Il fenomeno Haruki Murakami, con un numero di lettori italiani in aumento esponenziale, viene ribadito anche da una raccolta di racconti come "L'elefante scomparso", pubblicata da Einaudi. Sono racconti scritti tra i primi anni Ottanta e i tardi Novanta, che ci mostrano bene come funzioni l'arte narrativa di questo schivo autore giapponese.
Non tutti i racconti in verità sono memorabili, e in uno o due casi si ha l'impressione di un'idea solo abbozzata, oppure un po' forzata. In tutti gli altri affiorano invece tutte le qualità che hanno reso famoso Murakami: uno sguardo apparentemente indolente che sembra crogiolarsi nella trita prosa del quotidiano, nel quale scocca però una scintilla che la trasfigura di colpo. In altri invece, paradossalmente, non succede quasi niente: si lavora a curare un prato in piena estate, si bevono birre al sole, si ascolta musica e si aspetta che suoni il telefono. Si rincorrono ricette di cucina e considerazioni di varia umanità, si cerca di sfuggire all'insonnia, si cerca una risposta all'ultimo enigma o si ascolta la quieta follia del mondo, con le sue piccole perversioni che attraversano come scie luminose una giornata come tante. Allora perchè Murakami piace tanto? Ah, non lo so davvero: io posso solo dire perché piace a me.
Mi piace perchè sembra scrivere di nulla e parla di tutto: perchè in fondo, se ci si pensa, anche la nostra vita è così. Uno spisciolìo di piccole abitudini, gesti uguali, sogni e speranze mutevoli come nuvole pigre di un giorno di maggio, mentre la radio suona jazz. Questo paesaggio risaputo, nella scrittura di Murakami assume però un aspetto inedito, perché saper cogliere l'attimo è solo dei veri scrittori: noi li viviamo come una stanca ripetizione e così li perdiamo, lui invece mentre scorrono li fotografa e ce li offre in quegli elenchi che sembrano pedanti, ma invece sono il terreno ideale sul quale far scoccare l'estro di un trasalimento, quella piccola incrinatura sulla superficie della vita conosciuta che basta a rendercela inedita. Di riflesso ci si accorge allora che quello che conta è godere quegli attimi che a volte ci fanno malinconia, perché spesso non abbiamo altro che questo: saper vedere un paesaggio conosciuto. Scoprire proprio lì uno spiraglio che ci porta nel pozzo oscuro di quello che già conosciamo senza averlo mai guardato per quello che è. Insomma, per vivere al meglio bisogna desiderare quello che si ha, come una volta scrisse quel genio di Ennio Flaiano. Sembra facile, vero?
Personalmente trovo che Murakami sia uno scrittore singolarmente moderno: a volte il suo Giappone non è affatto distinguibile da un qualunque paese europeo, e leggendo questi racconti si pensa che potrebbero essere ambientati dovunque, perchè tutto è nell'essenza tranquilla della coscienza, nello sguardo limpido dei personaggi che raccontano. Il gusto delle cose, dei piccoli piaceri, riscoperti come solo un carattere solitario e contemplativo può fare, assorbe anche l'inquietudine che affiora a un tratto qua e là, come se niente fosse irrimediabile finché si riesce ancora a godere della musica, del sole o di un buon piatto cucinato a dovere: l'arte di questo narratore è davvero simile a una sana e intelligente terapia contro l'ansia. Di questi tempi un regalo davvero prezioso.
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certa freschezza e una sana voglia di rientrare nel giro della musica. La riprova però era un album di studio con nuovo materiale: ora c'è, si chiama "Il nome del vento", pubblicato dall'etichetta Black Widow.
La cosa migliore sono le voci, assemblate con grande talento: a volte si ha l'impressione di ascoltare dei veri "mantra" vocali davvero ipnotici che lasciano il segno. Insomma, non si può negare che questo quartetto ci sappia fare, ma forse è il caso di cambiare l'etichetta che gli si era prontamente affibbiata: perché di progressive rock propriamente detto qui non c'è più niente. Dischi del genere possono scuotere molte certezze, almeno le mie. E' giusto aspettarsi sempre le vecchie formule di una volta o si deve prendere atto che tutto si evolve? Ovviamente ci si può anche crogiolare nel passato, ci mancherebbe, ma chi sfugge a certe ricette codificate è per forza un furbone che mira solo a fare centro o piuttosto un musicista che segue una legittima ricerca di nuovi stimoli per la sua musica?