, mitologia e cruda realtà, si affermano ciascuno con il suo carattere specifico, e vivono di vita propria.

Con un certo coraggio, Tornatore  ha scelto come  protagonisti due attori siciliani poco conosciuti al grande pubblico, come Francesco Scianna e Margareth Madè (eccellenti), offrendo invece ai volti più noti solo ruoli di contorno, ma spesso molto brillanti: cito ad esempio il bravissimo Leo Gullotta. Ha scelto bene, il regista, e ha girato un film a suo modo classico, elegante ma anche sofisticato, che davvero può piacere a tutti per la pluralità dei suoi riferimenti. Storia d'amore, di povertà e soprusi, certo, ma anche di una società che evolve attraverso l'impegno in prima persona, come quello politico. Ecco, il film di Tornatore suona anche come un grande atto d'amore per la politica, e per chi si sporca le mani e lotta per cambiare le cose: e infatti sul letto di morte, il vecchio padre ripete più volte come un mantra che "la politica è bella", e suo figlio lo sa.

"Baarìa" è uno di quei film così ricchi di colori, voci, facce, paesaggi e storie (piccole e grandi) che potresti vederlo più volte, trovandoci sempre qualcosa di nuovo, come avviene per certi romanzi classici. L'amore per il proprio mestiere, per i propri personaggi, si rivela proprio nella cura per i dettagli, perché niente vada perso e componga alla fine il mosaico che osserviamo : microstoria e macrostoria si tengono così per mano miracolosamente, e ognuno troverà almeno una scena, un momento, per commuoversi. Perché il cinema in fin dei conti è questo: comunicare l'essenza per via emotiva, attraverso immagini che sono soltanto, magari, lo sguardo di un bambino che osserva il mondo dal suo angolo, e impara a sognare. A questo punto, poco importa se "Baarìa" vincerà o meno l'oscar: di sicuro, questo è un film destinato a restare.
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categoria:recensioni, cinema, film, attualità, baarìa
venerdì, 25 settembre 2009
"Turpe est sine crine caput". Con questo titolo, preso dal poeta latino Ovidio, si apre uno dei dischi più divertenti, ma anche interessanti, che mi è capitato di ascoltare recentemente. Ne sono autori i brasiliani Modulo 1000, che nel 1970 realizzano il loro primo e unico album: si chiama "Nao fale com paredes", cioè "non parlare con le pareti".



Titoli che bastano, da soli, a inquadrare lo spirito che animava l'operazione. Originari di Rio De Janeiro, i quattro  musicisti risentono, è vero, della psichedelia e del rock anglo-americano di fine anni Sessanta, ma quello che conta davvero è proprio la maniera, anarchica e frizzante, con la quale condiscono certe influenze. Riff ossessivi, sull'organo e la chitarra, uniti a testi non sense o slogan ad effetto, che rendono la sequenza musicale molto piacevole, e soprattutto mai noiosa. Ennesima dimostrazione, insomma, che nel rock la sola tecnica, come l'innovazione assoluta, non sempre bastano a colpire l'ascoltatore: occorre grinta e, meglio ancora, una buona dose di entusiasmo contagioso per poter arrivare davvero a bersaglio. Ingredienti che certo non fanno difetto a questo effimero ma dotato gruppo di giovani cariocas. Il disco non ebbe successo, proprio perchè ritenuto troppo "selvaggio" per i tempi, e improponibile per le radio: nel tempo invece è diventato una piccola leggenda.



Un disco che consiglio ai più esplorativi, oltretutto ristampato in un delizioso cofanetto dall'etichetta World In Sound (2004).
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categoria:musica, dischi, prog, psichedelia, modulo 1000
sabato, 12 settembre 2009

La stagione cinematografica inizia, come sempre, con i film presentati alla Mostra del Cinema di Venezia. Tra questi ho appena visto "Il grande sogno" diretto da Michele Placido.


E' un film che riflette in parte la storia dello stesso regista, giovane pugliese che viene a Roma per fare l'attore ed entra in polizia per mantenersi. Mentre cerca di entrare all'Accademia finisce così tra gli studenti che occupano l'Università, come infiltrato. Qui conosce e s'invaghisce di una ragazza a sua volta innamorata di un giovane leader dell'occupazione. La sceneggiatura tiene insieme storie e personaggi con una certa disinvoltura, aiutato da un cast in stato di grazia: accanto a Scamarcio (il poliziotto) e Luca Argentero (il leader della protesta), spicca una straordinaria Jasmine Trinca, sempre più brava, alle prese con un personaggio che simboleggia le lacerazioni profonde che quegli anni "formidabili" (per dirla con Mario Capanna) provocarono in seno alla borghesia italiana. In ruoli di contorno vanno ricordati anche Silvio Orlando e Laura Morante, entrambi molto efficaci.


C'è molta passione in questo progetto come c'era, evidentemente, in quel momento decisivo della storia recente. E' appassionata la scrittura, e vibrante la recitazione. Il film di Placido è giustamente un film corale, ricchissimo di spunti, anche se la parte più riuscita è proprio quella che riguarda la sua proiezione biografica, incarnata da Riccardo Scamarcio, con la progressiva scoperta di una realtà in costante evoluzione, capace di mettere in discussione le sue poche convinzioni e portarlo anche a una nuova consapevolezza. Merita sicuramente una visione, il grande sogno di Placido, magari soprattutto da parte di chi non c'era, i più giovani, e vuole capire qualcosa di un periodo cruciale che ha cambiato, comunque lo si voglia leggere, la società italiana. E non solo.

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categoria:cinema, film, venezia, attualità, placido
venerdì, 04 settembre 2009

Una bella conferma nel campo del prog italiano viene dagli Ubi Maior: questo gruppo milanese ha da poco realizzato il suo secondo cd, "Senza tempo", per la AMS/Vinyl Magic.


L'esordio di "Nostos" (2005) mostrava una band già molto interessante, capace di spaziare tra suggestioni del prog italiano classico (Biglietto per l'Inferno in primis) e spunti di dark-rock piuttosto sanguigno: un disco buono, ma ancora con qualche sbavatura tra i brani, non sempre omogenei per stile e scrittura. Ora, dopo quattro anni, i cinque sembrano aver maturato una nuova consapevolezza, lavorando proprio su certe discrepanze. L'intesa raggiunta è ottima, il disco suona compatto dall'inizio alla fine: elaborate e complesse parti di tastiere insieme a chitarre taglienti, e soprattutto una voce solista molto personale come quella di Mario Moi, che sa restituire il pathos delle liriche con bella versatilità. I testi, tra l'altro, sono ispirati a un fumetto americano di culto come Sandman, di Neil Gaiman, che sembra perfetto per far emergere il lirismo di questa band.


L'esempio degli Ubi Maior va elogiato: troppe giovani band italiane si lasciano prendere dai facili entusiasmi per la voglia di emulare i propri idoli, cadendo fatalmente nel rischio del calco puro, della ripetizione fine a se stessa di certi modelli. Il gruppo milanese dimostra invece che oltre all'entusiasmo occorre una buona dose di umiltà e perseveranza per raggiungere dei risultati originali. Insieme dal 1998, i cinque hanno saputo prendersi i propri tempi per migliorarsi, e i risultati si vedono. Onore al  merito.

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categoria:musica, dischi, prog, rock progressivo, ubi maior