Ieri sera, per quasi tre ore, Roberto Benigni ha restituito un granello di credibilità al servizio pubblico RAI, quello appena messo in mutande dalle intercettazioni che evidenziavano imbarazzanti complicità tra uomini Mediaset e dirigenti della tivù finanziata dal canone. Se non ho capito male le parole dell'attore al termine del programma, seguiranno altre serate simili, ma staremo a vedere se è vero.
Ovviamente ognuno può pensarla come vuole: c'è chi Benigni lo detesta a prescindere, infatti, e pazienza. Personalmente mi sono scoperto emozionato e catturato come pochissime volte mi è successo ultimamente davanti alla tivù: prima divertito fino alle lacrime dalla satira geniale del Benigni irridente della parte iniziale, e poi risucchiato, e commosso a tratti, dalla sua appassionata escursione nel mondo dantesco. Non solo, c'è anche di più. Lo stesso Benigni, che poco prima aveva giustamente messo alla berlina l'Italia odierna dei politicanti e del delirio mediatico, della volgarità e della corruzione, è riuscito a ricordarci da dove veniamo: da quale storia e da quale genio, depositato nell'arte, nelle nostre città, nelle scienze, nella musica e nella poesia stessa, discende il paese dove oggi viviamo. Non è certo facile rispolverare l'orgoglio "patrio" senza nascondersi la bruttura che ogni giorno i media ci riversano addosso e che ciascuno di noi può sperimentare come cittadino. Era un'impresa, e solo un talento come lui poteva riuscirci, prima di portarci con tanta passione nell'inferno dantesco, e farci vibrare sui versi di Paolo e Francesca come se li leggessimo per la prima volta, perché spesso anche la scuola non ha saputo farceli amare.
Secondo me, questa è la riprova che se l'Italia ha diritto ancora a non vergognarsi totalmente di se stessa, dopo tanti pessimi esempi offerti in ogni campo, è solo grazie a talenti che arrivano dai teatri, dal cinema e dalla canzone, dagli artisti insomma, che per fortuna ancora ci sono, anche se a volte bisogna andarseli a cercare col lanternino perché la RAI si ricorda di farceli vedere solo a ogni morte di papa, bontà sua, e spesso confinandoli all'ora dei vampiri. Un'altra cosa che vorrei sottolineare è questa: il programma è filato via per quasi tre ore senza uno spot che è uno, eccetto quello prima dei saluti. Credo che sia stato Benigni stesso a pretenderlo, e a ragione, perchè ogni tanto, è proprio vero, non si può assolutamente interrompere un'emozione. Perché chissà quando capiterà di nuovo, e allora è giusto godersela fino in fondo. I pannolini e il liquore di marca possono aspettare.
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Comunque sia, l'uomo è un curioso animale che, per quanto provvisto di ragione e conoscenze anche raffinate, spesso non sfugge alle proprie reazioni più istintive. Mi ricordo che Gino Castaldo, non certo l'ultimo dei critici musicali in circolazione, una volta che presentava in tivù il suo libro scritto con Ernesto Assante ("33 dischi senza i quali non si può vivere"), alla conduttrice che gli chiedeva conto dell'esclusione di una grande come Janis Joplin rispose molto onestamente: "No, quella è proprio una mia idiosincrasia." Già, come volevasi dimostrare: solo questione di pelle.
Ho appena visto "Ai confini del paradiso" del turco-tedesco Fatih Akin, già noto per "La sposa turca". E' nato ad Amburgo e fa da ponte tra le due culture un po' come Ozpetek da noi. Anche qui il film coinvolge Germania e Turchia in un vero girotondo di coincidenze e legami che si perdono, si spezzano e poi si riallacciano in modo rocambolesco. Per dire: a un certo punto c'è un turco che insegna letteratura in Germania, e poi torna in patria per rintracciare la figlia della donna che suo padre ha ucciso, ma un giorno finisce per rilevare a Istambul la libreria di un tedesco che soffre di nostalgia. Forse il gioco del caso può apparire forzato, ma serve a ribadire che tutto ci riguarda e le differenze culturali non sono più una scusa per diffidare l'uno dell'altro. Akin sembra un vero regista della società multietnica, e il suo messaggio, senza nascondersi difficoltà e storture, ha un fondo problematico ma positivo che merita attenzione. Da segnalare nel cast la presenza di Hanna Schygulla, ex musa del vivace cinema tedesco degli anni Ottanta.
Gli Happy The Man, naturalmente, non vengono fuori dal nulla e anche nella loro musica si avvertono echi dei capiscuola inglesi: la ricetta di base però è trattata con straordinaria personalità, con una capacità di elaborare certi modelli che mi sembra notevole e da sottolineare. Le parti vocali sono sporadiche, mentre è appunto il lato strumentale che lascia piacevolmente sorpresi. Sono tutti musicisti di tecnica superba, e si nota una tessitura paziente di ogni trama strumentale, rifinita e brillante nell'insieme come nelle singole parti: è un prog sinfonico, ma ricco di sfumature, con una ritmica spesso imprevedibile, ma soprattutto il gioco dei fiati e delle tastiere, che conferiscono a ogni pezzo una sorta di bellezza fluttuante, vaporosa e ammaliante. A volte si rimane prigionieri di certi passaggi circolari come di un incantesimo. Entrambi i due dischi ufficiali, realizzati tra il 1977 (omonimo) e il 1978 ("Crafty hands") per la Arista, e ristampati poi dalla Musea, sono davvero consigliati.