martedì, 29 gennaio 2008

Ogni tanto la voglia di uscire dal seminato è irresistibile, e fa bene al nostro equilibrio: siamo stimolati a confrontarci con il nuovo, di qualunque tipo sia. Musicalmente, io conosco e frequento poco il jazz, ad esempio. Ovviamente diserto anche molto altro, dalla dance alla canzoncina balneare, ma se di queste musiche non sento affatto la mancanza, per il jazz il discorso è diverso.


Naturalmente il jazz, come tutta la musica, o si ama o no. Giusto, ma forse è anche questione di occasioni e incontri più o meno fortunati. Mettiamo che uno cresca con qualcuno in casa che ascolta in continuazione i dischi di Duke Ellington: inevitabilmente qualcosa resterà, anche a livello subliminale, e gli fornirà un approccio più naturale a quel genere musicale. Ora, a casa mia, non avevo un  genitore di tal fatta: mia madre, che da che io ricordi ha sempre cantato qualunque cosa facesse (dal cucinare all'ingrato lavoro di stiratura e cucitura), non contemplava il jazz tra i suoi interessi, che andavano senza alcun dubbio alla canzone melodica italiana, diciamo da Carosone a Lucio Battisti, passando per Mina e Celentano. La mia musica generazionale è stata il rock progressivo, anche quando nessuno lo chiamava così, compresi i media dell'epoca. Lì si è costruito il nocciolo duro della mia educazione di musicofilo. Nel tempo ci sono state acquisizioni diverse, però: musica classica, un po' di blues, o anche la canzone d'autore più raffinata. Il jazz invece è rimasto sullo sfondo per molto tempo, in una zona d'ombra che solo adesso mi sembra di aver cominciato a illuminare.



Per ora, posso contare solo pochi titoli. Come tutti i neofiti, mi sono buttato sui più famosi, per non sbagliare, e alla fine qualcosa ha cominciato a intrigarmi. L'artista che mi sento di raccomandare a chi, come me, non è proprio versato per il genere, ma è comunque curioso, è sicuramente Miles Davis. E' stato detto, mi pare anche da Pino Daniele anni fa, che Davis è il musicista che più ha cambiato la musica del Novecento: affermazione impegnativa, ma non del tutto campata in aria. Soprattutto se parliamo di musica popolare, dato che il trombettista di Alton (Illinois) è stato il capostipite del filone jazz-rock già nel 1968-69, e con lui hanno suonato in quei dischi cruciali personaggi che portarono avanti il discorso nel corso dei Settanta. Basta pensare che "In a Silent  Way" (1969) è stato realizzato con giovani musicisti come John MaLaughlin (poi leader della Mahavishnu Orchestra), Wayne Shorter e Joe Zawinul (poi Weather Report) e Chic Corea (poi fondatore dei Return To Forever) tra gli altri. In effetti è un disco di grande fascino, a volte etereo, a volte introverso, ma ricco di intuizioni, che scandalizzò i puristi del jazz ma aprì nuovi sentieri a intere generazioni.


Anni prima, del resto, in un altro disco come "Kind of Blue" (1959) Davis aveva imposto la sua forte personalità e al contempo consacrato anche un sassofonista come John Coltrane, riprendendolo nel suo gruppo dopo i suoi lunghi guai con la droga. Sembra davvero che la musica di Davis scandisca tappe fondamentali per l'evoluzione del gusto anche a costo di scontentare i tradizionalisti con le sue innovazioni sonore. "Kind of Blue" comunque è un disco fantastico, anche per chi ha l'orecchio abituato ad altri suoni: ci sono pezzi da pelle d'oca, ad esempio l'attacco di "All Blue", ma bisogna citarlo tutto perchè è anche un disco incredibilmente moderno, per niente datato nei suoni, recentemente ristampato in una bella edizione digitale. Ho visto che uscirà anche a giorni allegato a "Repubblica", e il mio consiglio è di farci seriamente un pensierino.


Mi fermo qui, ma  tornerò volentieri sull'argomento, magari per parlare dello stesso Coltrane, come di altri musicisti degni di nota.

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categoria:musica, jazz, miles davis, jazz-rock
giovedì, 24 gennaio 2008

Segnalo due film interessanti che girano attualmente per le sale italiane, e che riguardano entrambi temi come la diversità etnica e l'identità culturale. Uno è "Bianco e nero" di Cristina Comencini, e tratta le difficoltà cui va incontro una coppia mista, lui bianco, lei nera. Interessante il fatto che stavolta la comicità prende di mira sia bianchi che neri, con toni divertiti ma ben congegnati per non cadere mai nell'ovvio. Bravissimi gli attori, ben orchestrati dalla regista, che sanno stare al gioco e sanno ridere di se stessi e di ciò che rappresentano nella pellicola.


L'altro film è "Cous cous" del regista tunisino Abdel Kechiche. Qui più che contrasto e diversità si indaga dall'interno la comunità franco-araba di Marsiglia. La storia di un operaio non più giovane che perde il lavoro ai cantieri navali e cerca di riciclarsi aprendo un ristorante s'una barca, è il pretesto per una intensa raffigurazione del microcosmo di questa etnia mista e dei suoi travagli per stare al passo con i mutamenti sociali. E' un film di grande sensualità, anche, e  segnalo una trascinante seconda parte con una danza del ventre che sembra ribadire la vitalità profonda di una cultura ben radicata. Due film da non perdere, secondo me, con un registro diverso eppure ugualmente rappresentativi della società "multietnica" che ci circonda.

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categoria:cinema, film, attualità
giovedì, 17 gennaio 2008

E' davvero impossibile pensare di circoscrivere la musica degli anni Settanta. Lo dico per esperienza: a parte la mia adolescenza, tra il 1975-'76 e i primi anni Ottanta, quando esisteva solo il vinile, la mia passione per il prog e dintorni si è riaccesa negli ultimi dieci anni. Nell'età della musica digitale ho scoperto, con mio stupore, che ormai è possibile trovare di tutto, anzi di più: non solo quei dieci gruppi inglesi che tutti ascoltavamo all'epoca, qualche americano, i pochi italiani originali e i corrieri cosmici tedeschi, ma praticamente dischi rock da tutti i continenti o quasi.


In quei lontani anni dominati dalle dimensioni improprie dei cosiddetti "padelloni" a 33 giri, non esisteva niente di paragonabile. Esisteva il filtro della distribuzione ed era un ostacolo quasi invalicabile ai più, specie se si abitava in provincia. Pochi fortunati, dotati di mezzi e agganci, viaggiavano all'estero ed erano quelli che quasi clandestinamente importavano artisti che in Italia non erano distribuiti. C'erano i cataloghi per la vendita per corrispondenza, certo, ma era tutto molto più macchinoso. Non esistendo Internet e la comunicazione globale di oggi, potevi ordinare per lettera un certo disco, aspettare dieci-quindici giorni la risposta che magari diceva: "Spiacente, il disco è esaurito." E dovevi ricominciare da capo...


Oggi è tutto molto, molto più facile. Senza essere eroi, si può trovare in rete qualunque cosa e farsela arrivare a casa magari dal Giappone. Insomma, l'intero patrimonio musicale pubblicato negli ultimi decenni in qualsiasi parte del mondo è a tua disposizione. L'impressione paradossale, però, è che tante possibilità diano alla testa, così che si preferisce non rischiare troppo e tornare alla musica che già si conosce, senza curiosare troppo. Forse si spiega così il fatto che una volta scoperta una nicchia confortevole non la si lasci facilmente: chi ama il grunge, chi l'heavy metal o il jazz, e tutto il resto ciccia.


Se poi uno, come il sottoscritto, si è beccato il virus del prog underground più sfigato del cosmo, ignoto ai più perfino quando vedeva la luce negli oscuri Settanta, si illude così facendo di poter finalmente conoscere tutto, almeno di quel solo genere. Invece no, è impossibile: c'è sempre una ristampa che sbuca fuori dai cassetti, il gruppo peruviano o finnico che reclama la tua attenzione, e che potrebbe essere una "gemma nascosta del prog", chi può saperlo? Dunque non puoi fartela sfuggire, ovvio. Per quanto uno sia vaccinato contro le fregature, prima o poi il tarlo ti prende. Che dire? Ognuno ha la sua croce, con il rovescio delle sue delizie, naturalmente, e tuttosommato ci sono dipendenze ben peggiori.


Per farla breve, questo gruppo qui lo conoscevate? Si chiamano Banzai, e anche se col Giappone non c'entrano niente, non sono affatto male...Ascoltare per credere:


                            http://xoomer.alice.it/altremuse/dataprog.htm#banzai





 

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categoria:musica, riflessioni, rock progressivo, anni settanta
sabato, 12 gennaio 2008

Non so proprio spiegarvi i collegamenti tra un libro storico, e da recuperare, come "Lettere luterane" del compianto Pasolini, e "In rainbows" dei Radiohead. Però è così che passo questi giorni di pioggia ininterrotta che hanno ridotto la città a una specie di cupo girone dantesco. Gente ingobbita che gira in tondo per vicoli e piazze fangose e mattine che somigliano al crepuscolo: viene voglia di non alzarsi affatto dal letto, ma come si fa? 


Comunque: il disco del gruppo guidato da Thom Yorke è molto bello. Se n'è parlato soprattutto perchè si poteva scaricarlo anche gratis da Internet, ma a parte questo è un disco composto di dieci canzoni belle o anche bellissime, suonato con disarmante immediatezza, lasciando da parte il versante più acido e sperimentale di altre incisioni precedenti. Qui c'è malinconia a manciate, per piano e voce soprattutto, ritmi sbilenchi e struggenti, come il timbro inimitabile del cantante e leader. Una colonna sonora che conquista lentamente, ma poi non ti molla più.


Di Pasolini e della sua bruciante lucidità dirò meglio più in là, dopo averlo digerito a dovere. Per ora ho la conferma che questo intellettuale senza padroni e padrini, con tutte le sue contraddizioni di comunista anomalo, manca come il pane all'Italia di oggi. Senza dire che prima di morire ammazzato lo stesso anno in cui scriveva queste pagine preziose aveva già previsto tutto: il conformismo del consumo, vera e forse unica rivoluzione unificante di un paese alterato nel profondo dall'avvento della televisione. Lui parlava di un vero mutamento antropologico, e credo che nessuno possa dargli torto, anche se lo hanno fatto passare per un reazionario che rimpiangeva l'Italietta contadina e ignorante. E' diverso: lui sentiva che col peggio di quella civiltà (perchè anche la civiltà contadina aveva i suoi orrori) se ne andava anche il meglio, una volta per tutte. Cos'era questo meglio è difficile a dirsi: forse uno spirito, una concezione più organica dell'uomo e del suo rapporto con la natura, le stagioni, il tempo. Insomma, per capirci, tutto ciò che non è "virtuale"...

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categoria:pasolini, radiohead
martedì, 08 gennaio 2008

La monnezza (ormai la chiamano così pure a Bolzano), è la nuova bandiera italica. Decisamente, miei cari compatrioti, noi non ci facciamo mancare niente: siamo i primi pure nella spazzatura, lì le nostre esportazioni toccherebbero cifre da record, ma stavolta mi sa che non ce lo lasceranno fare, sono tutti avvisati. Intanto le nostre piramidi di spazzatura sfidano in altezza e imponenza quelle dei faraoni egizi, con qualcosa di più: l'aroma mefitico.


Non entro nel merito e non saprei dire di chi è la colpa: direi che se la giocano in molti, e mai come stavolta le cause sono un intricato puzzle difficilissimo da smontare. Difficilissimo, ovvio, perché è interesse di chi ci campa sopra che tutto vada avanti così, e magari peggiori. La camorra, dunque, e chi la bazzica con soddisfazione: politici collusi in testa. Roberto Saviano insomma aveva visto giusto nel suo "Gomorra", e questo rimarca la necessità di quel libro e del suo autore, anche se a quanto pare denunciare fatti e colpevoli non sempre serve a qualcosa. Anzi, sì: a rischiare la pelle, solo per aver detto la verità. Col risultato deprimente che abbiamo sotto gli occhi.

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categoria:cronaca, attualità
sabato, 05 gennaio 2008

Coraggio, anche per quest'anno è finita: finita l'abbuffata, finiti i regali (da fare), finiti la raffica di auguri, e soprattutto, se iddio vuole, finiti anche i cinepanettoni. Era ora. Finalmente nelle sale è di nuovo possibile imbattersi in qualche film interessante, dove non si ghigna e non si fa leva sui bassi istinti per strappare una risata.


Per rompere il ghiaccio ieri sera ho visto "Leoni per agnelli", diretto e interpretato da Robert Redford. Si può dire tutto il male possibile sugli americani e il loro cinema, e infatti io non mi risparmio certo quando è il caso: quando tirano in ballo la bandiera a stelle e strisce, spesso la retorica sommerge tutto. Altrettanto vero, però, è che quando si guardano dentro in maniera critica sono capaci di regalarti film come questo, dove lo sguardo sulla politica estera statunitense, e di riflesso anche sui media e l'informazione, è incisivo e per niente indulgente, anzi decisamente puntuto. La recitazione è affidata a tre stelle come lo stesso Redford, e poi la Streep e Cruise: perfino quest'ultimo, che a me non è mai piaciuto molto, qui è perfetto nella parte di un rampante senatore repubblicano che vuol convincere una giornalista dell'altra sponda che il problema afgano sta per avere una definitiva soluzione sul piano militare.


Dialoghi intensi e confezione asciutta, "Leoni per agnelli" è un film molto di testa, che punta alla riflessione critica e disinnesca subito l'agguato patriottico. Anche se non manca qualche momento vibrante, ma giocato al momento giusto e mai in modo ruffiano. Onore al merito, questo è un bel film davvero, e ideale per chi vuol tornare a pensare dopo la sbornia delle festività. Ve lo raccomando.

postato da: armapo alle ore 17:29 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, attualitÃ