lunedì, 03 dicembre 2007

Ieri sono inciampato in Ligabue ospite nel programma di Fazio. Non ricordo di aver mai ascoltato un solo album intero del rocker di Correggio, e conosco soprattutto i suoi pezzi più noti: non che me ne vanti, ma uno non può comprarsi tutta la musica del mondo, e poi io preferisco altre cose. Come persona comunque lo trovo molto interessante, uno insomma col quale si potrebbe parlare di tante cose, a parte la musica: in fondo la generazione è quella, solo un paio d'anni ci dividono e nelle interviste lo sento molto chiaramente.


Il discorso è caduto a un certo punto sull'Italia di oggi e di ieri. Ligabue ha presentato infatti una nuova canzone, "Buonanotte all'Italia", dove fa un po' a modo suo quello che fece De Gregori quasi trent'anni fa ("Viva l'Italia") e   più tardi lo stesso Battiato ("Povera patria"): ha cioè provato a guardare il paese con l'occhio più comprensivo che ghignante, quasi pietoso o intenerito, come se fosse rivolto a una bella donna che ci ha nutrito d'amore e bellezza, e ora rifiata, stanca e un po' appassita. A quanto pare, il pezzo dal vivo è accompagnato da una serie di immagini artistiche che catturano il grande passato che abbiamo alle spalle: il pubblico dei concerti, dice lui, rimane prima basito e poi quasi commosso. Inevitabile citare ancora lo spettacolo di Benigni qualche giorno fa: Ligabue ha voluto sottolineare che il suo pezzo è sintonizzato con il richiamo dell'attore toscano alla memoria e al patrimonio storico e culturale di una civiltà che dovrebbe appartenere a tutti, ma spesso scivola nell'oblio, quasi fosse inutile ricordare ed essere consapevoli di se stessi. Mi pare molto significativo, ancora una volta, che siano gli artisti a farci riflettere sullo stato delle cose, evidentemente perché dotati di antenne molto più sensibili per catturare lo spirito del tempo e farsene portavoce nelle forme a loro più congeniali: cantando, recitando versi o magari facendo film.


Un film come "La giusta distanza", diretto da Carlo Mazzacurati, circola in questi giorni nelle sale e racconta efficacemente una delle tante storie dell'Italia di oggi, dove etnie e culture coabitano con non poche difficoltà a volte. Ambientato in un piccolo centro del padovano, nell'immensa distesa padana tra nebbie e silenzi, il film dice che a volte per capire meglio la realtà e gli altri, e non cadere nei pregiudizi, è necessario varcare una soglia di sicurezza, o meglio di indifferenza, e sporcarsi le mani in nome di una verità, grande o piccola che sia. Solo così sarà possibile forse abolire barriere e sospetti, guardare le cose per come sono davvero. Mazzacurati è un regista finissimo, veneto anche lui, che sa di cosa parla: a modo suo, ha trovato nel tempo uno stile flemmatico ma molto lucido nelle sue analisi, a tratti venato dal sorriso che non serve mai a banalizzare, semmai a mettere in luce contraddizioni e storture. Ha firmato sin dagli anni Novanta film molto belli, come "Un'altra vita" ad esempio, e qui mostra tutto il suo talento di osservatore. Fa piacere notare che un film del genere ha avuto anche buoni incassi: insomma, c'è ancora un pubblico curioso in giro, che aspetta solo l'occasione di godersi cose più degne di ciò che normalmente i media ci propinano. C'è speranza.


Con questa sensazione positiva lascio per qualche giorno il blog per impegni familiari. Non perdiamoci di vista, comunque. A presto.

postato da: armapo alle ore 18:43 | Permalink | commenti (2)
categoria:musica, riflessioni, cinema, attualitÃ