venerdì, 31 luglio 2009

Chi pensa che il romanzo sia una forma artistica obsoleta, o comunque ormai superata dai nuovi linguaggi tecnologici, dovrebbe fare come me: leggersi cioè "Vita e destino" di Vasilij Grossman. Si convincerebbe che non esiste piacere paragonabile a quello che può regalare un libro scritto con tanta passione. Grossman è un giornalista e scrittore russo, morto nel 1964, che ha avuto come molti un atteggiamento conflittuale verso la sua patria al tempo di Stalin. Prima entusiasta, poi sempre più critico, quando soprattutto si rese conto, lui stesso ebreo, che nel dopoguerra il regime sovietico perseguitava gli ebrei come i nazisti: perché allora aver tanto sofferto per batterli a Stalingrado, si dev'essere chiesto.


Dopo aver denunciato nel "Libro nero" le campagne antisemite del regime, guadagnandosi così l'avversione delle autorità, lasciò la sua più grande testimonianza con questo ponderoso romanzo, sequestrato subito dal regine sovietico e pubblicato fortunosamente in Svizzera, che ha spinto qualcuno, addirittura, a definirlo "il Guerra e pace del Novecento". Ponderoso, intanto, lo è per la mole: più di ottocento pagine nella bella edizione Adelphi, con una copertina color mattone che immagino scoraggerà più di un possibile lettore. Invece è una lettura appassionante. Poche volte mi è capitato di veder intrecciati così magistralmente la Macrostoria e la Microstoria, senza che l'una confligga con l'altra, ma anzi con un risultato d'insieme strepitoso per stile di scrittura e lucidità nel racconto dei fatti.


Il romanzo descrive l'ultimo scorcio della guerra sul fronte russo, fino allo scontro decisivo di Stalingrado. Grossman ha l'occhio oggettivo del giornalista ma anche un profondo rispetto per tutti i suoi personaggi, inclusi gli stessi "malvagi" tedeschi, e nel romanzo capita di veder entrare in scena Hitler e Stalin in persona accanto allo scienziato in crisi o all'ultima delle madri devastate dal dolore di un lutto. Ogni personaggio è osservato con questa mirabile capacità di comprensione al contempo senza retorica alcuna: c'è la passione umana di chi quel conflitto lo ha vissuto, tra città in rovina e meschinità assortite, delatori e furbastri pronti a tutto per fare carriera. Una passione mai disgiunta però dall'amarezza disincantata di chi ha visto le sue speranze naufragare nella paura, nel sospetto e nel terrore dell'Unione Sovietica staliniana. Una galleria umana di caratteri, situazioni e sofferenze descritte con una finezza straordinaria.


Insomma, il mio consiglio è di superare la diffidenza che un libro così voluminoso può ispirare: ci sono romanzi brevi che non meritano neppure di venir aperti, fidatevi. Qui invece sarete ripagati ad ogni pagina dalla qualità del racconto, in un'altalena complessa di sentimenti ed emozioni che avvince fino in fondo, come un prisma dalle mutevoli facce che risplende da ogni lato con la stessa intensità. Il succo vero di quest'opera, forse, sta nel restituirci un affresco corale e lucidissimo, quanto struggente, di uno snodo cruciale del Novecento. Soprattutto, però, sembra un impietoso ritratto del male profondo che ideologie ciecamente assorbite possono infliggere ai singoli come a interi popoli. Spezzando affetti, troncando e sconvolgendo la normalità dell'esistenza. Se oggi lo sappiamo lo dobbiamo anche a una testimonianza eccezionale come quella di Vasilij Grossman, depositata con amore, pietà e disincanto in questo capolavoro assoluto.

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giovedì, 23 luglio 2009

E' singolare, e interessante, il fenomeno di artisti e gruppi del rock progressivo che si producono da soli. Non sto parlando ovviamente di quei nomi già affermati che, per avere maggior controllo sul disco che vogliono realizzare, scelgono di far tutto da sé in assoluta libertà. Mi riferisco invece agli esordienti sconosciuti che, nell'impossibilità di trovare una label che li finanzi, fanno tutto da soli.


Da quel che so, sempre restando nel periodo classico del prog, quindi nei Settanta, si tratta di casi molto frequenti in paesi come la Germania, e piuttosto sporadici in Italia. Che vuol dire? Forse, semplicemente, che ci sono realtà più ricche, dove giovanotti di famiglia benestante, volendo, possono affittarsi una sala d'incisione e pagarsi tutto il necessario: dalla strumentazione al progetto grafico per la copertina, ecc. Evidentemente nell'Italia degli anni Settanta giravano meno soldi che altrove.


A parte questo, non è così raro il caso che dischi così realizzati risultino molto validi e tutt'altro che inferiori a quelli prodotti da major con le carte in regola. Mi vengono in mente, tra gli altri, i tedeschi Poseidon ("Found my way" 1975), i francesi Terpandre (omonimo 1981), e anche due dischi che sto ascoltando in questi giorni. Uno è, per l'appunto, di una band germanica di nome Troya: il disco si chiama "Point of Eruption", pubblicato in proprio nel 1976 e oggi ristampato dalla benemerita etichetta Garden of Delights, che ha riesumato in edizioni digitali molto accurate moltissimo prog tedesco davvero underground, spesso facendo finalmente chiarezza per così dire "filologica" su certe realtà misconosciute. Il disco in questione è piuttosto naif, si sente anche una certa penuria di mezzi e la qualità tecnica dell'incisione è appena sufficiente: però scorre benissimo, le voci hanno una freschezza di fondo incantevole e la sequenza è davvero piacevolissima, sia pure senza uscire dai canoni del genere sinfonico-romantico. Chitarra e organo in primo piano, un po' di mellotron, qualche robusta spezzatura ritmica e una trasognata vena melodica qua e là contribuiscono al gradevole risultato complessivo.


L'altro disco è svedese, opera di una band altrettanto misconosciuta, come i Mr. Brown: l'album, uscito nel 1977, è intitolato "Mellan tre ogon". Musicalmente appartiene più o meno allo stesso filone, ma è realizzato con mezzi un tantino superiori e qualche ambizione in più, oltre a una qualità d'incisione sicuramente migliore. Il gruppo è un settetto dalla ricca strumentazione, con molte tastiere di vario tipo, chitarre e flauto, e una sezione fiati aggiunta: questo garantisce una certa varietà sonora, tra voci morbide e sfumature strumentali preziose, che richiede anche un ascolto più attento. Il tipico approccio calmo e misurato degli scandinavi crea subito un'atmosfera particolarmente sognante, a volte quasi cameristica e barocca, con piccole increspature che non turbano troppo questa eleganza classica di fondo. Un gioiellino, a mio parere, che può regalare qualche sorpresa ai patiti del genere. Lo ha ristampato in CD la Transubstans Records, ma lo distribuisce la più nota Record Heaven.


Si tratta comunque, come volevasi dimostrare, di due dischi di buon livello, che si guadagnano un piccolo posto nella storia del periodo d'oro del prog, e non sfigurano troppo accanto ai maestri consacrati che tutti conosciamo. Come dire: cercate, cercate, qualcosa di buono nel grande calderone di quegli anni troverete sempre.

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categoria:musica, dischi, prog, rock progressivo, ristampe, anni settanta
martedì, 14 luglio 2009

Sto riascoltando uno di quei dischi solitamente considerati con sufficienza, o semplicemente trascurati. Si tratta di "Garofano rosso", del Banco. L'album, in effetti, è una parentesi anomala nella discografia del gruppo laziale, commissionato loro come colonna sonora del film omonimo diretto da Luigi Faccini che trasferiva sullo schermo il romanzo di Elio Vittorini. Basta questo aspetto "sussidiario" del progetto a svalutarlo come un'opera minore? Secondo me no.


Interamente strumentale, come spesso avviene per musiche destinate a fare da sfondo a un film, il disco manca di parti vocali, e deve  quindi fare a meno della carismatica presenza del grande Francesco Di Giacomo. Nonostante questo, secondo me il gruppo firma qui una delle sue pagine più brillanti, mostrando quanto sia versatile la sua ispirazione. Mai come in questo caso i fratelli Nocenzi dominano la scena, distribuendosi equamente i ruoli in una partitura che include molte parti di pianoforte (Gianni Nocenzi), ma anche organo (Vittorio Nocenzi), oltre che synth. Se aggiungiamo l'apporto eccellente di un Rodolfo Maltese davvero in forma, alle chitarre come al corno e alla tromba, e il variegato contributo alle percussioni di Pierluigi Calderoni, il risultato è una musica ricca, generosa e fatta di intensi chiaroscuri, tra momenti sinfonici e romantici (la stupenda "Suggestioni un ritorno in campagna"), tumultuosi a volte come la bella title track, ma anche più intimisti, quasi minimalisti ("Tema di Giovanna" ad esempio). Senso della misura, eleganza e sensibilità rispetto al testo di partenza, con tanto di qualche ripresa di motivi popolari legati al contesto (la Sicilia degli anni Venti) fanno del disco un gioiello tutto da gustare, anche se i patiti oltranzisti del rock progressivo classico possono trovarsi spiazzati di fronte a musiche di tale raffinatezza strumentale.


E' il caso invece di apprezzare la capacità del Banco di aderire al progetto e offrire un contributo che non è mai routine, sia pure di lusso, ma sa restituire musicalmente la sostanza emotiva della vicenda con una serie di sfumature e preziosismi strumentali mai fini a se stessi, ma perfettamente funzionali allo scopo. Solo un affiatamento ormai maturo  tra i musicisti, e una piena consapevolezza di cosa possa fare la musica, permette operazioni così colte e godibili. Il Banco, come accadrà poi con "...Di Terra" (scritto per una vera orchestra), dimostra in questo caso tutta la preparazione e le qualità di un band che non è mai stata prigioniera delle etichette, com'è giusto che sia. Il film di Faccini ha semplicemente permesso a Vittorio Nocenzi e compagni di portare alla luce il proprio talento per una musica veramente immaginifica, che non illustra soltanto ma, appunto, aggiunge spessore emotivo al progetto del quale è parte. Un esempio, sicuramente, e un album decisamente da riscoprire.

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categoria:musica, colonne sonore, dischi, banco, rock progressivo
domenica, 05 luglio 2009

Ecco qui alcune segnalazioni sulle ultime schede prog che potete leggere su "AltreMuse". Si tratta nell'ordine di una formazione inglese, una band spagnola e una argentina, attive nel corso dei Settanta. Presumo abbastanza ignote ai più, ma proprio per questo degne di attenzione per i più curiosi.


Atlantic Bridge: http://xoomer.virgilio.it/altremuse/archivioprog_ab.html#bridge


Bloque:  http://xoomer.virgilio.it/altremuse/archivioprog_ab.html#bloque


Bubu: http://xoomer.virgilio.it/altremuse/archivioprog_ab.html#bubu


Come al solito, ognuna delle schede è accompagnata da un breve estratto audio, giusto per farsi un'idea della musica proposta dai singoli artisti. Buon Prog a tutti.


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categoria:musica, prog, schede, progressive, rock progressivo