mercoledì, 28 gennaio 2009

Sto riascoltando "Storia di un impiegato" di Fabrizio De André. L'album è del 1973 e secondo me è immerso fino al midollo in certi stilemi dell'epoca, senza che questo suoni come una critica negativa: dimostra invece la poliedricità di un cantautore che, seppure a suo modo, era molto attento alla musica che girava intorno, come direbbe un altro genovese come  Fossati.


E' curioso però sottolineare alcuni aspetti musicali. Ad esempio, nei suoi arrangiamenti Nicola Piovani sembra spesso influenzato da un certo "morriconismo" forse inevitabile: penso a "La canzone del padre", o alla stessa "Introduzione", soprattutto.  Ennio Morricone era nel pieno della sua fama, dopo la proficua collaborazione con Sergio Leone, e per un giovane compositore come allora era Piovani doveva essere un riferimento perfino ovvio: a giudicare dai risultati poi raggiunti, fu un apprendistato felice. Tornando al disco di De André, non mancano neppure richiami, assai meno scontati questi, al prog-rock di tendenza: penso ad esempio alle ficcanti fughe di flauto presenti in "Sogno numero due", che potrebbero stare benissimo dentro un disco degli Osanna o dei Dalton, per dire.


Inutile parlare del livello emblematico e mordente dei testi, tutti perfettamente in grado di scolpire in maniera magistrale l'umore sulfureo, conflittuale e ribollente, di quegli anni. Per certi versi è forse l'elemento più "datato" del disco, ma secondo me impareggiabile per chi voglia capire l'Italia di allora. I suoi ritratti venati di ironico disincanto, come "Il bombarolo", o le pagine più amare come "Verranno a chiederti del nostro amore", fino alla sferzante allegoria di "Al ballo mascherato", ci dicono tutta l'intelligenza e l'acume di un autore che sapeva abbinare come pochi altri la poesia all'invettiva, lo sberleffo all'elegia, senza che l'insieme poi suonasse dissonante. Grazie anche alla  mano sapiente di Piovani, ovviamente, ma scegliersi i collaboratori migliori non è affatto un merito secondario in quel gioco di squadra che è la musica.  "Storia di un impiegato" va messo tra i classici di quella stagione, non meno di tanta musica rock: sono versi e suoni che arrivano dal cuore degli anni Settanta italiani nell'ottica di un cantore assolutamente unico.

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giovedì, 22 gennaio 2009

Ultimamente mi è capitato di vedere due film come "Il giardino di limoni" e "L'ospite inatteso". Il primo, una coproduzione tra israeliani e francesi, è opera del regista Eran Riklis, e sembra raccontare una storia di normale attualità per chi vive sulla sua pelle ogni giorno il conflitto arabo-israeliano. Poi le notizie dal medio oriente hanno parlato ben altro linguaggio: guerra e distruzione, una tragedia senza fine apparente.


Nel film invece una donna difende il suo giardino dalla sicurezza israeliana, decisa a estirparlo per evitare un possibile nascondiglio ai terroristi interessati a colpire la villa del ministro delle difesa che ha pensato di stabilirsi proprio lì davanti. La donna cerca di far valere le sue ragioni, ma l'unica che forse può capire la sua sofferenza è proprio la moglie del ministro: due donne divise che per un momento si sentono unite dall'assurdità di una barriera che ogni giorno annienta i diritti delle persone. Come a dire che la sensibilità femminile ha più antenne per percepire che l'odio non porta da nessuna parte. L'attrice che interpreta Salma (la proprietaria del giardino) si chiama Hiam Abbas: bravissima e con un viso di affilata intensità che non si dimentica. Tanto più che l'ho ritrovata nell'altro film, "L'ospite inatteso", diretto da Thomas McCarthy: qui è la madre palestinese di un giovanotto che vive in America suonando nei locali, ma senza il permesso di soggiorno. Un professore universitario un po' malinconico lo ospita dopo averlo trovato nel suo appartamento di New York, dove non soggiorna da anni: tra i due nasce una curiosa amicizia facilitata proprio dalla musica, finché il ragazzo è fermato per una sciocchezza e quindi espulso. La madre ha fatto in tempo a conoscere il professore che aiuta il figlio, ma una possibile relazione sentimentale tra loro due è troncata sul nascere dalle circostanze.


Film delicato, di tono crepuscolare e intimista, sulle differenze e le affinità che a volte possono scavalcarle, per fortuna, anche se i rapporti più veri fanno fatica a imporsi in un mondo ossessionato dalla paura dell'altro. La Abbas è brava anche qui, comunque, almeno quanto l'altro attore che interpreta il docente:  Richard Jenkins. Se i due film capitano dalle vostre parti vi consiglio di andare a vederli: fanno pensare mentre emozionano, come tutte le cose che valgono.

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mercoledì, 14 gennaio 2009

Appunti sparsi.


"Gomorra" non vincerà l'Oscar, probabilmente. Poco male, visto che comunque è stato, e sarà, molto visto anche all'estero. Un film a quello deve puntare, a circolare quanto più possibile e suscitare domande, emozioni, riflessioni. Il resto aiuta, certo, ma non è il punto centrale. Chi ci ha messo i soldi forse non sarà d'accordo, ma secondo me è così. Nel frattempo Ettore Scola dichiara la sua stanchezza verso il mestiere di "fare" cinema: nel senso che lo ritiene quasi inadeguato a stare dentro la realtà di oggi, che si evolve continuamente e che diventa, secondo lui, quasi irrappresentabile con gli strumenti del cinema. Osservazione interessante, ma discutibile. Proprio Garrone e Sorrentino coi loro ultimi e acclamatissimi film dimostrano che, volendo, realtà complesse e imbarazzanti possono venir raccontate: la capacità di un regista sta appunto nel trovare i modi, le formule narrative e visive, per farlo. Scola ha diretto alcuni capolavori del cinema italiano, come "Una giornata particolare" e "C'eravamo tanti amati", è sperabile che la sua stanchezza sia solo passeggera e che torni presto a lavorare come sa.


In tivù Fabrizio De André è stato ricordato nello speciale di Fazio: anche se l'ho seguito solo a spezzoni, mi è parso comunque un omaggio molto rispettoso dell'autore genovese. Della sua  musica soprattutto:  poche parole, qualche ricordo di chi lo ha conosciuto, e poi tanti ospiti che hanno cantato canzoni famose e meno famose. Molto interessante la performance di Nicola Piovani che collaborò con l'autore genovese in un paio di album, e ha eseguito le parti strumentali di "Storia di un impiegato". Bellissima  e intensa anche "Creuza de ma" cantata a due voci da Cristiano De André e Mauro Pagani sullo sfondo del porto di Genova. Emozione pura, senza nessuna sbavatura. La musica, qualunque sia, è questo: tutto il resto è solo gossip miserrimo per i giornaletti. In occasioni del genere, non dico che si è contenti, ma si accetta meglio perfino l'idea di pagare il canone Rai.

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lunedì, 05 gennaio 2009

Ho visto "Come dio comanda" di Gabriele Salvatores, film tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti. Siccome il libro mi era piaciuto molto, posso legittimamente dire che il film mi ha un po' deluso. Come sempre succede, ogni lettore si costruisce già il suo film durante la lettura, e quando qualcuno ti propone la sua visione dello stesso libro si fa fatica a ritrovarcisi.


Il film, voglio precisarlo, conferma che Salvatores è un ottimo regista: le singole sequenze sono girate piuttosto bene, e gli attori sono bravi. Il problema che ho riscontrato è che la materia del romanzo, come forse era inevitabile, viene ridotta all'osso e si sofferma quasi esclusivamente sul rapporto padre-figlio: lui una specie di lupo solitario disoccupato e collerico, dalla morale nazistoide, e il figlio adolescente che si sforza di adeguarsi ai dettami discutibili di un'educazione ruvida dove non manca l'affetto, ma piena di spigoli. Il problema è che si tratta di una famiglia povera, marginale, inserita nel ricco nord-est industriale, dove però il benessere degli altri confligge con la situazione precaria dei due. Nel libro di Ammaniti questo contrasto sociale era molto più evidente e lavorato, e creava lentamente un accumulo di rabbia e tensione che spiegava poi la violenza di certi episodi. Qui invece la scena dell'uccisione della ragazza da parte di Quattroformaggi (l'amico ritardato dei due) sembra arrivare troppo presto, e senza che se ne colgano le implicazioni. Peccato perché il film ha una sua forza, e Filippo Timi (il padre) si conferma un attore duttile e convincente, come lo stesso Elio Germano nei panni dell'amico svitato.


Insomma, il sodalizio Salvatores-Ammaniti stavolta non funziona troppo. In "Io non ho paura" il regista aveva puntato con intelligenza sul paesaggio assolato del sud, dove il protagonista cresceva dolorosamente quando scopriva il male intorno a sé, anzi in casa sua: il contrasto tra la luce piena dell'infanzia e le ombre nascoste che vanno poi a intaccare, anche psicologicamente, quel quadro, era il punto di forza del film. Qui mancando l'approfondimento dei personaggi e anche un'invenzione forte di quel tipo, che giustifichi la vicenda nel complesso, i singoli episodi sembrano frammenti che non arrivano a comporre un mosaico convincente. Del resto nella storia dei rapporti tra letteratura e grande schermo sono più le scommesse perse che quelle vinte, e stavolta anche un regista valido come Salvatores ha pagato pegno. Succede anche ai migliori.

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categoria:cinema, film, attualitĂ , salvatores