Al Festival di Venezia in pratica ricomincia la stagione del cinema, e non poteva mancare la prima polemica. Protagonista, manco a dirlo, è il cinema italiano, che alcune testate ("Spiegel" in testa) considerano eccessivamente rappresentato (per eccessivo patriottismo, dicono) con i quattro film in concorso. E' stato proprio il tedesco Wim Wenders a far notare che se è per questo ce ne sono altrettanti giapponesi, e allora? Come al solito, invece di parlare a vanvera, converrà vederli, questi film, e dopo si potrà discutere se erano degni o meno di entrare in concorso. Voglio solo ricordare, però, che semmai c'era un momento per sottolineare la ripresa del nostro cinema è proprio questo: parliamo di incassi, ma soprattutto di un livello medio che si è molto alzato nelle ultime 4-5 stagioni. Muller e chi ha scelto i film, dunque, non si sono inventati niente.
Per la cronaca, i quattro film italiani sono: "Un giorno perfetto" di Ferzan Ozpetek; "Il papà di Giovanna" di Pupi Avati; "La terra degli uomi rossi" di Marco Bechis e "Il seme della discordia" di Pappi Corsicato. Nel dettaglio incuriosisce la prima volta di Ozpetek nel trasporre sullo schermo un'opera letteraria, cioè l'omonimo romanzo di Melania Mazzucco: vedremo se il suo tipico approccio all'universo dei sentimenti, con una certa predilezione per i personaggi femminili, verrà rispettato anche in questo caso, e con quali risultati. Il film dell'italo-argentino Bechis invece tratta di una tribù del Mato Grosso venuta recentemente alla ribalta, e del rapporto con i vicini fazenderos. Avati ritorna nel suo film alla sua prediletta terra emiliana, con una storia familiare ambientata nel 1938. Quanto a Corsicato, la sua è una commedia liberamente tratta da Heinrich von Kleist, anche qui con una nutrita schiera di interpreti femminili oltre ad Alessandro Gassman.
Di questi film, ma anche di altri presenti in concorso e nelle altre sezioni, conto ovviamente di riparlare più diffusamente quando arriveranno in sala. Arrivederci su questi schermi.











