lunedì, 15 dicembre 2008

Parlando di rock progressivo italiano, mi sono espresso l'ultima volta sui Pandora, rimarcando come una pecca evidente la presenza di parti vocali poco efficaci. Oggi invece segnalo un disco dove le voci contribuiscono in maniera organica all'ottimo risultato complessivo: si tratta di "The Magus", nuovo progetto firmato dalla Universal Totem Orchestra, uscito per la Black Widow.


Il gruppo guidato dal batterista Uto G. Golin, che viene dalla provincia di Trento e nel 1999 aveva realizzato "Rituale alieno", si ripresenta dunque dopo un lungo silenzio con un disco molto ambizioso, che come il precedente indaga aspetti dell'esperienza umana più oscuri, in questo caso di tipo esoterico e arcano. Testi ricercati, con riferimenti colti (Juan de La Cruz), ma soprattutto una cantante di vero spessore come Ana Torres Fraile, che col suo timbro di soprano interpreta al meglio le atmosfere del disco. Si tratta di musica molto eclettica, potente e oscura a volte, ma anche elegante, e soprattutto suonata benissimo da un sestetto molto affiatato. Ovviamente è anche un disco impegnativo, di non facilissimo approccio, ma lo consiglio a tutti gli amanti del prog più avventuroso, che cercano qualcosa di più: chi ama ad esempio la Zeuhl music dei francesi Magma non resterà sicuramente deluso. E'  importante sapere che in Italia suonano anche band di questo valore, nonostante la tremenda situazione del mercato discografico e le difficoltà di trovare spazi adeguati sui media, che rigurgitano di tanta paccottiglia. Per questo, secondo me, un disco del genere merita attenzione.


La mia recensione del disco su "AltreMuse": http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni


My Space del gruppo trentino (con diversi estratti audio): http://www.myspace.com/universaltotemorchestra

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categoria:musica, dischi, rock progressivo, universal totem orchestra
sabato, 06 dicembre 2008

E' proprio vero che  viaggiando nel tempo che fu della musica prog e dintorni, si riesce ancora a fare incontri piacevoli, spesso sorprendenti. Mi riferisco, se ci fosse bisogno di precisarlo, a quel tempo della nostra vita mortale quando beltà splendeva nei dischi ridenti e fuggitivi, come direbbe il poeta di Recanati: i famigerati anni Settanta insomma, che hanno visto affermarsi appunto quei suoni strani e inauditi.


Alla spalle dei maestri britannici, il paese forse più interessante è stato la Germania, per numero di artisti e varietà di generi, in pratica tutti quelli normalmente codificati sotto l'etichetta di prog-rock. Infatti abbiamo i corrieri cosmici, ma anche il jazz-rock, il sinfonico, l'hard progressive, l'avanguardia pura, ecc. Col nome "Krautrock" si designano poi dischi e gruppi di più incerta classificazione, ma specificatamente tedeschi per una certa comune tendenza a dilatati spazi strumentali che accolgono spunti al limite dell'improvvisazione, voci non sempre calibrate ma secondarie nel contesto di questa musica, e una certa disponibilità alle sonorità etniche o esotiche. Si possono fare i nomi degli Amon Dull II, maestri riconosciuti, ma anche di band minori come Out Of Focus o Agitation Free.


In questi giorni sto ascoltando invece i Gila, una band di Stoccarda che ha lasciato alle cronache due dischi datati 1971 (omonimo) e 1973 ("Bury my Heart at Wounded Knee"), realizzati in formazione molto diversa. Nel secondo ad esempio suona anche Florian Fricke, anima dei Popol Vuh, e le sue sonorità ipnotiche alle tastiere insieme alla chitarra di Conny Veit creano dei sentieri sonori molto suggestivi: la tendenza alla ripetizione dello stesso tema si unisce a un uso variegato delle percussioni, in senso etnico-tribale a volte, che porta l'ascoltatore in paesaggi sempre mutevoli e affascinanti. La voce femminile di Sabine Merbach aggiunge una nota delicata a questa insolita ricetta di folk-rock progressivo, a volte perfino melodico, dai contorni indefiniti ma proprio per questo originale. Ecco, un gruppo come i Gila ci dà realmente la misura di cosa era la musica in quegli anni: una costante ricerca di novità, un tentativo di spostare i confini tra i generi codificati sempre un po' più avanti, infischiandosene delle etichette. E questo, per concludere, è appunto il dono che oggi abbiamo smarrito: quello che rendeva l'ascolto di un nuovo disco una vera avventura mentale assolutamente imprevedibile.

postato da: armapo alle ore 20:39 | Permalink | commenti (25)
categoria:musica, dischi, rock progressivo, gila, krautrock