E' raro divertirsi, come ho già scritto una volta, ascoltando il prog classico degli anni migliori. Solenni orchestrazioni, citazioni filosofiche e letterarie, concetti spesso astrusi: un repertorio che solo in mano a grandi artisti e gruppi ha evitato il ridicolo. Ci si può emozionare, sì, ma c'è poco spazio per il vero divertimento. Poi, per fortuna, esistono i solisti che io chiamerei "guastatori": personaggi fuori dal coro, eccentrici alfieri del proprio "ego" irriducibile a ogni etichetta che si deposita nei loro dischi.
Uno di questi, che ascolto molto da un paio di giorni, è sicuramente Kevin Ayers. Molti lo ricorderanno come fondatore dei Soft Machine, coi quali incise il primo disco nel 1968, ma subito dopo il nostro registra per la Harvest una serie di album da solista decisamente attraenti. C'è la poetica vena di molti altri figli del Canterbury Sound (Robert Wyatt in primis), ma anche una vena irriverente e sperimentale che fa leva spesso s'una evidente ironia, un sense of humor tipico della scena alternativa e psichedelica inglese. Non solo nei testi o nei lazzi vocali, ma anche nei titoli e nel bizzaro incrocio di suoni diversi, mai canonici, sempre fuori o sopra le righe.
In "Shooting at the Moon" , ad esempio, il secondo disco del 1970, ci sono pezzi dai titoli eloquenti: "Pisser Dans un Violon" oppure "The Oyster and the Flying Fish". Altre volte invece prevalgono morbide ballate acustiche, dai toni sornioni o poetici, cullate dal suo timbro basso, apparentemente svagato. Il risultato è in ogni caso delizioso, specie nel primo disco, "Joy of a Toy", ancora più naif, dominato da un'atmosfera giocosa, a tratti quasi circense, ancora oggi godibilissima. Dall'altro lato c'è una musicalità trasversale che fa proprio della sua cifra molto underground la massima attrattiva, incurante di porsi fuori da ogni aspettativa e per questo sorprendente: accanto alle chitarre acustiche, ad esempio, si può ascoltare qualche strumento inatteso, come l'oboe, e si avverte, dietro l'apparente linearità della musica, la mano esperta di un fine arrangiatore come David Bedford.
Ayers è sempre attivo, ma la magia di questi primi dischi sembra appartenere a un altro mondo, più genuino, colorato e sincero di quello odierno. Ascoltarli quasi quarant'anni dopo è come salire s'una formidabile macchina del tempo: fa bene allo spirito.