Ho riletto "L'idiota" di Fedor Dostoevskij. Siamo talmente aggrediti ogni giorno da miriadi di voci, segnali, cellulari, spot e questuanti molesti che tuffarsi in un'opera simile rinfranca lo spirito come guardare l'erba luccicante dopo un salutare acquazzone.
Chi è l'idiota? La domanda è destinata all'interpretazione di ogni singolo lettore. La storia è quella del principe Myskin che dopo anni in Svizzera a curarsi il suo male, e finiti i fondi per la morte del tutore, rientra in Russia dove pensa di contattare una nobildonna bene accasata che crede essergli lontanamente parente. Non è così, ma da questo momento per il principe inizia una serie di incontri e relazioni che fanno appunto la storia del libro. Il candore assoluto del principe illumina per contrasto la mediocrità degli altri: cinici, mercanti, rubagalline e arrivisti non fanno che ridere di lui, oppure fuggire quasi con orrore di fronte a quei sentimenti assoluti che la vita ha imposto loro di cancellare perché improduttivi o addirittura nocivi. La bontà vera, la mancanza totale di opportunismo, fanno di Myskin uno dei personaggi più controversi e straordinari della letteratura mondiale. E' una sorta di Cristo ridisceso in terra? Un rivoluzionario dei sentimenti offesi? Alla fine sembra che il principe torni nel tunnel della follia da cui era uscito, come a chiudere il cerchio, ma l'impronta lasciata sugli altri personaggi e su di noi rimane indelebile. Anche se poi, ovviamente, uno così lo capiscono in pochi: i più giovani, ancora ignari delle malizie del mondo, oppure i suoi simili, come la bella e dannata Natasha Filippovna, che però sa benissimo come quella purezza sia solo fonte di dolore.
Romanzo senza tempo, "L'idiota". Eppure è significativo che lo stesso Dostoevskij in una lettera si dichiarasse insoddisfatto del risultato: "Di questo romanzo non sono contento, non esprime nemmeno la decima parte di ciò che volevo." La decima parte, capito? Forse è vero che solo il genio vive nella perenne insoddisfazione di quanto crea, come se fosse ogni volta inferiore all'altezza dei suoi ideali artistici. Ci sono solo i mediocri a considerare "arte" la loro cianfrusaglia buona a far crescere il volume della spazzatura universale: eccoli, forse, i veri idioti principi del nulla.











Poiché il gruppo propone una spumeggiante miscela di flamenco e progressive, con accenti "glam" e pop, per qualche tempo si è pensato fossero spagnoli, ma non è così. Comunque, il feeling della tradizione flamenca è davvero dominante e in qualche caso anche i testi sono cantati in lingua spagnola, così che si può capire l'equivoco. Ascolto da un poco la riedizione digitale dei loro primi due dischi, "Fandangos in Space" e "Dancing on a cold wind" (1973 e 1974 rispettivamente), e devo dire che raramente ho trovato musica così ricca d'inventiva, che non annoia neppure un minuto. I ritmi flamenchi e le straordinarie armonie vocali, uniti ad arrangiamenti dinamici e trascinanti, regalano emozioni in serie. Difficile non farsi contagiare da una ricetta tanto ricca e saporita. La forte impronta melodica, decisamente latina, aggiunge un tocco esotico, e trasognato a volte, che completa il quadro come meglio non si potrebbe. Grande musica davvero.
Tornando al rock e dintorni, basterebbe soffermarsi qualche minuto s'un disco come "The Bedlam in Goliath" dei Mars Volta, uscito da poche settimane, per concludere che si trattava di morte apparente, forse uno svenimento: appena ripresosi, però, il paziente è schizzato via come posseduto da una rinnovata energia. Questo disco, come gli altri prodotti dal gruppo ispano-americano, prima che piacere stordisce, annichilisce di suoni e atmosfere dirompenti, quindi fa pensare che la morte del suddetto rock è stata una vera illusione, diciamo pure una fesseria. E' vivo, altroche, sprizza salute da tutti i pori. Chiaramente si può discutere, i gusti son gusti, ma è davvero raro trovare un altro esempio tanto vitale di musica potente e anche suonata come dio comanda, senza mai che un tale mix esplosivo di stili e suggestioni (prog, psichedelia, metal, latin-rock,ecc.) scada nel puro "rumore": ascoltare per credere, inclusi i gufi di cui sopra ovviamente. Loro soprattutto, anzi.
Me lo conferma un libro finito da poco, di cui molto si è parlato qualche tempo fa anche in Italia. Parlo di "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi. L'autrice parla della sua vera esperienza di docente universitaria: dopo studi compiuti in America torna nel suo Iran quasi in concomitanza con il ritorno in patria dell'ayatollah Khomeini, fautore della rivoluzione islamica. In un clima opprimente di controllo, specie sui costumi delle donne e sulla circolazione delle idee "occidentali" ritenute pericolose, resiste finchè può a insegnare la letteratura inglese, poi desiste. A questo punto però, decide di riunire alcune studentesse in casa sua per continuare in segreto (ma anche in libertà) a discutere di autori come James, Nabokov, Austen, e altri. Il libro è ricco di considerazioni e citazioni sparse degli autori succitati, e spesso mette voglia di andarsi a leggere (o rileggere) i libri in questione, ma presto salta all'occhio che il vero tema del romanzo è la libertà di far emergere sentimenti profondi, passioni, aspetti della personalità che ogni regime (di qualunque colore) spesso tende a reprimere in nome di un'astratta idea di collettività che mortifica l'individualità, cioè una delle poche vere qualità che distinguono la specie umana. Così, nel libro della Nafisi, si capisce quanto immedesimarsi nei tormenti psicologici o amorosi di un personaggio possa essere liberatorio: ci si riconosce e ci si definisce grazie a questo "rispecchiamento" nel tal personaggio, in positivo o in negativo (per adesione o per rifiuto), e si compie dunque un'operazione di conoscenza unica.