Ogni tanto la voglia di uscire dal seminato è irresistibile, e fa bene al nostro equilibrio: siamo stimolati a confrontarci con il nuovo, di qualunque tipo sia. Musicalmente, io conosco e frequento poco il jazz, ad esempio. Ovviamente diserto anche molto altro, dalla dance alla canzoncina balneare, ma se di queste musiche non sento affatto la mancanza, per il jazz il discorso è diverso.
Naturalmente il jazz, come tutta la musica, o si ama o no. Giusto, ma forse è anche questione di occasioni e incontri più o meno fortunati. Mettiamo che uno cresca con qualcuno in casa che ascolta in continuazione i dischi di Duke Ellington: inevitabilmente qualcosa resterà, anche a livello subliminale, e gli fornirà un approccio più naturale a quel genere musicale. Ora, a casa mia, non avevo un genitore di tal fatta: mia madre, che da che io ricordi ha sempre cantato qualunque cosa facesse (dal cucinare all'ingrato lavoro di stiratura e cucitura), non contemplava il jazz tra i suoi interessi, che andavano senza alcun dubbio alla canzone melodica italiana, diciamo da Carosone a Lucio Battisti, passando per Mina e Celentano. La mia musica generazionale è stata il rock progressivo, anche quando nessuno lo chiamava così, compresi i media dell'epoca. Lì si è costruito il nocciolo duro della mia educazione di musicofilo. Nel tempo ci sono state acquisizioni diverse, però: musica classica, un po' di blues, o anche la canzone d'autore più raffinata. Il jazz invece è rimasto sullo sfondo per molto tempo, in una zona d'ombra che solo adesso mi sembra di aver cominciato a illuminare.
Per ora, posso contare solo pochi titoli. Come tutti i neofiti, mi sono buttato sui più famosi, per non sbagliare, e alla fine qualcosa ha cominciato a intrigarmi. L'artista che mi sento di raccomandare a chi, come me, non è proprio versato per il genere, ma è comunque curioso, è sicuramente Miles Davis. E' stato detto, mi pare anche da Pino Daniele anni fa, che Davis è il musicista che più ha cambiato la musica del Novecento: affermazione impegnativa, ma non del tutto campata in aria. Soprattutto se parliamo di musica popolare, dato che il trombettista di Alton (Illinois) è stato il capostipite del filone jazz-rock già nel 1968-69, e con lui hanno suonato in quei dischi cruciali personaggi che portarono avanti il discorso nel corso dei Settanta. Basta pensare che "In a Silent Way" (1969) è stato realizzato con giovani musicisti come John MaLaughlin (poi leader della Mahavishnu Orchestra), Wayne Shorter e Joe Zawinul (poi Weather Report) e Chic Corea (poi fondatore dei Return To Forever) tra gli altri. In effetti è un disco di grande fascino, a volte etereo, a volte introverso, ma ricco di intuizioni, che scandalizzò i puristi del jazz ma aprì nuovi sentieri a intere generazioni.
Anni prima, del resto, in un altro disco come "Kind of Blue" (1959) Davis aveva imposto la sua forte personalità e al contempo consacrato anche un sassofonista come John Coltrane, riprendendolo nel suo gruppo dopo i suoi lunghi guai con la droga. Sembra davvero che la musica di Davis scandisca tappe fondamentali per l'evoluzione del gusto anche a costo di scontentare i tradizionalisti con le sue innovazioni sonore. "Kind of Blue" comunque è un disco fantastico, anche per chi ha l'orecchio abituato ad altri suoni: ci sono pezzi da pelle d'oca, ad esempio l'attacco di "All Blue", ma bisogna citarlo tutto perchè è anche un disco incredibilmente moderno, per niente datato nei suoni, recentemente ristampato in una bella edizione digitale. Ho visto che uscirà anche a giorni allegato a "Repubblica", e il mio consiglio è di farci seriamente un pensierino.
Mi fermo qui, ma tornerò volentieri sull'argomento, magari per parlare dello stesso Coltrane, come di altri musicisti degni di nota.
categoria:musica, jazz, miles davis, jazz-rock











Di Pasolini e della sua bruciante lucidità dirò meglio più in là, dopo averlo digerito a dovere. Per ora ho la conferma che questo intellettuale senza padroni e padrini, con tutte le sue contraddizioni di comunista anomalo, manca come il pane all'Italia di oggi. Senza dire che prima di morire ammazzato lo stesso anno in cui scriveva queste pagine preziose aveva già previsto tutto: il conformismo del consumo, vera e forse unica rivoluzione unificante di un paese alterato nel profondo dall'avvento della televisione. Lui parlava di un vero mutamento antropologico, e credo che nessuno possa dargli torto, anche se lo hanno fatto passare per un reazionario che rimpiangeva l'Italietta contadina e ignorante. E' diverso: lui sentiva che col peggio di quella civiltà (perchè anche la civiltà contadina aveva i suoi orrori) se ne andava anche il meglio, una volta per tutte. Cos'era questo meglio è difficile a dirsi: forse uno spirito, una concezione più organica dell'uomo e del suo rapporto con la natura, le stagioni, il tempo. Insomma, per capirci, tutto ciò che non è "virtuale"...