
La designazione di "Gomorra" come rappresentante italiano agli Oscar è indubbiamente una notizia. Non perché non si tratti di un bel film, ma perchè a quanto pare, e non accade spesso, la decisione è stata presa praticamente all'unanimità dalla commissione dell'Anica, senza critiche o polemiche. Come se per una volta il valore di un film di questo impatto mediatico, così duro e perfino sgradevole nei contenuti, fosse per tutti indiscutibile. Qua e là, quando il film di Matteo Garrone tratto dal libro di Saviano arrivò nelle sale, non mancarono invece i soliti commenti del tipo "ma l'Italia non è così", "non rappresenta il paese", ecc. Tutti si arresero però al clamoroso successo di pubblico e di critica, all'interesse popolare per un film mai retorico che senza sconti trasponeva in crude immagini di spaventosa eloquenza la desolante realtà descritta da Saviano.
Mi pare onestamente un buon segnale di maturità da parte dell'ambiente, specie di coloro che potevano avere qualche legittima pretesa di candidatura, come Sorrentino ("Il divo"), Virzì ("Tutta la vita davanti") o Soldini ("Giorni e nuvole"). E' vero che il fenomeno è stato tale che era difficile ignorarlo, ma siamo pur sempre il paese dove un certo cinema civile o di denuncia (da De Sica a Rossellini fino a Rosi e Pasolini) è stato sempre guardato con disprezzo da un'intera classe dirigente: quella convinta che "i panni sporchi si lavano in famiglia". Non m'illudo certo che le cose (e le menti) siano cambiate di colpo, ma qualcosa forse comincia a muoversi, ed è già molto. Chi mostra il marcio del paese in cui vive non sta facendo un'opera di sciacallaggio, ma esattamente il contrario: sta ponendo un problema sul tappeto perchè si trovi prima o poi una soluzione a uno stato di cose che avvilisce, indigna, e in certi casi toglie anche la voglia di vivere. Non è mai tardi per arrivare a capirlo, anche se dovrebbe essere ovvio per tutti. Del resto, la cronaca di questi giorni, da Milano a Castel Volturno, ci dice che non è più possibile negare una realtà esplosiva di questo genere. Artisti come Garrone, scrittori come Saviano, non fanno che denunciare coi loro strumenti quello che abbiamo ormai sotto gli occhi e che spesso la classe politica non sa, o non vuole, affrontare davvero come dovrebbe.











Il gruppo era nato alla fine degli anni Sessanta da musicisti come Eugenio Bennato (fratello del più noto Edoardo) e Giovanni Mauriello, e nei primi dischi collaborava come direttore artistico nientemeno che Roberto De Simone, che li avrebbe poi coinvolti nella messa in scena di famosissime opere musicali, soprattutto "La gatta cenerentola" , presentata con enorme successo a Spoleto nel 1976 e poi in tutto il mondo. Io ho la versione in VHS dell'opera, pubblicata dalla Einaudi, ed è una raccolta davvero unica di folklore partenopeo, musica colta settecentesca e comicità popolare, che attinge sia al repertorio orale che alla letteratura napoletana. La Nuova Compagnia pubblicò poi anche il disco dell'opera. Sia in progetti di questa portata, a metà tra teatro e musica, che nei lavori pubblicati a proprio nome, il gruppo conobbe in quel periodo una grande popolarità con frequenti apparizioni televisive. Le voci straordinarie di Fausta Vetere, Giovanni Mauriello e Peppe Barra davano corpo a un recupero sacrosanto di una tradizione musicale che niente aveva da invidiare a certi fenomeni del folk anglosassone, una volta superati certi preconcetti. Basta ascoltare brani famosi come "Tammurriata nera" per cogliere la forza vibrante di questo repertorio che in gran parte recupera antichi canti popolari, ma senza sottoporli a quella sorta di chirurgia plastica di molto finto folk. La strumentazione rimane acustica, dominata da chitarre, flauti, a volte violino, con l'elemento percussivo e le voci sempre in primo piano. 