domenica, 29 giugno 2008

A volte la semplicità viene scambiata per povertà, mancanza di profondità. L'ho pensato per il romanzo francese "Gli effetti secondari dei sogni" di Delphine de Vigan, uscito quest'anno da Mondadori. Il libro racconta di una tredicenne introversa ma curiosa, che incontra una giovane barbona e resta coinvolta dalla sua storia difficile. E' un libro che pone domande, non si accontenta di constatare che "le cose stanno così". Tipico punto di vista dell'adolescenza, che ancora non ha fatto il callo alle ingiustizie, ai meccanismi spietati della società e vuole capire perché esistono certi squilibri.


Chiaro che la storia, narrata in prima persona dalla ragazzina, non poteva avere che uno stile semplice e diretto, senza barocchismi o fronzoli: solo così vediamo e sentiamo la vicenda con la giusta partecipazione emotiva. Ma questo è il classico caso in cui si scambia la linearità per "semplicismo" o superficialità. Non è così. Il libro non è un capolavoro, ma ha il merito se non altro di porre un problema, quello dei senzatetto, senza darlo per scontato come a volte capita di fare.


La semplicità nell'arte è una gran cosa: solo una visione retorica e limitata può dar credito all'idea che un libro debba essere complicato e contorto per avere la parvenza di una cosa "seria". L'arte deve colpire, emozionare o far pensare coi suoi mezzi migliori: chiarezza, padronanza e non abuso delle parole, duttilità e non ridondanza. Ma basta guardare un telegiornale o una tribuna politica per capire che proprio chi ha meno da dire usa le parole più inutilmente oscure. La stupidità è quasi sempre barocca e bizantina: deve nascondere la sua vacuità dietro una fitta cortina di paroloni. Il contrario di quello che fa il vero artista. Giuseppe Ungaretti descrisse così la condizione psicologica dei soldati al fronte:


                      Si sta come

                     D’autunno

                     Sugli alberi

                     Le foglie.


Che altro aggiungere a versi tanto limpidi?

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categoria:riflessioni, libri, , semplicitĂ , stile
domenica, 22 giugno 2008

Siccome fa caldo, e appena sale la temperatura perdo le forze, mi limito a segnalarvi una scheda sul gruppo inglese Sky. Secondo me è una delle migliori proposte nel campo della contaminazione tra rock e musica classica, con una spruzzata di fusion che non guasta.



Per essere chiari , siamo decisamente lontani da certe operazioni faraoniche e pompose di molti gruppi prog dei primi anni Settanta. Al contrario, qui si apprezza il gusto di una musicalità sobria e trasversale, che alla fine si rivela davvero gradevole, più di tanti esperimenti precedenti.


La mia scheda su "AltreMuse" la trovate al link seguente:


                   http://xoomer.alice.it/altremuse/data4.htm#sky


E' anche possibile ascoltare un breve estratto in RealAudio. Che il fresco sia con voi.


postato da: armapo alle ore 18:17 | Permalink | commenti (8)
categoria:musica, dischi, prog, progressive
lunedì, 16 giugno 2008

Mi sono appena arrivati due CD che sto già ascoltando. Uno si chiama "Substratum" del gruppo svizzero Country Lane (1973) e l'altro "Four Moments" della band australiana Sebastian Hardie (1975). Come si vede sono artisti di due scene in qualche modo periferiche rispetto a quelle maggiori, dove il rock progressivo è nato e si è sviluppato proficuamente, Inghilterra in testa. Questo dimostra che in quel periodo una certa musica ha attecchito quasi dovunque, poichè la voglia di sperimentare nuove formule e uscire dai soliti canoni del pop anni Sessanta, quello della forma-canzone rigidamente contenuta entro i tre minuti, era evidentemente nell'aria.


Il panorama della musica attuale al contrario sembra tendere a un certo conformismo, come se dopo tanti esperimenti di vario tipo e contaminazioni perfino azzardate, si sentisse il bisogno di recuperare una dimensione musicale più tradizionale, almeno nelle forme esteriori. I brani si accorciano nuovamente, la melodia riacquista un ruolo preminente e una certa orecchiabilità, che nei Settanta veniva guardata con sospetto, torna ad essere un pregio. Niente di male, in linea di massima, perché anche  artisti di valore, come Le Orme ad esempio, si sono visti linciare all'epoca perchè una canzone estratta dall'album "Uomo di pezza", cioè "Gioco di bimba", arrivò a sorpresa in testa alla hit parade dei singoli. Orrore, per qualcuno, e questo costò al gruppo veneziano un violento ostracismo da parte di chi si riteneva depositario della "vera musica". Chissà dove sono finiti, oggi, questi censori tanto rigidi e un poco ottusi, visto che la melodia è stata giustamente rivalutata e trionfa anche nel pop più sofisticato.


Personalmente ho sempre diffidato da certi schematismi, che allora andavano per la maggiore. "La musica gratis", ad esempio, o "la musica come messaggio": fesserie di qualche fanatico intollerante, convinto che il mondo dipendesse da uno slogan recitato a pappagallo. In realtà il valore di una musica, di qualunque genere sia, non dipende affatto da certi ingredienti prefissati, ma dall'estro e dalla preparazione del singolo musicista (rock, jazz o classico poco importa) e dal suo rispetto per il proprio mestiere, oltre che del pubblico. E per fortuna questo è stato recepito. Il conformismo che invece fa paura, oggi, è il ritorno massiccio al formato-canzone da tre minuti, che condiziona pesantemente la logica della discografia che cerca disperatamente di difendersi dall'assalto delle nuove tecnologie per l'ascolto e la diffusione della musica. Siccome il mercato si restringe le case discografiche puntano sul sicuro, sull'artista cosiddetto "mainstream", in grado di accalappiare pubblici diversi, senza troppe pretese di ricerca sonora. Il pericolo è questo. E forse sta qui la spiegazione di uno strano fenomeno: sempre più ragazzi di oggi, tra i venti e i trenta, ascoltano musica dei decenni passati invece che quella a loro contemporanea. E' un fenomeno curioso e credo sia la prima volta che accade in questa misura: segno che chi fa e produce musica oggi ha irrigidito certi meccanismi fino a impoverire anche l'immaginario delle nuove generazioni. Allora ecco tornare in voga gli artisti del passato, più originali e fuori dagli schemi, quelli che negli anni Ottanta già venivano chiamati con disprezzo "dinosauri"...Insomma, largo ai vecchi!


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categoria:musica, discografia, prog, progressive
lunedì, 09 giugno 2008

Dino Risi è un altro grande della commedia italiana che non c'è più. Quando muore un regista così prolifico si sprecano profili e ricordi, ognuno dice la sua, tira fuori una citazione diretta o indiretta che riguarda lo scomparso. Più semplicemente, chi ama i film, ricorderà i titoli di quell'autore. Ora, l'altra sera ho seguito uno speciale su Risi, e mi sono stupito sulla quantità e la varietà di film di qualità sfornati da questo cineasta mai retorico (come il suo collega Monicelli), dal piglio asciutto e sempre abilmente mascherato dietro un cinismo solo di facciata.


Ovviamente ci si ricorda subito un memorabile  film come "Il sorpasso" o  anche "I mostri", che inaugurò la moda dei film a episodi, ma poi affiorano tutti gli altri. Ad esempio "In nome del popolo italiano", con Tognazzi e Gasmann, un film apertamente politico; "Il giovedì", malinconico film con Walter Chiari, o un piccolo film delizioso come "Il segno di Venere"; l'esilarante "Operazione San Gennaro", quasi una parodia in salsa napoletana dei "Soliti ignoti"; e ancora "Il vedovo" con la grande coppia Sordi-Valeri; la leggerezza quasi naif di "Venezia, la luna e tu" (Marisa Allasio con Sordi e Manfredi) e lo splendido affresco di "Una vita difficile", dove Sordi interpreta uno dei suoi ruoli più complessi; la commedia plebea e davvero irresistibile di "Straziami, ma di baci saziami", con dialoghi spassosissimi; un film a doppio fondo come "Il gaucho", con Gasmann e Manfredi, italiano d'Argentina senza fortuna; e poi i fenomeni popolari di successo travolgente come "Vedo nudo",  "Poveri ma belli", "Il mattatore" o "Il tigre", con Gasmann al proscenio; fino a quel "Profumo di donna", con Gasmann e Agostina Belli, che gli americani hanno rifatto (male) rubandogli l'anima vera.


Basta scorrere quest'elenco solo approssimativo per capire che Dino Risi non era solo il regista delle commedie più note, alcune rimaste proverbiali e depositate perfino nel linguaggio corrente, ma un autore versatile, spesso sorprendente per come sapeva mettere in scena soggetti diversi, sempre trovando l'angolazione più mordace ed efficace per parlare dell'Italia e dei suoi piccoli e grandi mostri. Senza retorica, senza l'aria di moraleggiare, badando a scolpire facce, eventi e modi di essere con l'acida franchezza di chi sa di essere soprattutto un artigiano dello spettacolo, che deve divertire, certo, ma senza rinunciare all'autonomia del proprio punto di vista. Graffiare con intelligenza, insomma: questo sembra il marchio di fabbrica di Risi. Il declino iniziato nei tardi Settanta, con qualche titolo mediocre e poco ispirato, non sminuisce affatto l'importanza di una tale galleria: una filmografia che resta straordinaria, e che ovviamente all'estero (specie in Francia) hanno esaltato ben prima che in Italia. Storia vecchia: da noi bisogna morire per trovare gloria...


Per chi vuole rinfrescarsi la memoria: http://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Risi

postato da: armapo alle ore 12:58 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, film, attualitĂ , risi
giovedì, 05 giugno 2008

Nonostante sia morto, incredibilmente, il cinema italiano si ostina a riscuotere consensi. Mi chiedo: come è stato possibile? Non è una domanda retorica. Come è stato possibile, in una società che mortifica i suoi talenti, con una classe politica che tranne rare eccezioni ha costantemente voltato le spalle a chi scrive e fa cinema, in un paese che detesta la verità delle cose e si ostina a preferire un cinema formato bagaglino, che due film come quelli di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino siano stati fatti e abbiano incantato pubblico e critica al festival di Cannes?


Non ho visto ancora "Il divo", ma ho visto "Gomorra". E' un capolavoro: dal groviglio incandescente del libro firmato da Roberto Saviano, Garrone ha estratto poche storie esemplari di quell'immensa catastrofe che è la Campania voluta dal "sistema" camorristico. Ragazzi esaltati dal miraggio di una facile ascesa criminale, gli alveari orrendi dove si cresce a pane e crimine, il sorridente riciclatore di scorie che trasforma poco a poco la sua terra in una spaventosa discarica di veleni, il contabile preso tra due fuochi. Garrone ha saputo farci vedere l'essenziale con l'occhio impassibile, ma bruciante, di un cinema che non rinuncia a mostrare la realtà neppure, anzi soprattutto, quando sembra davvero insostenibile. Un cinema di denuncia, dopo i film di De Sica, Rosi, Petri, e tutti coloro che fecero grande il cinema negli anni d'oro.


Io non lo so come è stato possibile che film di questo spessore, che registi di questo talento, capaci di uno sguardo personale e di coraggio nella scelta dei loro soggetti, siano riusciti nell'impresa di tenere a galla il cinema italiano in anni come questi. Quello che è morto, anzi no, forse si, forse per niente. Quello che fa schifo. Quello che è noioso. Che non diverte, vero mr. Tarantino? Non lo so, ma è così. E adesso speriamo solo che il governo in carica non si metta a remare contro, e lasci lavorare e creare chi sa farlo. Perchè a leggere certe dichiarazioni come quella di Luca Barbareschi, sembra di risentire Giulio Andreotti ( il "Divo" appunto) che trattava Rossellini e De Sica come lavandaie incaute che dovrebbero lavare i "panni sporchi" in famiglia. Sono passati decenni: inutilmente?

postato da: armapo alle ore 19:25 | Permalink | commenti (1)
categoria:cinema, attualitĂ , cannes, sorrentino, garrone