giovedì, 28 febbraio 2008

Ho riletto "L'idiota" di Fedor Dostoevskij. Siamo talmente aggrediti ogni giorno da miriadi di voci, segnali, cellulari, spot e questuanti molesti che tuffarsi in un'opera simile rinfranca lo spirito come guardare l'erba luccicante dopo un salutare acquazzone.


Chi è l'idiota? La domanda è destinata all'interpretazione di ogni singolo lettore. La storia è quella del principe Myskin che dopo anni in Svizzera a curarsi il suo male, e finiti i fondi per la morte del tutore, rientra in Russia dove pensa di contattare una nobildonna bene accasata che crede essergli lontanamente parente. Non è così, ma da questo momento per il principe inizia una serie di incontri e relazioni che fanno appunto la storia del libro. Il candore assoluto del principe illumina per contrasto la mediocrità degli altri: cinici, mercanti, rubagalline e arrivisti non fanno che ridere di lui, oppure fuggire quasi con orrore di fronte a quei sentimenti assoluti che la vita ha imposto loro di cancellare perché improduttivi o addirittura nocivi. La bontà vera, la mancanza totale di opportunismo, fanno di Myskin uno dei personaggi più controversi e straordinari della letteratura mondiale. E' una sorta di Cristo ridisceso in terra? Un rivoluzionario dei sentimenti offesi? Alla fine sembra che il principe torni nel tunnel della follia da cui era uscito, come a chiudere il cerchio, ma l'impronta lasciata sugli altri personaggi e su di noi rimane indelebile. Anche se poi, ovviamente, uno così lo capiscono in pochi: i più giovani, ancora ignari delle malizie del mondo, oppure i suoi simili, come la bella e dannata Natasha Filippovna, che però sa benissimo come quella purezza sia solo fonte di dolore.


Romanzo senza tempo, "L'idiota". Eppure è significativo che lo stesso Dostoevskij in una lettera si dichiarasse insoddisfatto del risultato: "Di questo romanzo non sono contento, non esprime nemmeno la decima parte di ciò che volevo." La decima parte, capito? Forse è vero che solo il genio vive nella perenne insoddisfazione di quanto crea, come se fosse ogni volta inferiore all'altezza dei suoi ideali artistici. Ci sono solo i mediocri a considerare "arte" la loro cianfrusaglia buona a far crescere il  volume della spazzatura universale: eccoli, forse, i veri idioti principi del nulla.

postato da: armapo alle ore 17:59 | Permalink | commenti (4)
categoria:libri, dostoevskij, lidiota
domenica, 24 febbraio 2008

I Carmen sono una band californiana che nel corso dei Settanta ha realizzato tre album. Se amate le contaminazioni qui ne avete uno degli esempi migliori, che non vi deluderà. Vi sarà molto più facile restare conquistati dal gusto di questi musicisti così dotati.


Poiché il gruppo propone una spumeggiante miscela di flamenco e progressive, con accenti "glam" e pop, per qualche tempo si è pensato fossero spagnoli, ma non è così. Comunque, il feeling della tradizione flamenca è davvero dominante e in qualche caso anche i testi sono cantati in lingua spagnola, così che si può capire l'equivoco. Ascolto da un poco la riedizione digitale dei loro primi due dischi, "Fandangos in Space" e "Dancing on a cold wind" (1973 e 1974 rispettivamente),  e devo dire che raramente ho trovato musica così ricca d'inventiva, che non annoia neppure un minuto. I ritmi flamenchi e le straordinarie armonie vocali, uniti ad arrangiamenti dinamici e trascinanti, regalano emozioni in serie. Difficile non farsi contagiare da una ricetta tanto ricca e saporita. La forte impronta melodica, decisamente latina, aggiunge un tocco esotico, e trasognato a volte, che completa il quadro come meglio non si potrebbe. Grande musica davvero.


David Bowie a quanto pare era un vero fan dei Carmen, all'epoca in cui si trasferirono in Inghilterra dove poi il celebre Tony Visconti, entusiasta, produsse i loro primi lavori. (Da qui l'altro errore che ricorre in vari siti di considerarli inglesi...) Nonostante le ottime premesse,  con reazioni critiche più che buone, dopo un terzo disco male accolto il successo declinò e la band gettò la spugna per mancanza di un lancio promozionale adeguato. Con questo potenziale esplosivo è un vero peccato, ma per fortuna noi viviamo nell'era della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, come direbbe Walter Benjamin, e dunque possiamo rifarci contro il destino cinico e baro. Insomma, consiglio a tutti questo doppio CD coi due album: li ha pubblicati l'etichetta Angel Air nel 2006, e dovreste trovarlo con una certa facilità.


Ecco il link di un sito dedicato ai Carmen per altre informazioni:  http://www.fandangosinspace.com/

postato da: armapo alle ore 19:50 | Permalink | commenti
categoria:musica, dischi, prog, carmen, progressive, rock progressivo
lunedì, 18 febbraio 2008

Questo post è di semplice smistamento.


Alcuni link alle pagine musicali di "AltreMuse", dove si possono leggere profili dedicati ai maggiori gruppi del progressive classico degli anni Settanta.  Per il Prog Internazionale:


         http://xoomer.alice.it/altremuse/mondoprog1.htm  (gruppi A - F)


         http://xoomer.alice.it/altremuse/mondoprog2.htm  (gruppi G - M)


         http://xoomer.alice.it/altremuse/mondoprog3.htm (gruppi P - Z)


 Per il Prog Italiano, invece:


         http://xoomer.alice.it/altremuse/itaprog.htm


A quest'altra pagina trovate anche i link per il vasto Archivio A-Z dedicato a gruppi e solisti "minori":


        http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm


Fatemi sapere.


 


        

postato da: armapo alle ore 15:58 | Permalink | commenti (18)
categoria:musica, prog, rock progressivo, altremuse
venerdì, 15 febbraio 2008

Avete sentito? C'è un  certo padre Nicolò Anselmi,  responsabile della Pastorale giovanile della CEI, che senza aver visto il film in questione, cioè "Caos calmo" di Grimaldi, con Nanni Moretti protagonista, ha sentenziato che la scena di sesso di cui tanto si parla è "terribile". Dice che da un regista così "idealista" come Moretti si sarebbe aspettato una scena "romantica, soffusa d'amore", o per dire meglio "un momento d'amore aperto alla vita, ad un figlio". Per concludere, don Anselmi aggiunge di  sperare che qualche attore faccia  obiezione di coscienza sul set per non girare certe scene. Nel merito  esprimo il mio completo disaccordo con Don Anselmi. Pacatamente...


Ora, io ho visto il film ieri sera. Mi sono divertito e l'ho apprezzato per diversi aspetti, constatando in particolare che la scena incriminata è solo una piccolissima parte, pienamente giustificata dal contesto psicologico della vicenda, di un film che dura oltre un'ora e quaranta minuti. Nanni Moretti è un attore perfetto per il ruolo, e Isabella Ferrari è bella e brava, ma il punto  non è questo. Il punto, che andrebbe ribadito ogni volta che si parla di censura in uno spettacolo artistico, è che prima di prendere qualsiasi posizione bisognerebbe verificare di persona, documentarsi, e non accontentarsi di qualche chiacchiera raccolta qua e là. Prima di esprimersi, gentile  don Anselmi, lei dovrebbe  chiedersi: 1) Qual è la vicenda narrata in quest'opera di finzione? 2) In tale contesto drammaturgico, la scena tale ha un senso oppure no? 3) La suddetta scena può essere definita un volgare ammiccamento ai bassi istinti del pubblico o forse sono io che non capisco niente  di cinema perchè sono troppo occupato a emettere sentenze a priori?


Ciò facendo, padre, ella avrebbe evitato molte sciocchezze. Ad esempio, saprebbe che Moretti è qui solo attore e non regista. Il regista si chiama Antonello Grimaldi. Inoltre, il sesso non è quel nido di rondini  fiorito che lei sembra voler credere ad arte:  il sesso, come la vita, è un' avventura umana votata all'imperfezione che domina da sempre i rapporti tra individui. Può essere meraviglioso, ma anche squallido, e nessun artista tacerà mai, se è un artista vero, questa ambivalenza di fondo. Perché la vita stessa è così, varia e imperfetta, e l'arte più grande l'ha sempre mostrata com'è, è così. Il cinema è finzione, certo, come la letteratura (il film è tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi), ma sarebbe più finta e meschina, diciamo  pure inutile, se  diventasse solo un inno luminoso a quella perfezione umana che non esiste. Non crede?


Il film, lo ribadisco, è bello e a tratti toccante, il cast è in stato di grazia, anche nei ruoli minori, e la regia di Grimaldi è riuscita a rendere accattivante una trama molto psicologica,  vista l'origine romanzesca del soggetto, correndo sul difficile crinale del patetico senza mai caderci: complimenti davvero. Lo consiglio a tutti come un altro esempio di buon cinema italiano.

postato da: armapo alle ore 16:38 | Permalink | commenti (2)
categoria:cinema, attualitĂ , caos calmo
martedì, 12 febbraio 2008

Il rock è morto? E' una nullità reazionaria, come diceva qualcuno tempo fa? Non saprei, a me sembra in buona salute, a parte qualche acciacco fisiologico vista l'età. Però questa solfa dei soliti profeti di sventura che ogni tanto dichiarano la morte di questo e anche quell'altro, dal cinema al teatro alla musica, somiglia sempre più a un assioma senza capo nè coda: è gente che si annoia, entrata probabilmente in una fase "anedonica". Per non dire di peggio.


Tornando al rock e dintorni, basterebbe soffermarsi qualche minuto s'un disco come "The Bedlam in Goliath" dei Mars Volta, uscito da poche settimane, per concludere che si trattava di morte apparente, forse uno svenimento: appena ripresosi, però, il paziente è schizzato via come posseduto da una rinnovata energia. Questo disco, come gli altri prodotti dal gruppo ispano-americano, prima che piacere stordisce, annichilisce di suoni e atmosfere dirompenti, quindi fa pensare che la morte del suddetto rock è stata una vera illusione, diciamo pure una fesseria. E' vivo, altroche, sprizza salute da tutti i pori. Chiaramente si può discutere, i gusti son gusti, ma è davvero raro trovare un altro esempio tanto  vitale di musica potente e anche suonata come dio comanda, senza mai che un tale mix esplosivo di stili e suggestioni (prog, psichedelia, metal, latin-rock,ecc.) scada nel puro "rumore": ascoltare per credere, inclusi i gufi di cui sopra ovviamente. Loro soprattutto, anzi.


Chi vuole può leggere la mia recensione su "AltreMuse" a questo link:


                                          http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni

postato da: armapo alle ore 12:16 | Permalink | commenti (10)
categoria:musica, rock, dischi, rock progressivo, mars volta
mercoledì, 06 febbraio 2008

La letteratura ha tante valenze, come tutte le arti, ma forse anche di più perché le parole hanno a volte la consistenza della pietra. E ci sono momenti storici, luoghi e circostanze, dove solo nominare le cose per quello che sono davvero, o solo esprimere sentimenti profondi e "diversi", può essere pericoloso.


Me lo conferma un libro finito da poco, di cui molto si è parlato qualche tempo fa anche in Italia. Parlo di "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi. L'autrice parla della sua vera esperienza di docente universitaria: dopo studi compiuti in America torna nel suo Iran quasi in concomitanza con il ritorno in patria dell'ayatollah Khomeini, fautore della rivoluzione islamica. In un clima opprimente di controllo, specie sui costumi delle donne e sulla circolazione delle idee "occidentali" ritenute pericolose, resiste finchè può a insegnare la letteratura inglese, poi desiste. A questo punto però, decide di riunire alcune studentesse in casa sua per continuare in segreto (ma anche in libertà) a discutere di autori come James, Nabokov, Austen, e altri. Il libro è ricco di considerazioni e citazioni sparse degli autori succitati, e spesso mette voglia di andarsi a leggere (o rileggere) i libri in questione, ma presto salta all'occhio che il vero tema del romanzo è la libertà di far emergere sentimenti profondi, passioni, aspetti della personalità che ogni regime (di qualunque colore) spesso tende a reprimere in nome di un'astratta idea di collettività che mortifica l'individualità, cioè una delle poche vere qualità che distinguono la specie umana. Così, nel libro della Nafisi, si capisce quanto immedesimarsi nei tormenti psicologici o amorosi di un personaggio possa essere liberatorio: ci si riconosce e ci si definisce grazie a questo "rispecchiamento" nel tal personaggio, in positivo o in negativo (per adesione o per rifiuto), e si compie dunque un'operazione di conoscenza unica.


Tutto questo, nel contesto evocato dalla scrittrice iraniana, assume ovviamente un valore ancora maggiore: la letteratura occidentale ("decadente" e "immorale" secondo gli integralisti) diventa invece l'unico vero momento di libertà interiore che rimane a un gruppo di giovani donne costrette a nascondersi, e non solo indossando il velo. Di riflesso però fa pensare all'esperienza letteraria in sé come a un qualcosa che conserva ancora oggi la sua centralità, nonostante da anni si discuta della morte della parola scritta, soppiantata dall'immagine. La parola scritta in realtà rimane necessaria, secondo me, proprio quando l'apparenza mediatica più volgare (pubblicitaria ad esempio) sembra trionfare e invadere gli spazi senza chiedere permesso, livellando le differenze e i bisogni. E'  vero cioè che la parola scritta, letteraria o informativa, deve circolare ed essere accessibile liberamente come strumento di socialità, ma non è affatto trascurabile la sua capacità di preservare quella libertà del singolo individuo di crearsi il suo spazio interiore, unico, dove anche l'immaginazione non subisca censure o limitazioni in nome di valori fittizi, e più spesso ancora di meschini interessi che puntano all'omologazione del pensiero e della sensibilità. In questo senso, anzi, la letteratura non è mai stata così indispensabile come oggi.

postato da: armapo alle ore 12:40 | Permalink | commenti (2)
categoria:riflessioni, libri, letteratura, azar nafisi