Due film visti ultimamente che segnalo volentieri sono "Il dubbio" di John Patrick Shanley e "The Reader" di Stephen Daldry. Ignorato completamente il primo dagli ultimi Oscar, e solo marginalmente il secondo, per quel che vale ovviamente una competizione del genere: il solo fatto di aver escluso dalla cinquina finale un film come "Gomorra" basterebbe a sollevare più di una perplessità sui criteri di giudizio.
Dei due, "Il dubbio" mi ha colpito molto di più: i due attori protagonisti, Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman, sono magistrali nel dare corpo a una sorta di duello psicologico, e non solo, s'un tema delicatissimo come quello della pedofilia. Forse per raffreddare un argomento di scottante attualità nella Chiesa di oggi, oppure per sottolineare che il problema è annoso, è ambientato in una scuola religiosa del Bronx, nel 1964, e l'origine teatrale del testo scritto dallo stesso regista si riflette nella dimensione claustrofobica e molto "concentrata" della sceneggiatura, con rarissimi esterni. Si apprezzano i dialoghi molto calibrati, le sottili sfumature caratteriali e un'ambientazione molto curata. Un film a suo modo molto classico, nel senso migliore del termine, che farà il piacere di quanti (come me) hanno sempre preferito un cinema riflessivo a quello che punta sui fuochi d'artificio. Non vi deluderà.
Più articolato il discorso su "The Reader". Storia molto avvincente che porta in campo un pezzo di storia tedesca in chiave personale: un adolescente scopre il sesso e l'amore con una donna più grande che, come scoprirà solo più tardi, è stata sorvegliante nazista ad Auschwitz e viene processata a metà degli anni Sessanta. Scisso tra il ricordo affettivo e l'orrore della verità, il protagonista fatica a trovare il modo per ristabilire un contatto con lei, se non quando è già tardi. Gli attori sono eccellenti, soprattutto Kate Winslet (che appunto ha preso l'Oscar per il ruolo), e il film è girato da un'angolazione piuttosto originale, mettendo in risalto come spesso una cieca obbedienza al regime nazista trovasse terreno fertile soprattutto tra le persone più semplici, con una visione alquanto limitata delle cose. E non dico di più per non farmi sgridare dai miei tre lettori...Qualcuno troverà forse che si cerca di giustificare, o attenuare, in questo modo una colpa che rimane imperdonabile, ma a me pare invece che il tentativo sia solo di restituire a quella tragedia storica un alone meno generico e più prosaico, entrando più a fondo nella verità di una singola persona. Il che non cambia di una virgola la sostanza delle cose, intendiamoci, ma cerca un modo diverso di raccontarle. Il film è tratto dal romanzo di Bernhard Schlink "A voce alta". Buone visioni a tutti.











Il mio interesse è dovuto a un gruppo americano che fin qui ignoravo: loro si chiamano Umphrey's McGee e pare che in patria siano già da tempo delle piccole celebrità. Il disco che ho preso è "Mantis", appena uscito, ed è il decimo della loro discografia. Si tratta di un album interessante, un connubio gradevole di sonorità progressive e di sanguigno rock molto americano, dove però colpisce soprattutto la coesione strumentale della band: anche se in questo caso la musica è molto più curata delle loro prime incisioni, colpisce proprio la capacità di sterzare e cambiare timbro in corsa, all'interno del medesimo pezzo, abbracciando in effetti una notevole gamma stilistica. E' chiaro che musicisti da anni abituati a lunghe improvvisazioni dal vivo hanno maturato tra loro un'intesa davvero speciale e non hanno problemi a scivolare con lodevole facilità dal metal alla ballata romantica o a suoni fusion, sempre però eseguiti con la massima professionalità e spesso con esiti sorprendenti. Molto belle le voci, spesso corali, mai sacrificate nel contesto musicale, come spesso avviene, ahimé, per i nostri gruppi rock.