lunedì, 27 aprile 2009

Sul concetto di capolavoro è difficile intendersi. Il termine, secondo i vocabolari, indica un'opera eccelsa, che fissa o stabilisce i canoni espressivi di uno stile, e fa in qualche modo da apripista per le opere che verranno in seguito. In parole povere, i capolavori sono pochi per definizione, o non sarebbero tali.


Restringendo il campo alla musica, e ancora di più al Rock Progressivo classico, dove capita spesso di abusarne con una certa leggerezza, si potranno distinguere ad esempio i capolavori assoluti da quelli, diciamo così, di secondo grado: i primi aprono la strada a un genere e diventano immediatamente dei classici, i secondi sono relativi a una singola scena nazionale o a un sottogenere del prog. Usando questo metodo si potrebbe forse evitare d'inflazionare ogni opinione con giudizi fin troppo generosi e spesso poco meditati, come è facile osservare navigando per il web. Se bastasse il gusto soggettivo di un momento a decretare cos'è un capolavoro ce ne sarebbero migliaia, ma bisogna raffreddare gli entusiasmi estemporanei e valutare ogni disco nel suo contesto (storico, stilistico, geografico, ecc.). Non troppo diversamente, insomma, da quello che si fa nella critica letteraria o nell'arte.


Faccio qualche esempio per capirci: "In The Court Of The Crimson King" è un capolavoro assoluto perché, fino a prova contraria, inaugura una cifra espressiva  fino a quel momento inaudita (1969), e fissa quindi i canoni di quello che si chiamerà rock progressivo di tipo sinfonico-romantico. Ci potrà essere qualcuno che preferisce altri dischi dei King Crimson, ma direi che si può parlare di un giudizio abbastanza oggettivo. Lo stesso può dirsi ad esempio di "Pawn Hearts" dei Van der Graaf Generator, per la stlizzazione "gotica" degli elementi tipici del progressive, e di pochi altri ancora: "Fragile" (Yes), "John Barleycorn Must Die" (Traffic), "Nursery Crime" (Genesis), "Third"  (Soft Machine), "Acquiring the Taste" (Gentle Giant).


Ci sono poi dei capolavori relativi alle singole scene musicali. In Italia io ritengo tali, ad esempio, il primo disco del Banco, "Felona e Sorona" delle Orme, "Palepoli" degli Osanna,  "Storia di un minuto" (PFM) e "Ys" del Balletto di Bronzo. Dischi quasi sempre "derivativi", perchè prendono spunto dal prog inglese, soprattutto sinfonico-romantico, per cercare una propria via espressiva, in maniera discretamente personale o anche molto originale (gli Osanna, il Balletto di Bronzo). In Olanda sono capolavori dischi come "Moving Waves" dei Focus, in Germania "Yeti" degli Amon Dull (II), in Francia "Au-delà du delire" degli Ange e "MDK" dei Magma, e così via.


Dischi belli, bellissimi o comunque significativi ce ne sono tanti, insomma, ma prima di gridare al capolavoro bisognerebbe sempre andarci cauti e porsi sempre qualche domanda. Del tipo: ne so abbastanza per affermare che il tal disco è un capolavoro? E soprattutto: capolavoro rispetto a cosa? In poche parole, bisogna ascoltare centinaia di album prima di emettere sentenze in qualche modo attendibili, oppure si parla solo per parlare. Va benissimo, visto che qui non si discetta di massimi sistemi, ma basta saperlo.

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categoria:musica, rock, dischi, rock progressivo, capolavori
lunedì, 06 aprile 2009

L'occasione per tornare a occuparmi di libri su queste pagine me la fornisce un romanzo davvero interessante, uscito da poche settimane. Si chiama "Racconto d'inverno" e lo ha scritto un musicista, cioè Leonardo Bonetti, che qualcuno conoscerà come cantante e leader del gruppo romano Arpia.


Non è un libro per tutti, probabilmente, ma la sua lettura lascia il segno. Il richiamo a un grande autore del Novecento italiano come Tommaso Landolfi non è solo nel titolo ("Racconto d'autunno"), ma anche nello spunto di partenza della vicenda: un uomo in fuga da tutto e tutti, che cerca solo di sottrarsi alle insidie di una guerra civile che infesta una terra di confine imprecisata. Alla fine, proprio per scansare una di queste insidie, s'imbatte in una casa isolata e apparentemente disabitata. Non è così, e a questo punto il romanzo precipita in una cupa spirale di situazioni dove presenze reali o immaginarie fanno emergere ossessioni e lati oscuri che travolgono il protagonista. Una storia dove elementi gotici e avventurosi si alleano per mettere in scena i fantasmi di un uomo che cerca salvezza proprio dove invece troverà soltanto uno specchio deformante dei suoi fantasmi più intimi.


Il nichilismo e la radicalità della vicenda sono molto forti, e una volta entrati nel punto di vista del protagonista non è facile sfuggire alle suggestioni oscure che alimentano la sua immaginazione fino a un punto di non ritorno. Il confine tra verità e incubo si fa labile, i tempi si confondono, e di questa fosca ambiguità vive il fascino ipnotico del libro di Bonetti. Colpisce soprattutto il puntiglio rigoroso della scrittura, fitta e avvolgente come i boschi impenetrabili attraversati prima di trovarsi di fronte alla misteriosa villa dove tutto troverà compimento: nei dettagli, nel risalto delle cupe immagini che invece di aiutare confondono, si cela forse il nucleo di questo romanzo sorprendente, che non è solo un omaggio indiretto a Landolfi, al suo genio così unico, ma forse anche una ricerca estrema, direi vertiginosa, del senso ultimo delle cose, una volta scavalcato il confine delle apparenze e delle false certezze che fanno la vita di sempre. Per questo rigore assoluto, nei contenuti come nello stile, potente e visionario, si tratta di un romanzo davvero notevole.


E' da notare che il libro è parte di un progetto multimediale che include anche il nuovo cd degli Arpia, in uscita con lo stesso titolo per  l' etichetta francese Musea.


Il romanzo invece è pubblicato da Marietti, e potete trovarlo a partire dal sito personale di Leonardo Bonetti: http://www.leonardobonetti.it/leonardobonetti.html

postato da: armapo alle ore 20:09 | Permalink | commenti (7)
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