venerdì, 25 luglio 2008

Dedicato ai nostalgici, vi propongo oggi un altro viaggio a ritroso nel progressive che fu. Stavolta andiamo nel 1979, quando venne pubblicato l'unico disco dei Crack. La scena spagnola esplode con qualche anno di ritardo rispetto a quella inglese, italiana o francese, ma una volta usciti dalla dittatura franchista anche gli iberici mostrano grande vivacità, spesso mescolando rock e flamenco. I Crack ci sapevano fare davvero: anche se le loro influenze sembrano comuni a tanti altre band dell'epoca, avevano un piglio molto personale, tra melodia latina e vivaci echi folk. Purtroppo, come tante altre formazioni di quegli anni, sparirono in fretta dopo l'uscita di "Si todo hicierà crack". Meno male che i gruppi passano, insomma, ma almeno i cd restano.


Su Altremuse trovate la mia scheda e un estratto audio: http://xoomer.alice.it/altremuse/data1.htm#crack


Buon ascolto.

postato da: armapo alle ore 20:16 | Permalink | commenti (5)
categoria:musica, dischi, prog, rock progressivo
sabato, 19 luglio 2008

E' raro divertirsi, come ho già scritto una volta, ascoltando il prog classico degli anni migliori. Solenni orchestrazioni, citazioni filosofiche e letterarie, concetti spesso astrusi: un repertorio che solo in mano a grandi artisti e gruppi ha evitato il ridicolo. Ci si può emozionare, sì, ma c'è poco spazio per il vero divertimento. Poi, per fortuna, esistono i solisti che io chiamerei "guastatori": personaggi fuori dal coro, eccentrici alfieri del proprio "ego" irriducibile a ogni etichetta che si deposita nei loro dischi.


Uno di questi, che ascolto molto da un paio di giorni, è sicuramente Kevin Ayers. Molti lo ricorderanno come fondatore dei Soft Machine, coi quali incise il primo disco nel 1968, ma subito dopo il nostro registra per la Harvest una serie di album da solista decisamente attraenti. C'è la poetica vena di molti altri figli del Canterbury Sound (Robert Wyatt in primis), ma anche una vena irriverente e sperimentale che fa leva spesso s'una evidente ironia, un sense of humor tipico della scena alternativa e psichedelica inglese. Non solo nei testi o nei lazzi vocali, ma anche nei titoli e nel bizzaro incrocio di suoni diversi, mai canonici, sempre fuori o sopra le righe.


In "Shooting at the Moon" , ad esempio, il secondo disco del 1970, ci sono pezzi dai titoli eloquenti: "Pisser Dans un Violon" oppure "The Oyster and the Flying Fish". Altre volte invece prevalgono morbide ballate acustiche, dai toni sornioni o poetici, cullate dal suo timbro basso, apparentemente svagato. Il risultato è in ogni caso delizioso, specie nel primo disco, "Joy of a Toy", ancora più naif, dominato da un'atmosfera giocosa, a tratti quasi circense, ancora oggi godibilissima. Dall'altro lato c'è una musicalità trasversale che fa proprio della sua cifra molto underground la massima attrattiva, incurante di porsi fuori da ogni aspettativa e per questo sorprendente: accanto alle chitarre acustiche, ad esempio, si può ascoltare qualche strumento inatteso, come l'oboe, e si avverte, dietro l'apparente linearità della musica, la mano esperta di un fine arrangiatore come David Bedford.


Ayers è sempre attivo, ma la magia di questi primi dischi sembra appartenere a un altro mondo, più genuino, colorato e sincero di quello odierno. Ascoltarli quasi quarant'anni dopo è come salire s'una formidabile macchina del tempo: fa bene allo spirito.

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categoria:musica, dischi, psichedelia, kevin ayers
venerdì, 11 luglio 2008

I Sigur Ros sono in declino o si evolvono? Il loro ultimo disco si chiama in maniera impossibile (aspettate che lo trovo da qualche parte e ve lo incollo)..."Með suð í eyrum við spilum endalaust", non so se mi spiego. A me è piaciuto, e anche un certo alleggerimento qua e là in favore di temi più cantabili del solito, con molte parti acustiche, non mi disturba affatto: non ci ho visto comunque nessun presagio di fine imminente come molti dicono. Trovo anzi che sul versante melodico, mai banale però, si esaltano le doti espressive di questa band islandese, in particolare del cantante Jónsi, con la sua voce in falsetto così suggestiva.


C'è gente che passa il tempo libero a preannunciare il crollo di questo o quel personaggio: è una sorta di piacere sadico che non condivido e non mi diverte.  A me, anzi, fa piacere se un artista continua a creare musiche di buon livello, anche se spostando poco a poco i suoi confini un po' più in là: direi che è preferibile a chi si limita a replicare all'infinito la prima formula vincente. Quello, ecco, mi sa di un'operazione furba e molto poco ispirata. Volete i nomi? Tirate nel mucchio e farete quasi sicuramente centro. Ci sono musicisti con i capelli bianchi che suonano come a vent'anni: a me non sembra proprio un segno di vitalità, poi fate voi.


Al contrario per molti un artista è tale solo se rifà continuamente se stesso, come se il tempo non esistesse. Mi pare una pretesa singolare: il tempo passa per tutti, e anche a un musicista rock conviene prenderne atto prima che il ridicolo lo sommerga. Non dico farsi da parte, ma suonare e cantare in linea con la propria esperienza, e quello che si è, mi pare sacrosanto. E' come quando ai concerti si pretende che un cantante ricanti i suoi vecchi cavalli di battaglia in maniera assolutamente identica al disco originale. Ma se il disco ce l'hai a casa e lo sai a memoria, dico io, perché spendi un mucchio di soldi per risentire dal vivo la stessa canzone suonata come in play-back? Il bello della musica dal vivo, invece, è appunto vedere come un musicista ripropone il suo repertorio dopo tanti anni, con la spontaneità e l'adrenalina che si ha sul palco.


Tornando a bomba, il disco dei Sigur Ros ve lo consiglio. Se volete leggere la  mia rece su "AltreMuse" la trovate qui: http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni

postato da: armapo alle ore 18:54 | Permalink | commenti (6)
categoria:musica, riflessioni, dischi, sigur ros
venerdì, 04 luglio 2008

Non sono un vero appassionato della musica cosmica tedesca, ma ovviamente la conosco, come una delle più note espressioni musicali degli anni Settanta. Devo dire che alcuni dischi di questo genere richiedono tempo per venire assimilati: la loro natura è sostanzialmente contemplativa, caratterizzata da lunghe galoppate negli spazi siderali, attraverso sintetizzatori e tastiere varie, con rari interventi cantati e un'apparente monotonia sonora che può scoraggiare al primo approccio.


Riascoltare però un disco come "Zeit" dei Tangerine Dream ha sempre un suo fascino particolare. Qualcuno ha scritto che dischi del genere non appartengono a questo mondo: espressione enfatica per sottolineare appunto la dimensione cosmica, spaziale di questa musica. I Tangerine Dream, formati a Berlino nel 1967, appartengono all'elite del movimento tedesco per antonomasia: fu pensando a loro, e ad altri artisti come i Mythos, gli Ash Ra Tempel, Klaus Schulze e i primi Popol Vuh, che venne coniata la definizione suggestiva di "corrieri cosmici". Il trio costituito da  Froese, Baumann e Franke si stabilizza proprio con "Zeit", uscito nel 1972 come doppio album: sono quattro lunghi brani dove le tastiere elettroniche sono affiancate a tratti da un quartetto di violoncelli, come nell'iniziale "Birth of Liquid Plejades", la cui solennità trascina davvero in una dimensione superiore. E' un ascolto che richiede un minimo di predisposizione, ma ripaga alla fine con emozioni davvero uniche se si entra nello spirito giusto. Personalmente diffido un po' dell'elettronica fine a se stessa, ma qui siamo di fronte a un paesaggio sonoro tutt'altro che gelidamente tecnologico, che dischiude orizzonti diversi, veramente suggestivi. Facile però che per qualcuno il tutto risulti noioso e pesante...La ricezione della musica, lo sappiamo, è sempre estremamente soggettiva.


Ascoltando musiche del genere mi chiedo spesso perchè questo culto degli spazi, la dimensione cosmica insomma, sia stata sviluppata proprio in Germania, mentre altrove si parla soltanto di un generico space rock molto più accessibile, addirittura coniugato con forme di hard rock, ad esempio nel caso di band come gli Hawkwind. In verità è oggi accettata comunemente l'idea che il movimento cosmico tedesco sia nato da una costola dei primi Pink Floyd, quelli di Syd Barrett, e basta ascoltare il primo disco del gruppo inglese ("The Piper at the Gates of Dawn") , o anche le versioni live di "Ummagumma", per accorgersene. Il fatto è che quel tipo di sonorità divenne poi un marchio di fabbrica tipicamente teutonico, dando vita a un affollarsi di esperienze che non ha uguali. Qualcuno ha ipotizzato che la fuga negli spazi cosmici non sia altro che l'unico approdo emotivo per le nuove generazioni di musicisti tedeschi che nascono in un paese ancora ossessionato dalla terribile eredità del nazismo e dell'olocausto. Insomma, sarebbe un modo per annegare la propria identità storica in un'altra dimensione: ipotesi non banale, questa, ma certamente tutta da verificare. Intanto, conviene lasciarsi prendere dalla musica e uscire un po' da se stessi, in cerca di un'aria senz'altro più refrigerante di quella che ci fa sudare in questi giorni...


Ecco il sito ufficiale dei Tangerine Dream: http://www.tangerinedream.org/

postato da: armapo alle ore 19:39 | Permalink | commenti (5)
categoria:musica, dischi, tangerine dream, corrieri cosmici