Chi pensa che il romanzo sia una forma artistica obsoleta, o comunque ormai superata dai nuovi linguaggi tecnologici, dovrebbe fare come me: leggersi cioè "Vita e destino" di Vasilij Grossman. Si convincerebbe che non esiste piacere paragonabile a quello che può regalare un libro scritto con tanta passione. Grossman è un giornalista e scrittore russo, morto nel 1964, che ha avuto come molti un atteggiamento conflittuale verso la sua patria al tempo di Stalin. Prima entusiasta, poi sempre più critico, quando soprattutto si rese conto, lui stesso ebreo, che nel dopoguerra il regime sovietico perseguitava gli ebrei come i nazisti: perché allora aver tanto sofferto per batterli a Stalingrado, si dev'essere chiesto.
Dopo aver denunciato nel "Libro nero" le campagne antisemite del regime, guadagnandosi così l'avversione delle autorità, lasciò la sua più grande testimonianza con questo ponderoso romanzo, sequestrato subito dal regine sovietico e pubblicato fortunosamente in Svizzera, che ha spinto qualcuno, addirittura, a definirlo "il Guerra e pace del Novecento". Ponderoso, intanto, lo è per la mole: più di ottocento pagine nella bella edizione Adelphi, con una copertina color mattone che immagino scoraggerà più di un possibile lettore. Invece è una lettura appassionante. Poche volte mi è capitato di veder intrecciati così magistralmente la Macrostoria e la Microstoria, senza che l'una confligga con l'altra, ma anzi con un risultato d'insieme strepitoso per stile di scrittura e lucidità nel racconto dei fatti.
Il romanzo descrive l'ultimo scorcio della guerra sul fronte russo, fino allo scontro decisivo di Stalingrado. Grossman ha l'occhio oggettivo del giornalista ma anche un profondo rispetto per tutti i suoi personaggi, inclusi gli stessi "malvagi" tedeschi, e nel romanzo capita di veder entrare in scena Hitler e Stalin in persona accanto allo scienziato in crisi o all'ultima delle madri devastate dal dolore di un lutto. Ogni personaggio è osservato con questa mirabile capacità di comprensione al contempo senza retorica alcuna: c'è la passione umana di chi quel conflitto lo ha vissuto, tra città in rovina e meschinità assortite, delatori e furbastri pronti a tutto per fare carriera. Una passione mai disgiunta però dall'amarezza disincantata di chi ha visto le sue speranze naufragare nella paura, nel sospetto e nel terrore dell'Unione Sovietica staliniana. Una galleria umana di caratteri, situazioni e sofferenze descritte con una finezza straordinaria.
Insomma, il mio consiglio è di superare la diffidenza che un libro così voluminoso può ispirare: ci sono romanzi brevi che non meritano neppure di venir aperti, fidatevi. Qui invece sarete ripagati ad ogni pagina dalla qualità del racconto, in un'altalena complessa di sentimenti ed emozioni che avvince fino in fondo, come un prisma dalle mutevoli facce che risplende da ogni lato con la stessa intensità. Il succo vero di quest'opera, forse, sta nel restituirci un affresco corale e lucidissimo, quanto struggente, di uno snodo cruciale del Novecento. Soprattutto, però, sembra un impietoso ritratto del male profondo che ideologie ciecamente assorbite possono infliggere ai singoli come a interi popoli. Spezzando affetti, troncando e sconvolgendo la normalità dell'esistenza. Se oggi lo sappiamo lo dobbiamo anche a una testimonianza eccezionale come quella di Vasilij Grossman, depositata con amore, pietà e disincanto in questo capolavoro assoluto.
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Interamente strumentale, come spesso avviene per musiche destinate a fare da sfondo a un film, il disco manca di parti vocali, e deve quindi fare a meno della carismatica presenza del grande Francesco Di Giacomo. Nonostante questo, secondo me il gruppo firma qui una delle sue pagine più brillanti, mostrando quanto sia versatile la sua ispirazione. Mai come in questo caso i fratelli Nocenzi dominano la scena, distribuendosi equamente i ruoli in una partitura che include molte parti di pianoforte (Gianni Nocenzi), ma anche organo (Vittorio Nocenzi), oltre che synth. Se aggiungiamo l'apporto eccellente di un Rodolfo Maltese davvero in forma, alle chitarre come al corno e alla tromba, e il variegato contributo alle percussioni di Pierluigi Calderoni, il risultato è una musica ricca, generosa e fatta di intensi chiaroscuri, tra momenti sinfonici e romantici (la stupenda "Suggestioni un ritorno in campagna"), tumultuosi a volte come la bella title track, ma anche più intimisti, quasi minimalisti ("Tema di Giovanna" ad esempio). Senso della misura, eleganza e sensibilità rispetto al testo di partenza, con tanto di qualche ripresa di motivi popolari legati al contesto (la Sicilia degli anni Venti) fanno del disco un gioiello tutto da gustare, anche se i patiti oltranzisti del rock progressivo classico possono trovarsi spiazzati di fronte a musiche di tale raffinatezza strumentale.