Due piccoli eventi hanno migliorato il mio umore questa settimana, ed entrambi riguardano la musica: ormai mi accontento, e diffido dei massimi sistemi.
Il primo è stato il concerto tenuto mercoledì qui a Siena dai Marlene Kuntz . A parte il nome, li conoscevo poco o niente, ma in realtà avevo depositato in qualche angolino della memoria alcuni dei pezzi eseguiti, probabilmente ascoltati in qualche concerto del primo maggio trasmesso in tivù. Il concerto è stato molto intenso, un misurato crescendo che somiglia un po' al raffinato rock suonato dal gruppo di Cuneo. Mi ha colpito proprio la dimensione tranquilla dei musicisti sul palco: tutti seduti, senza eccessi, anche quando la musica si faceva più sanguigna ed energica, come si vede dalla foto sopra (l'unica decente tra quelle che ho scattato..). Ogni pezzo inizia in sordina, immerso in atmosfere nebbiose e trasognate, scandite dalla chitarre e dalla voce introspettiva del cantante Cristiano Godano, e poi cresce lentamente per accumulo sonoro fino a toccare uno zenith espressivo molto coinvolgente. Di rilievo, nell'economia della serata, il contributo del tastierista e violinista Davide Arneodo, che talvolta si cimenta anche alle percussioni e complessivamente offre il contrappunto più significativo alla voce solista. Ho trovato anche molto interessante una lunga composizione psichedelica, di marca "noise", che dimostra una lodevole propensione a uscire dal seminato per cercare nuove strade senza fossilizzarsi.
Nel complesso una bella prova, seguita da un pubblico che ha riempito per intero il piccolo Teatro dei Rozzi, mostrando di conoscere tutto il repertorio della band, e con un lungo bis ovviamente molto applaudito. Francamente mi è venuta voglia di saperne di più, e credo che mi procurerò qualcuno dei loro cd, magari i primi ("Catartica" e "Il vile"), considerati i più riusciti.
L'altro evento è l'acquisto dei primi due dischi realizzati da Musicanova, il gruppo fondato da Eugenio
Bennato e Carlo D'Angiò. La musica popolare napoletana e meridionale in genere rivive in questi album con una freschezza straordinaria, e se il primo disco, "Garofano d'ammore" (1976) è più rigoroso e filologico, il secondo omonimo pubblicato due anni dopo è semplicemente un capolavoro, che va oltre il semplice recupero di quella tradizione per abbracciarne lo spirito in nuove composizioni di grande impatto. Accanto a una sola composizione anonima rielaborata, la struggente "Riturnella", Bennato e D'angiò firmano brani meravigliosi, come la trascinante "Pizzica minore", "Siente mo' che t'aggia dì", "A la muntagna", "Canto allo scugnizzo", dove la forza elementare delle liriche, di volta in volta sentimentali, malinconiche o invece più animose trova adeguato riscontro nelle voci, soprattutto quella vibrante di Teresa De Sio, che sembra in stato di grazia e lascia un segno indelebile sul disco. La strumentazione prettamente acustica poggia su chitarre e mandoloncello, fiati, violino e percussioni, ma è un impasto di umori, immagini e colori che dimostra una vitalità sorprendente. Ancora più sorprendente, però, è che musica di questo livello non abbia avuto tutta la fortuna che meritava, ma questo è un discorso vecchio. Mi limito a consigliare a tutti questi dischi, perché a volte vale la pena di ascoltare musica fuori dalle solite logiche commerciali: è una vera boccata d'ossigeno.
Potete trovare i due cd, e molti altri ancora, a questo link: http://www.cnimusic.it/catalogoluckyplanets.htm
categoria:musica, live, folk, rock, dischi, marlene kuntz, musicanova











Tra i non italiani invece è bellissimo "La classe" di Laurent Cantet, del quale molto si è parlato. Giustamente, perché con la sua apparenza di documento-verità è soprattutto una riflessione, sentita e molto incisiva, sul ruolo fondamentale della scuola pubblica nella società multietnica di oggi, dove il rischio di escludere e discriminare si può cogliere anche nelle lezioni quotidiane di questi studenti d'un liceo della periferia parigina. Attualissimo anche da noi, con tutto quello che sta succedendo nelle piazze e non solo. E' girato tutto in interni, non ha nessun appeal divistico di tendenza, ma alla fine è una scommessa vinta che fa pensare, dopo averti coinvolto con le sue venticinque microstorie umane: anzi ventisei, contando il professore che si cimenta, perchè ci crede, nella faticosa impresa di tenere insieme i fili di una classe così complicata. Sa benissimo che non c'è altra scelta: saper convivere è un'arte necessaria.
Ispirato a esperienze reali, il film di Manfredonia segue le vicende di un sindacalista milanese dei primi anni Ottanta, che viene spedito (per toglierselo di torno) in una cooperativa che ospita alcuni malati di mente. Siamo nell'era Basaglia, cioè nel periodo che "i matti" appunto non vanno più in manicomio, ma devono restare nella società. Partendo da qui, il protagonista, prendendo alla lettera il concetto, riesce a ridare dignità al lavoro dei suoi "soci", anche superando lo scetticismo e i duri contrasti con i medici e i committenti dei lavori. Claudio Bisio indossa con notevole adesione psico-fisica i panni del sindacalista contro tutti, affiancato da attori tutti credibili, da Anita Caprioli a Giuseppe Battiston e Giorgio Colangeli.