venerdì, 28 novembre 2008


Due piccoli eventi hanno migliorato il mio umore questa settimana, ed entrambi riguardano la musica: ormai mi accontento, e diffido dei massimi sistemi.


Il primo è stato il concerto tenuto mercoledì qui a Siena dai Marlene Kuntz . A parte il nome, li conoscevo poco o niente, ma in realtà avevo depositato in qualche angolino della memoria alcuni dei pezzi eseguiti, probabilmente ascoltati in qualche concerto del primo maggio trasmesso in tivù. Il concerto è stato molto intenso, un misurato crescendo che somiglia un po' al raffinato rock suonato dal gruppo di Cuneo. Mi ha colpito proprio la dimensione tranquilla dei musicisti sul palco: tutti seduti, senza eccessi, anche quando la musica si faceva più sanguigna ed energica, come si vede dalla foto sopra (l'unica decente tra quelle che ho scattato..). Ogni pezzo inizia in sordina, immerso in atmosfere nebbiose e trasognate, scandite dalla chitarre e dalla voce introspettiva del cantante Cristiano Godano, e poi cresce lentamente per accumulo sonoro fino a toccare uno zenith espressivo molto coinvolgente. Di rilievo, nell'economia della serata, il contributo del tastierista e violinista Davide Arneodo, che talvolta si cimenta anche alle percussioni e complessivamente offre il contrappunto più significativo alla voce solista. Ho trovato anche molto interessante una lunga composizione psichedelica, di marca "noise", che dimostra una lodevole propensione a uscire dal seminato per cercare nuove strade senza fossilizzarsi.


Nel complesso una bella prova, seguita da un pubblico che ha riempito per intero il piccolo Teatro dei Rozzi, mostrando di conoscere tutto il repertorio della band, e con un lungo bis ovviamente molto applaudito. Francamente mi è venuta voglia di saperne di più, e credo che mi procurerò qualcuno dei loro cd, magari i primi ("Catartica" e "Il vile"), considerati i più riusciti.


L'altro evento è l'acquisto dei primi due dischi realizzati da Musicanova, il gruppo fondato da Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò. La musica popolare napoletana e meridionale in genere rivive in questi album con una freschezza straordinaria, e se il primo disco, "Garofano d'ammore" (1976) è più rigoroso e filologico, il secondo omonimo pubblicato due anni dopo è semplicemente un capolavoro, che va oltre il semplice recupero di quella tradizione per abbracciarne lo spirito in nuove composizioni di grande impatto. Accanto a una sola composizione anonima rielaborata, la struggente "Riturnella", Bennato e D'angiò firmano brani meravigliosi, come la trascinante "Pizzica minore", "Siente mo' che t'aggia dì", "A la muntagna", "Canto allo scugnizzo", dove la forza elementare delle liriche, di volta in volta sentimentali, malinconiche o  invece più animose  trova adeguato riscontro nelle voci, soprattutto quella vibrante di Teresa De Sio, che sembra in stato di grazia e lascia un segno indelebile sul disco. La strumentazione prettamente acustica poggia su chitarre e mandoloncello, fiati, violino e percussioni, ma è un impasto di umori, immagini e colori che dimostra una vitalità sorprendente. Ancora più sorprendente, però, è che musica di questo livello non abbia avuto tutta la fortuna che meritava, ma questo è un discorso vecchio. Mi limito a consigliare a tutti questi dischi, perché a volte vale la pena di ascoltare musica fuori dalle solite logiche commerciali: è una vera boccata d'ossigeno.


Potete trovare i due cd, e molti altri ancora, a questo link: http://www.cnimusic.it/catalogoluckyplanets.htm

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categoria:musica, live, folk, rock, dischi, marlene kuntz, musicanova
domenica, 23 novembre 2008

Stavo facendo un po' di conti l'altro giorno e mi sono accorto che quest'anno ho visto una dozzina di film (in sala voglio dire), e di questi ben otto sono italiani. Sono un inguaribile patriota o è solo un caso? La verità è un'altra: nei cinema della mia città in questa prima parte di stagione i film italiani hanno effettivamente invaso le sale come raramente è successo. E' un dato ormai evidente che il pubblico non rifiuta più il cinema italiano, come avveniva fino a qualche anno fa, anzi la tendenza si è invertita: i gestori l'hanno capito e allora questo spiega l'invasione degli italiani. Oltretutto i film di altre cinematografie non erano granché, dal mio punto di vista. Tra le otto pellicole di casa nostra c'erano dei film parzialmente non riusciti, qualcuno discreto, un paio decisamente belli.


E' bello anche "Il passato è una terra straniera" di Daniele Vicari, nel quale recitano attori sulla cresta dell'onda come Elio Germano, e altri comunque molto bravi come Michele Riondino (una piacevole scoperta) oltre alla già affermata Chiara Caselli. Tratto dal romanzo dello scrittore e magistrato Gianrico Carofiglio è ambientato in una Bari a due facce: quella rispettabile della buona borghesia, e quello delle sale da gioco dove il benestante Giorgio e il luciferino Francesco , diventati amici per caso dopo una rissa, sono complici nello spennare gente ricca e anche temibile. Molto notturno e girato abilmente con passo e ritmo da thriller, è un film pieno di facce, musica, atmosfere ambigue, realistico e anche crudo, che parte benissimo e poi forse si sfrangia qua e là, ma tiene comunque avvinti fino al termine. Non privo di qualche difetto, forse, ma meritevole per molti aspetti.


Tra i non italiani invece è bellissimo "La classe" di Laurent Cantet, del quale molto si è parlato. Giustamente, perché con la sua apparenza di documento-verità è soprattutto una riflessione, sentita e molto incisiva, sul ruolo fondamentale della scuola pubblica nella società multietnica di oggi, dove il rischio di escludere e discriminare si può cogliere anche nelle lezioni quotidiane di questi studenti d'un liceo della periferia parigina. Attualissimo anche da noi, con tutto quello che sta succedendo nelle piazze e non solo. E' girato tutto in interni, non ha nessun appeal divistico di tendenza, ma alla fine è una scommessa vinta che fa pensare, dopo averti coinvolto con le sue venticinque microstorie umane: anzi ventisei, contando il professore che si cimenta, perchè ci crede, nella faticosa impresa di tenere insieme i fili di una classe così complicata. Sa benissimo che non c'è altra scelta: saper convivere è un'arte necessaria.

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categoria:cinema, film, scuola, attualitĂ 
sabato, 15 novembre 2008

Sono roso dal dubbio: è proprio vero che le colpe dei padri ricadono, comunque, sui figli? No, tranquilli, non sto parlando di storia, né di filosofia, ma semplicemente di musica.


Ho appena preso il cd di esordio di una nuova formazione italiana, da poco pubblicato dalla BTF. Loro si chiamano Pandora e il loro disco "Dramma di un poeta ubriaco". Volete sapere cosa c'entrano con l'amletico dubbio di cui sopra? C'entrano proprio perché, a quanto pare, pregi e difetti dell'epoca d'oro del prog italiano dei Settanta si confermano anche in questo disco, come se tanti anni fossero passati invano. Probabilmente siamo un paese che invecchia, ma non cambia, in ogni settore. Intendiamoci: i Pandora non sono male, e complessivamente il disco lo definirei carino, ma con qualche pecca di fondo che inficia anche i momenti più interessanti. Ad esempio le parti vocali e i testi. E' ancora qui, sempre qui, che il tempo passa invano e le magnifiche sorti, e progressive, del rock italiano, sono pregiudicate dal solito problema. Che ha fatto vittime illustri, storicamente: più recentemente, gli stessi Finisterre, per quanto validissimi come proposta musicale.


Se dal lato strumentale si apprezzano le fughe d'organo dei due tastieristi, le rullate possenti e la discreta presenza del chitarrista, in un tessuto strumentale "dark" e romantico, sulla scia di gruppi storici del panorama nazionale (Metamorfosi e Alphataurus ad esempio), quando arriva il cantato non ci siamo affatto e tutto rientra nella (deludente) normalità. Liriche faticose e non proprio scorrevoli, e un timbro vocale quasi mai coinvolgente come la musica, anzi spesso mediocre. Il risultato è dunque controverso, perché, come si dice, è la somma che fa il totale, e qui alla fine siamo solo un rigo sopra la sufficienza. Peccato.


Cosa sia che rende così problematico per il progressive di casa nostra dotarsi di un cantante degno di tal nome, rimane arduo da definire. Onestamente, ritirare fuori la solita faccenda della lingua italiana così poco adatta alla metrica del rock mi pare improponibile. Perchè ormai lo sanno grandi e piccini che ci sono sistemi per ovviare a questo handicap: c'è chi fa a meno dei testi, ad esempio, oppure limita di molto la parte lirica, o meglio ancora aspetta a trovare un vero cantante prima di proporsi per un disco. Sembrerebbe ovvio, ma non lo è. Così continuiamo ad avere gruppi di buon livello strumentale, che scrivono pezzi di spessore, ma penalizzati da voci mediocri.


Ai Pandora auguro di  risolvere questo aspetto per la prossima occasione, perché ne hanno senz'altro la possibilità. A tutti gli altri sarebbe il caso di raccomandare calma e prudenza: guardatevi intorno, e chiedetevi cento volte se è proprio necessario fare dischi buoni solo a metà. Non conviene aspettare, prima di sbagliare, ieri come oggi, e sempre allo stesso modo?


Ecco un link per altre info e ascoltare qualche brano del gruppo piemontese:


 http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=415639517

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categoria:dischi, progressive, rock progressivo, pandora, nusica
venerdì, 07 novembre 2008

Un piccolo grande film: così definirei "Si può fare" di Giulio Manfredonia. Stranamente non inserito in concorso al festival di Roma, ma comunque accolto con grande calore dal pubblico, è la dimostrazione che anche da noi si possono fare commedie sociali di spessore, senza vendersi l'anima ma neppure buttandola giù troppo pesante.


Ispirato a esperienze reali, il film di Manfredonia segue le vicende di un sindacalista milanese dei primi anni Ottanta, che viene spedito (per toglierselo di torno) in una cooperativa che ospita alcuni malati di mente. Siamo nell'era Basaglia, cioè nel periodo che "i matti" appunto non vanno più in manicomio, ma devono restare nella società. Partendo da qui, il protagonista, prendendo alla lettera il concetto, riesce a ridare dignità al lavoro dei suoi "soci", anche superando lo scetticismo e i duri contrasti con i medici e i committenti dei lavori. Claudio Bisio indossa con notevole adesione psico-fisica i panni del sindacalista contro tutti, affiancato da attori tutti credibili, da Anita Caprioli a Giuseppe Battiston e Giorgio Colangeli.


Ci sono momenti drammatici e momenti ilari, ma sempre sul filo dell'intelligenza e del giusto equilibrio: una storia raccontata veramente bene, che evita sia il patetismo ricattatorio di troppi film del genere, sia la deriva nichilista, altrettanto esecrabile. Una bella sorpresa che comunica vitalità e sentimenti forti. Direi che ne abbiamo bisogno tutti.

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categoria:riflessioni, cinema, film, attualitĂ