Carlo Verdone è tornato e lotta insieme a noi. Il suo nuovo film, "Grande grosso e Verdone" appunto, è un tuffo nel passato, dato che riesuma tre dei suoi personaggi più noti. Cambiano i nomi, o le professioni, ma i tic e le parlate che li hanno resi famosi sono rimaste immutati. Il boy scout attempato a cui muore la madre nel giorno del raduno; il tremendo docente universitario dalla doppia (e orribile) morale, che vuole facilitare l'educazione sessuale del figlio; e i due coattoni romani, quelli di "lo famo strano", in vacanza in un lussuoso albergo per smuovere un figlio troppo apatico. Ecco i tre episodi.
Il film è sicuramente divertente, e anche se Verdone sembra averlo fatto soprattutto per la gioia dei suoi fans, oltre che del suo produttore, si vede che ha lavorato molto sui personaggi. I quali sono, se possibile, ancora più cattivi e intinti nel veleno, esatto riflesso dell'Italia attuale. La volgarità diffusa, il cinismo e l'opportunismo, che tracimano da queste storielle ilari danno da pensare: in un paese come il nostro, forse, non è più possibile ridere e basta, spensieratamente. Il retrogusto incombe, anche se Verdone, e la bravissima (e bellissima) Claudia Gerini sua complice, ce la mettono tutta per farci divertire davvero, rimane l'impressione a volte desolante di una vera parata di figure umane imbarazzanti. Che siamo noi, o la gente che incontriamo tutti i giorni uscendo di casa. Insomma, scherzando e ridendo, il maturo Verdone sembra aver aggiornato quella vecchia galleria acida di tipi italiani che fu "I mostri" del grande Dino Risi. Erano gli anni Sessanta: quarant'anni dopo non è cambiato niente? E allora arrivederci tra altri quarant'anni (forse).











E' un disco ispiratissimo, di quelli che sembrano nati sotto una stella luminosa, baciati dalla grazia indescrivibile di tutti i capolavori. La voce è morbida e vibrante, e galleggia in un musica vaporosa che fluisce senza pause tra un brano e l'altro, cullato da sax e flauti, violini e cori, la ritmica sempre rotonda e pulsante, senza mai tradire l'ombra di una furbata. Il primo brano, quello che intitola il disco, è un gioiello assoluto, e il resto non è da meno: soprattutto non si ha mai l'impressione di un pezzo aggiunto a fare da riempitivo, tutto sembra esattamente lì dove doveva essere. I testi esprimono sconcerto e smarrimento per un mondo cinico, dominato da violenza e conflitti, ma come in tutto il soul americano la risposta è uno spiritualismo semplice e profondo: "God is Love", appunto. A volte anche accorato ("Save the Children"), più spesso pacificato dalla sua risposta religiosa, Gaye firma una sequenza di miracolosa bellezza che ti entra subito in circolo e incanta.