mercoledì, 29 ottobre 2008

Oggi solo qualche segnalazione sparsa.


Ho  visto l'ultimo film dei Coen, "Burn After Reading": ben recitato e congegnato, è una satira con tratti farseschi dell'America oggi. La Cia e tutto il mondo che ruota intorno ai servizi segreti sembra l'obiettivo principale, ma in realtà si ride anche sulle persone comuni che si comportano come se fossero appunto dentro un film di James Bond. Film carino nel complesso. Pitt, Clooney e gli altri sono molto spiritosi, ma secondo me i Coen hanno fatto di meglio, e a volte ho l'impressione che si prendano delle vacanze da se stessi per divertirsi:  niente di male, ripeto, ma il livello emotivo e coinvolgente di film come "Barton Fink" resta lontano.


Tra i libri mi piace segnalare ancora un altro volume di Gianni Biondillo: si chiama "Il giovane sbirro" e lo trovate anche nei tascabili Guanda. Questa volta si va alle radici, cioè ai primi passi del giovane Ferraro, che passa da un gruppo rock al lavoro in polizia, dove entra quasi per caso, senza avere una vera vocazione. Questa ambivalenza verso il proprio lavoro lo rende comunque più interessante e sfaccettato. Lo stile è sempre spigliato e godibile, soprattutto i dialoghi, scoppiettanti e mordaci come pochi altri sanno scrivere oggi. Si ride molto, ma quello che emerge è un paesaggio sociale molto verosimile, ritratto con affetto e simpatia per tutti i personaggi.


Tra i dischi, ancora e sempre d'annata, merita una citazione un gruppo danese che pochi ricorderanno: Culpeper's Orchard. Il loro primo disco omonimo, pubblicato nel 1970, è un vero gioiellino. Musicalmente situato tra un robusto rock-blues alla Cream, con tratti anche hard, e una bella vena di pop psichedelico davvero intrigante, con melodie accattivanti e trasognate nelle quali si avvertono echi di Procol Harum e simili. Chitarre in primo piano (anche acustiche), organo, piano e flauto qua e là, ma soprattutto un ottimo vocalist inglese che interpreta al meglio le diverse atmosfere dell'album. Lo consiglio ai più esplorativi, che hanno voglia di uscire ogni tanto dai sentieri troppo battuti per trovare piccole gemme nascoste: anche se non diffusissimo, il disco dovreste trovarlo in qualche shop online. Merita davvero.

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categoria:musica, libri, cinema, film, dischi
martedì, 21 ottobre 2008

C'è un cinema per tutti i gusti, come sappiamo: a ciascuno il suo, thriller, drammatico, comico o civile che sia. A quanto pare però c'è anche un cinema saggistico, e a dimostrarlo è il film di Alessandro Baricco, "Lezione Ventuno". Baricco è un personaggio poliedrico e sfaccettato: a me per esempio piace più come divulgatore che come scrittore. Me lo ricordo ancora in "Pickwick", uno dei pochi programmi televisivi dove i libri erano raccontati con un linguaggio finalmente giusto, né pedante, né superficiale, che parlava a tutti. Quest'ultimo film rientra appunto nella categoria del Baricco divulgatore, ma con una differenza polemica: più che farci apprezzare qualcosa, vuole svelarci che quello che a molti pare un capolavoro della musica europea, cioè la Nona Sinfonia di Beethoven, non lo è affatto.


Ora, è chiaro che la valutazione del film deve anzitutto accettare quest'idea, e per molti suppongo che non sia facile: l'Inno alla gioia, che fa parte della Nona Sinfonia, è infatti da sempre considerato una sorta di inno all'Europa e alla fratellanza universale. Un vero monumento difficile da liquidare. Se però si è curiosi il film di Baricco si svela come una specie di scommessa intellettuale tutt'altro che banale. Dietro la provocatoria tesi che in quest'opera famosa ci sia in realtà potenza e perfino genio, ma non bellezza (come dice nel film il professor Killroy nella sua lezione) prende forma una riflessione più profonda che riguarda la solitudine di Beethoven, l'isolamento e l'estraneità del vecchio musicista sordo e orgoglioso, e di riflesso il rapporto dell'artista con i suoi contemporanei. Un vecchio problema, questo.


Per noi posteri mettere in discussione Beethoven, o Mozart e altri artisti del genere, è arduo: siamo schiacciati dal mito ingombrante che rappresentano, come se fossero nati già immortali. La realtà è diversa: tutti i più grandi, con rare eccezioni, hanno conosciuto l'incomprensione, la calunnia, spesso la fame o l'ostracismo dei loro contemporanei. Di Beethoven si scrisse ch'era un imbecille pronto per il manicomio, per dirne una. Il film di Baricco, che è anche frutto di ricerche minuziose, mette appunto in luce che dietro l'apparenza di un'opera che subito conquistò il pubblico, nella prima esecuzione viennese, c'è stato invece una sorta di fiasco clamoroso, che solo gli amici del musicista riuscirono a tramandare cone un trionfo. Il pubblico, dice Baricco nel film, accolse la Nona Sinfonia come l'opera già vecchia di un artista che aveva fatto il suo tempo, scalzato ormai dai nuovi astri, a cominciare da Rossini, che furoreggiava con le sue opere più vivaci e colorate, piene di melodia e arguzia.


Non mi pronuncio nel merito del giudizio musicale, ma bisogna dire che il film, anche se all'inizio un po' farraginoso nell'intreccio dei piani narrativi, è girato con intelligenza e umorismo, collocandosi in una zona espressiva abbastanza originale: un film a tesi, polemico quanto accurato e ingegnoso, che merita sicuramente una visione. Magari per riascoltare e apprezzare nuovamente la Nona Sinfonia di quello che rimane, in ogni caso, un genio della musica.

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categoria:cinema, film, baricco, beethoven, attualitĂ 
martedì, 14 ottobre 2008

I Wigwam sono forse la più rinomata formazione del rock-prog finlandese, una scena poco considerata che ha invece regalato artisti di un certo valore. Attivi dalla fine degli anni Sessanta hanno messo insieme diversi album, partendo da un pop-rock che ricorda a tratti i primi Traffic per arrivare a un rock più arioso, con qualcosa di americano nella ricetta. Il bello è che ognuna di queste fasi produce musica di grande livello, compresi ovviamente i lavori più propriamente progressivi.


Ho appena messo le mani su "Tombstone Valentine", "Being" e "Nuclear Nightclub", tre dischi abbastanza diversi tra loro, eppure godibilissimi per il talento dei singoli musicisti, alcuni dei quali diverranno poi dei solisti piuttosto conosciuti, come il bassista e violinista Pekka Pohjola e il chitarrista Jukka Tolonen, che collabora da membro esterno in varie incisioni della band. La cosa che si apprezza di più è la fluida scorrevolezza dei passaggi strumentali, senza le sbavature o le ingenuità di molti gruppi dello stesso periodo. Sia che si tratti di raffinate pop-song, come in "Tombstone Valentine", o di complesse partiture prog, come nel caso di "Being", a fare la differenza è la cura degli arrangiamenti e soprattutto il senso della misura. Mi sto convincendo che tutte le band scandinave abbiano nel proprio dna questa innata capacità di non andare mai sopra le righe, e costruire la loro musica con meticoloso rispetto per le singole parti, senza cedere mai a certi personalismi così facili nel rock. Il risultato è appunto un suono di rara gradevolezza, compatto quanto duttile, che anche quando si cimenta con il tipico concept dell'era progressive, come "Being", non perde mai di vista la sua flemmatica eleganza di fondo. Aggiungo che le voci sono eccellenti e gli spunti solistici sempre ben integrati nello schema collettivo. "Nuclear Nightclub" in particolare, uscito nel 1975, è il classico disco che non ci si stanca mai di ascoltare e che potrebbe girare all'infinito nel vostro lettore: tra melodia, rock di taglio americano e soluzioni più innovative, i Wigwam non deludono mai, e neppure annoiano, come succede anche a molti mostri sacri del rock. Per quanto mi riguarda, insomma, è sicuramente una delle band che più mi hanno impressionato negli ultimi tempi.


In attesa di ascoltare anche "Fairyport", il loro disco forse più noto nell'ambito del progressive, mi sento di consigliare questo gruppo finnico a chiunque abbia orecchie e cuore, come si dice: non rimarrete delusi.

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categoria:musica, dischi, rock progressivo, wigwam
mercoledì, 08 ottobre 2008

A proposito di etichette, che qui pare ne nasca una ogni settimana: che musica suonano i Mogwai? Bella musica senz'altro, secondo me, ma che roba è a volerla classificare? Stando a quel che leggo su Internet sarebbe "post-rock", che poi vuol dire tutto e il suo contrario...


Li ho conosciuti casualmente qualche anno fa, guardando un loro video clip su MTV: una folgorazione. Il video era una specie di ambiguo, e non troppo allegro, cartoon ispirato dal titolo del pezzo, "Hunted by a Freak". Ho scoperto poi ch'era il primo brano di "Happy Songs for Happy People"  (2003), che continuo a stimare come il migliore dei loro album che conosco. Il disco seguente invece si chiama "Mr Beast", pubblicato nel 2006, e mi piace meno, mentre il più recente "The Hawk Is Howling" risale ai livelli migliori secondo me. In linea di massima, la musica del gruppo scozzese mette insieme ciò che resta della psichedelia, con una spruzzata di elettronica e un po' di "noise" qua e là: se avete capito cosa ne viene fuori avete vinto l'orsacchiotto. Comunque è una di quelle band che non dispiacciono agli amanti del progressive, anche se è difficile rintracciarvi somiglianze precise coi capiscuola del genere. A me piace l'uso mai invadente o algido dell'elettronica, che produce sequenze ipnotiche e introspettive. Ogni tanto viene anche fuori un rock più duro, dai contorni ossessivi, ma non è il loro lato che preferisco in assoluto. Come al solito, bisogna più ascoltare che parlare, infatti questa è solo una segnalazione a chi magari è in cerca di qualche novità discografica. Qualche link a supporto:


La mia recensione di "Hawk Is Howling" su "AltreMuse": http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni


Il video del famigerato "Hunted by a Freak": http://it.youtube.com/watch?v=ncSlPGnuOss

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categoria:musica, dischi, mogwai, post-rock
mercoledì, 01 ottobre 2008

Oggi vorrei parlare di due romanzi che ho letto ultimamente. Il primo è "Sardinia Blues" di Flavio Soriga e l'altro "Una testa mozzata" di Irvine Welsh. Se l'uno, come si evince dal titolo, è ambientato in Sardegna, il secondo invece si svolge in una cittadina della Scozia. A prima vista poco li accomuna, ma leggendoli si ha la netta impressione che nascano da una stessa radice, a mio avviso riassumibile in una sola parola: provincia.


Quella di Soriga è una provincia più vasta, in quanto è anche un'isola, e dunque assomma alla dimensione appartata della provincia il senso di una separatezza, anche fisica, più profonda. Non a caso i protagonisti del libro vivono questa doppia prigione, da una parte l'impotenza di trovare uno sbocco professionale ai loro progetti senza andarsene, nonostante siano tutti laureati e piuttosto colti, e dall'altra anche il peso degli stereotipi legati alla loro terra: una terra selvaggia e per molti immutabile, antica sede di civiltà remote, ma anche, ultimamente, quella dei vip e dei ricchi che popolano d'estate le sue località più note, come la Costa Smeralda. Alla fine, per sopravvivere a questi due condizionamenti incrociati, i personaggi di Soriga si lasciano vivere in una sospensione quasi filosofica, tra ozio, nostalgie di una vita impossibile e avventurose trasgressioni che li portano a sfiorare anche il giro della malavita.


Più sanguigna e anche divertente è la provincia immortalata nel suo romanzo da Welsh, autore già rivisitato dal cinema inglese degli ultimi anni. Una storia d'amore a due voci tra due giovani molto diversi, un campione di subbuteo, ex fantino, e una ragazza più benestante che ama i cavalli e detesta il padre. Qui lo slang dei protagonisti fa davvero la differenza e sprigiona autentiche scintille nello stile iperrealistico di Welsh, che si modella sul "parlato": il sesso come pensiero fisso e metafora domina la scena, accanto ai sogni di scappare via dall'angusto mondo dove tutti ti conoscono e ogni tuo passo è subito spettacolo pubblico. La sottile malinconia del libro di Soriga, che si traduce a tratti in una narrazione sincopata che somiglia davvero a un giro di blues, qui deflagra nell'incrocio di due solitudini che si riconoscono pur partendo da situazioni diverse. Nel parlato e nella coscienza dei due si depositano scorie, frustrazioni e desideri assurdi che sono il vero lascito del vivere in provincia e regalano sequenze esilaranti, dove il realismo del contesto si colora a tratti di un grottesco quasi surreale.


Chi in provincia ci è cresciuto, e magari ci vive ancora, difficilmente sfuggirà al fascino ambiguo di questi due libri, sia pure diversi dal punto di vista dello stile narrativo. Quello di Soriga è più pensoso e quasi lirico, quello di Welsh più ruvido, ma in realtà scrivono della stessa cosa: la vigilia della vita che vorremmo, che poi diventa la vita stessa, come si scopre sempre a posteriori. Insomma, citando Guccini: "Tutto questo lo sai e sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia" (Canzone quasi d'amore).


Per chi vuole, i due libri sono recensiti anche su "AltreMuse": http://xoomer.alice.it/altremuse/letteratura.htm

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categoria:riflessioni, libri, letteratura, provincia