domenica, 31 agosto 2008

Al Festival di Venezia in pratica ricomincia la stagione del cinema, e non poteva mancare la prima polemica. Protagonista, manco a dirlo, è il cinema italiano, che alcune testate ("Spiegel" in testa) considerano eccessivamente rappresentato (per eccessivo patriottismo, dicono) con i quattro film in concorso. E' stato proprio il tedesco Wim Wenders a far notare che se è per questo ce ne sono altrettanti giapponesi, e allora? Come al solito, invece di parlare a vanvera, converrà vederli, questi film, e dopo si potrà discutere se erano degni o meno di entrare in concorso. Voglio solo ricordare, però, che semmai c'era un momento per sottolineare la ripresa del nostro cinema è proprio questo: parliamo di incassi, ma soprattutto di un livello medio che si è molto alzato nelle ultime 4-5 stagioni. Muller e chi ha scelto i film, dunque, non si sono inventati niente.


Per la cronaca, i quattro film italiani sono: "Un giorno perfetto" di Ferzan Ozpetek; "Il papà di Giovanna" di Pupi Avati; "La terra degli uomi rossi" di Marco Bechis e "Il seme della discordia" di Pappi Corsicato. Nel dettaglio incuriosisce la prima volta di Ozpetek nel trasporre sullo schermo un'opera letteraria, cioè l'omonimo romanzo di Melania Mazzucco: vedremo se il suo tipico approccio all'universo dei sentimenti, con una certa predilezione per i personaggi femminili, verrà rispettato anche in questo caso, e con quali risultati. Il film dell'italo-argentino Bechis invece tratta di una tribù del Mato Grosso venuta recentemente alla ribalta, e del rapporto con i vicini fazenderos. Avati ritorna nel suo film alla sua prediletta terra emiliana, con una storia familiare ambientata nel 1938. Quanto a Corsicato, la sua è una commedia liberamente tratta da  Heinrich von Kleist, anche qui con una nutrita schiera di interpreti femminili oltre ad Alessandro Gassman.


Di questi film, ma anche di altri presenti in concorso e nelle altre sezioni, conto ovviamente di riparlare più diffusamente quando arriveranno in sala. Arrivederci su questi schermi.

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giovedì, 28 agosto 2008


Ancora in fase di riambientamento dopo il rientro, provo a sollazzarmi con il "Live in Pennsylvania" delle Orme, uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Nonostante qualche recensione non proprio esaltante l'ho preso oggi, perché, come si dice, il primo amore non si scorda mai, e anche perché, a mio parere, tra i molti reduci dei Settanta ancora in pista, il gruppo di Tagliapietra e Dei Rossi non ha mai proposto ciofeche, restando abbastanza fedele alla propria vena prog, sia pure corretta con le suggestioni mistico-indiane del cantante.


Il cofanetto comprende ben due cd registrati dal vivo al celebre Nearfest (uno dei massimi festival prog mondiali) nel luglio 2005, più il dvd dello stesso concerto. Ce n'è davvero per tutti i gusti. Sul primo cd trova posto una versione ristretta de "L'infinito", allora da poco uscito, con qualche altro classico come "Cemento armato", "Una dolcezza nuova" e la famigerata "Gioco di bimba". Sul secondo dischetto invece troviamo l'intera "Felona e Sorona". Da quello che ascolto, la registrazione è ottima e sicuramente migliore (ma non ci voleva molto!) del primo live delle Orme ("In concerto", 1974), registrato davvero in modo amatoriale. Qui i suoni escono puliti, il livello esecutivo mi pare buono, il quartetto (ancora con Bassato in organico) sembra in forma eccellente. Forse, paradossalmente, si può eccepire proprio sulla fedeltà estrema alla versione discografica, specie nella riproposta del "Fiume", nel senso che dal vivo ci si aspetterebbe magari qualche sorpresa rispetto all'originale, ma insomma...Sono sfumature filologiche: per quanto mi riguarda, da appassionato storico, mi dichiaro più che soddisfatto dell'acquisto e mi sento di raccomandarlo a quanti hanno ancora il prog italiano classico nel loro dna: accattatevillo, come diceva quella, e che buon pro(g) vi faccia.

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