sabato, 15 marzo 2008

Carlo Verdone è tornato e lotta insieme a noi. Il suo nuovo film, "Grande grosso e Verdone" appunto, è un tuffo nel passato, dato che riesuma tre dei suoi personaggi più noti. Cambiano i nomi, o le professioni, ma i tic e le parlate che li hanno resi famosi sono rimaste immutati. Il boy scout attempato a cui muore la madre nel giorno del raduno; il tremendo docente universitario dalla doppia (e orribile) morale, che vuole facilitare l'educazione sessuale del figlio; e i due coattoni romani, quelli di "lo famo strano",  in vacanza in un lussuoso albergo per smuovere un figlio troppo apatico. Ecco i tre episodi.


Il film è sicuramente divertente, e anche se Verdone sembra averlo fatto soprattutto per la gioia dei suoi fans, oltre che del suo produttore, si vede che ha lavorato molto sui personaggi. I quali sono, se possibile, ancora più cattivi e intinti nel veleno, esatto riflesso dell'Italia attuale. La volgarità diffusa, il cinismo e l'opportunismo, che tracimano da queste storielle ilari danno da pensare: in un paese come il nostro, forse, non è più possibile ridere e basta, spensieratamente. Il retrogusto incombe, anche se Verdone, e la bravissima (e bellissima) Claudia Gerini sua complice, ce la mettono tutta per farci divertire davvero, rimane l'impressione a volte desolante di una vera parata di figure umane imbarazzanti. Che siamo noi, o la gente che incontriamo tutti i giorni uscendo di casa. Insomma, scherzando e ridendo, il maturo Verdone sembra aver aggiornato quella vecchia galleria acida di tipi italiani che fu "I mostri" del grande Dino Risi. Erano gli anni Sessanta: quarant'anni dopo non è cambiato niente? E allora arrivederci tra altri quarant'anni (forse).

postato da: armapo alle ore 16:29 | Permalink | commenti (7)
categoria:riflessioni, cinema, verdone
sabato, 08 marzo 2008

Oggi vorrei parlare di un artista che conoscevo solo di nome fino a due giorni fa, e ora corre ininterrottamente sul mio lettore cd: Marvin Gaye. Ho trovato un suo album del 1971 che si chiama "What's Going On"  e che mi aveva incuriosito leggendo recensioni entusiastiche in rete. E' vero, stiamo parlando di musica soul, cioè qualcosa che poco frequento, ma probabilmente sono in una fase di apertura al nuovo, o forse di insofferenza temporanea alle abitudini consolidate, chissà. Fatto sta che l'ho preso e non sono affatto pentito.


E' un disco ispiratissimo, di quelli che sembrano nati sotto una stella luminosa, baciati dalla grazia indescrivibile di tutti i capolavori. La voce è morbida e vibrante, e galleggia in un musica vaporosa che fluisce senza pause tra un brano e l'altro, cullato da sax e flauti, violini e cori, la ritmica sempre rotonda e pulsante, senza mai tradire l'ombra di una furbata. Il primo brano, quello che intitola il disco, è un gioiello assoluto, e il resto non è da meno: soprattutto non si ha mai l'impressione di un pezzo aggiunto a fare da riempitivo, tutto sembra esattamente lì dove doveva essere. I testi esprimono sconcerto e smarrimento per un mondo cinico, dominato da violenza e conflitti, ma come in tutto il soul americano la risposta è uno spiritualismo semplice e profondo: "God is Love", appunto. A volte anche accorato ("Save the Children"), più spesso pacificato dalla sua risposta religiosa, Gaye firma una sequenza di miracolosa bellezza che ti entra subito in circolo e incanta.


Dietro la meravigliosa naturalezza di questa musica si nasconde in realtà una dura lotta dell'artista per svincolarsi dai lacci delle major discografiche, nel caso la celebre Motown, che impediva al suo estro di esprimersi liberamente. ma non solo: il cantante usciva in realtà da una vera depressione per la malattia e la morte di Tammi Terrell, la cantante con la quale aveva collaborato per anni incidendo dischi di successo. La Terrell muore a marzo del 1970 e in giugno Gaye registra alcuni pezzi tra cui appunto "What's Going On", che la Motown pubblica a malincuore trovandoli poco commerciali. Il successo del singolo invece cambia le cose e con "What's Going On" finalmente Gaye riesce a fare il disco che voleva: si produce da solo, dando prova del suo grande talento in un album che rimane il suo vertice e un punto di riferimento per il soul che verrà.


Dopo un altro paio di bei dischi, l'artista va in crisi e solo  nei primi anni Ottanta riesce a ritrovare la grazia cristallina di questo album folgorante. Un ritorno spezzato dalla sua tragica fine avvenuta nel 1984, quando lo uccide un colpo di pistola del padre. Come tutti i grandi di quella generazione che ha visto bruciare in pochi anni innumerevoli talenti per miti in gran parte illusori e nefasti, neppure Gaye ha retto ai contraccolpi del successo e alla pressione di un ambiente che si nutre di eccessi. La sua musica però gli sopravvive e ci permette di apprezzarlo interamente come merita. Ai curiosi, a quelli che non hanno paura di uscire ogni tanto dal seminato, consiglio davvero questo disco: è un ascolto che dimostra come la bellezza della musica non sopporti confini e restrizioni. Insomma: Let's the music play.

postato da: armapo alle ore 16:47 | Permalink | commenti (4)
categoria:musica, soul, dischi, marvin gaye
mercoledì, 05 marzo 2008

Molti di voi, suppongo, hanno visto o stanno per vedere "Il petroliere", film molto atteso di Paul Thomas Anderson, e protagonista (sconfitto) anche agli ultimi Oscar. Pochi invece, anzi pochissimi, avranno visto "La famiglia Savage" di Tamara Jenkins. Vediamo: hanno qualcosa in comune? A parte il fatto di essere due produzioni americane, direi poco, anzi, rappresentano molto bene la polarità che ancora esiste oggi nel modo di fare e concepire il cinema.


Nel "Petroliere", abbiamo un'idea visionaria e cupa del sogno americano che vira presto all'incubo: un umile cercatore di petrolio che in pochi anni diventa uno dei più grandi magnati dell'oro nero, ma in compenso affoga nella solitudine con una sorta di nefasta grandezza. Un personaggio titanico, che schiaccia gli altri, si nega quasi con voluttà agli affetti, solo per affermare la sua voglia di ricchezza e potere. Un carattere che a me ha ricordato certe figure di Orson Welles, ma potrebbe essere anche scaturito dalla penna di Shakespeare, e che qui ha le fattezze di uno straordinario Daniel Day Lewis, che la sua statuina tutta d'oro di miglior attore se l'è davvero guadagnata sul campo, con una prova stupefacente di adesione al ruolo. Il film è di quelli che esagera: la colonna sonora ad esempio (di Johnny Grenwood) ha nella prima parte un'importanza superiore ai dialoghi, scarni e accidentali, e sembra voler esprimere il formarsi di un'anima nera e dominatrice. Inoltre abbonda di scene simbolico-allegoriche, quelle che una volta si chiamavano scene-madre, spinte a un'intensità quasi molesta, sovraeccitata. Lascia il segno, comunque, a costo di dividere il pubblico: si tratta davvero di uno strano film, classico e insieme innovativo nelle sue scelte stilistiche.


Tutto all'opposto, "La famiglia Savage" è un piccolo film intimista e dolente sul tema della morte. Due fratelli, entrambi con ambizioni letterarie-teatrali, si ritrovano per assistere agli ultimi giorni del padre malato. Uno insegna e la sorella, che lavora come impiegata, scrive commedie senza successo. E' un film dove la recitazione, sommessa e mai retorica, graffia nell'intimo e non urla. Attori eccellenti anche qui, su tutti  Philip Seymour Hoffman, che forse ricorderete nei panni di Truman Capote in "A sangue freddo". Film di mezzi toni, silenzi e sentimenti che faticano a emergere, questo è l'esatto contraltare del cinema epico-visionario rappresentato da "Il petroliere". Sono come due facce del sogno americano: la corsa all'oro della frontiera, dove si afferma con ogni mezzo il capitalismo selvaggio americano, e la vita dei meno fortunati oggi, in un paese che ha perso l'innocenza e naviga a vista, coi sogni nel cassetto e le dure esigenze del tempo che passa portando via affetti e certezze.


A pensarci bene, un'altra cosa in comune ce l'hanno, "Il petroliere" e "La famiglia Savage": sono entrambi due bei film da vedere, proprio per le opposte ragioni che ho appena detto. Perché la fortuna del cinema è anche nella sua capacità di mostrarci ogni cosa da due angolazioni diverse, secondo chi guarda nell'obiettivo o scrive la sceneggiatura. Ti risucchia dentro il suo paesaggio, e per due ore ne fai parte anche tu: è la famosa "magia del cinema", appunto.

postato da: armapo alle ore 16:11 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, film, attualitÃ