giovedì, 25 settembre 2008


La designazione di "Gomorra" come rappresentante italiano agli Oscar è indubbiamente una notizia. Non perché non si tratti di un bel film, ma perchè a quanto pare, e non accade spesso, la decisione è stata presa praticamente all'unanimità dalla commissione dell'Anica, senza critiche o polemiche. Come se per una volta il valore di un film di questo impatto mediatico, così duro e perfino sgradevole nei contenuti, fosse per tutti indiscutibile. Qua e là, quando il film di Matteo Garrone tratto dal libro di Saviano arrivò nelle sale, non mancarono invece i soliti commenti del tipo  "ma l'Italia non è così", "non rappresenta il paese", ecc. Tutti si arresero però al clamoroso successo di pubblico e di critica, all'interesse popolare per un film mai retorico che senza sconti trasponeva in crude immagini di spaventosa eloquenza la desolante realtà descritta da Saviano.


Mi pare onestamente un buon segnale di maturità da parte dell'ambiente, specie di coloro che potevano avere qualche legittima pretesa di candidatura, come Sorrentino ("Il divo"), Virzì ("Tutta la vita davanti") o Soldini ("Giorni e nuvole"). E' vero che il fenomeno è stato tale che era difficile ignorarlo, ma siamo pur sempre il paese dove un certo cinema civile o di denuncia (da De Sica a Rossellini fino a Rosi e Pasolini) è stato sempre guardato con disprezzo da un'intera classe dirigente: quella convinta che "i panni sporchi si lavano in famiglia". Non m'illudo certo che le cose (e le menti) siano cambiate di colpo, ma qualcosa forse comincia a muoversi, ed è già molto. Chi mostra il marcio del paese in cui vive non sta facendo un'opera di sciacallaggio, ma esattamente il contrario: sta ponendo un problema sul tappeto perchè si trovi prima o poi una soluzione a uno stato di cose che avvilisce, indigna, e in certi casi toglie anche la voglia di vivere. Non è mai tardi per arrivare a capirlo, anche se dovrebbe essere ovvio per tutti. Del resto, la cronaca di questi giorni, da Milano a Castel Volturno, ci dice che non è più possibile negare una realtà esplosiva di questo genere. Artisti come Garrone, scrittori come Saviano, non fanno che denunciare coi loro strumenti quello che abbiamo ormai sotto gli occhi e che spesso la classe politica non sa, o non vuole, affrontare davvero come dovrebbe.

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categoria:cinema, film, oscar, attualitĂ 
giovedì, 18 settembre 2008

Recentemente ho preso un cd della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Si chiama "Medina", uscito nel 1992, e oltre a colpirmi per la sua bellezza, mi ha lasciato dentro una grande curiosità per questo gruppo folk napoletano che a metà degli anni Settanta ebbe un momento di grande successo. Poi c'è stato un calo d'interesse per una certa musica, come del resto per altri generi come il progressive, e solo episodicamente la Nuova Compagnia ha fatto ancora parlare di sé: tra l'altro negli anni Novanta è stata due volte al festival di Sanremo con eccellenti risultati, ma il mercato discografico non li ha mai premiati granché.

Il gruppo era nato alla fine degli anni Sessanta da musicisti come Eugenio Bennato (fratello del più noto Edoardo) e Giovanni Mauriello, e nei primi dischi collaborava come direttore artistico nientemeno che Roberto De Simone, che li avrebbe poi coinvolti nella messa in scena di famosissime opere musicali, soprattutto "La gatta cenerentola" , presentata con enorme successo a Spoleto nel 1976 e poi in tutto il mondo. Io ho la versione in VHS dell'opera, pubblicata dalla Einaudi, ed è una raccolta davvero unica di folklore partenopeo, musica colta settecentesca e comicità popolare, che attinge sia al repertorio orale che alla letteratura napoletana. La Nuova Compagnia pubblicò poi anche il disco dell'opera. Sia in progetti di questa portata, a metà tra teatro e musica, che nei lavori pubblicati a proprio nome, il gruppo conobbe in quel periodo una grande popolarità con frequenti apparizioni televisive. Le voci straordinarie di Fausta Vetere, Giovanni Mauriello e Peppe Barra davano corpo a un recupero sacrosanto di una tradizione musicale che niente aveva da invidiare a certi fenomeni del folk anglosassone, una volta superati certi preconcetti. Basta ascoltare brani famosi come "Tammurriata nera" per cogliere la forza vibrante di questo repertorio che in gran parte recupera antichi canti popolari, ma senza sottoporli a quella sorta di chirurgia plastica di molto finto folk. La strumentazione rimane acustica, dominata da chitarre, flauti, a volte violino, con l'elemento percussivo e le voci sempre in primo piano.


Spiegare perché artisti di questo valore, con le loro proposte, facciano tanta fatica a trovare spazio, sarebbe lungo. In sintesi si potrebbe dire che musica di questo genere mal si adatta a un mercato discografico dominato dalla "plastica" e da fenomeni molto effimeri, costruiti a tavolino e senza niente di paragonabile allo spessore della Nuova Compagnia. Il gruppo comunque pare ancora attivo, anche se l'ultimo disco è  "La candelora", del 2005. La formazione è quasi completamente mutata, a parte Fausta Vetere, ma continua il suo percorso soprattutto dal vivo.


Per chi vuole saperne di più ecco il link al sito ufficiale: http://www.nccp.it/nccp.html

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categoria:musica, folk, dischi, nccp
lunedì, 15 settembre 2008

Dopo aver sollevato molti umori sulfurei sul film di Ozpetek, quasi tutti di segno negativo, mi piace citare un altro film presentato a Venezia, ma totalmente diverso. Parlo de "Il seme della discordia", diretto da Pappi Corsicato.


Se "Un giorno perfetto" era un viaggio negli umori più neri, il film di Corsicato è una commedia che strizza l'occhio al cinema di Almodovar più frizzante, quello degli anni Ottanta per intenderci. Con un riferimento di base perfino illustre (Von Kleist), la vicenda ruota intorno alla ricerca del vero padre del figlio che la protagonista femminile (una sontuosa Caterina Murino) sta aspettando: il marito (Alessandro Gassman) si scopre infatti sterile, per cui la caccia all'inseminatore coinvolge tutto il quartiere. E' notevole l'ambientazione: una Napoli moderna e benestante, senza stereotipi, che in realtà è sovrastata da scenografie colorate e vagamente anni sessanta, come la colonna sonora.


Il tono divertito, e spesso divertente, del racconto scorre ch'è un piacere fino allo scioglimento: qualcuno lo troverà superficiale, ma direi invece che si tratta d'un film ben studiato e orchestrato, ricco di omaggi e citazioni, teso soprattutto a evitare lo psicologismo e il realismo pesante di certo cinema d'autore in favore d'una leggerezza superiore, che Corsicato ha già sperimentato nei suoi film precedenti. Insomma, qui la trama sembra un semplice pretesto per una galleria di situazioni, facce e soprattutto corpi legati dal mistero che verrà svelato in fondo. Viene da pensare che un film così piacerebbe perfino a mister Tarantino, che tanto s'intristisce guardando i film italiani di oggi, e ho detto tutto.

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categoria:varie, cinema, film, corsicato
domenica, 07 settembre 2008


Finalmente ho iniziato la mia nuova stagione di spettatore con  "Un giorno perfetto" di Ozpetek. Il regista si è cimentato per la prima volta con un testo non suo, in questo caso il romanzo omonimo di Melania Mazzucco. Intorno a un uomo che non sa accettare la separazione dalla moglie si snoda un film piuttosto cupo, che deve molto al lavoro dei suoi attori: Valerio Mastandrea è il marito, Isabella Ferrari la moglie che si barcamena tra i due figli e un lavoro precario in un call center. Finirà in tragedia, come sempre più spesso anche nella cronaca degli ultimi tempi.


Ozpetek privo dei consueti punti fermi (il gruppo-rifugio di amici) si adegua all'atmosfera del libro, ma cerca di inserire qua e là dei piccoli rimandi al suo cinema. S'inventa una sorta di personaggio angelico (Angela  Finocchiaro) che appare in alcuni momenti topici, e infila la sua attrice feticcio (Serra Yilmaz) verso il finale del film. Nonostante questo il suo film è nero e mai consolatorio, con un realismo d'immagini e toni perfino troppo uniforme, che può anche lasciare interdetti. O forse è l'Italia di oggi, come la Roma stressante e un po' respingente del film, che non vogliamo guardare per com'è diventata: si respira un'aria pesante, tesa e fragile al tempo stesso, e questo disagio sembra perfettamente riflesso dai primi piani di Isabella Ferrari nel finale, nella stanchezza dei rapporti personali che trova solo rari e fuggevoli istanti di solidarietà. Un film spigoloso, direi, come il tempo che viviamo.


Ai giurati di Venezia non dev'essere piaciuto, evidentemente: alla fine hanno premiato il film americano che segna il grande ritorno di Mickey Rourke , lasciando al cinema italiano la coppa Volpi per Silvio Orlando e qualche strascico polemico innescato dalle ambigue dichiarazioni di Wim Wenders sul lavoro della giuria. Alla fine ha promesso solennemente che non farà più il giurato in vita sua: amen, e avanti il prossimo.

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categoria:varie, cinema, film, attualitĂ