mercoledì, 31 ottobre 2007

Ultimamente si nota un ritorno piuttosto inquietante allo spettacolo "pomposo", impregnato di quel classicismo che tende al grandioso, al monumentale: quel tipo di linguaggio artistico che accontenta grandi e piccini, senza discostarsi molto dallo stereotipo. Pensate ai musical operistici di Cocciante, per fare un esempio. Ma anche altrove non si scherza, visto che anche la televisione ha riscoperto i grandi romanzoni ottocenteschi in tutte le salse, come il recente "Guerra e pace", che riporta alla memoria i vecchi sceneggiati televisivi targati RAI, che ebbero anche un valore divulgativo non trascurabile.


Al cinema si può vedere in questi giorni "Elizabeth - The golden age", diretto da Shekhar Kapur: narra della regina che dovette affrontare l'invasione dell'armata spagnola di Filippo II, dopo aver mandato a morte la rivale Mary Stuart. Nel film si punta molto sull'ambiguità della regina inglese, ritratta qui soprattutto come una donna senza amore, che sublima la sua infelicità nella difesa orgogliosa del suo paese. Lo spettacolo è assicurato, perché Kapur sa girare, e le immagini della flotta spagnola sul mare nello scontro decisivo sono tutte da vedere. E' il dosaggio di certi ingredienti che a volte lascia perplessi: la musica ad esempio è talvolta assordante e troppo enfatica. Bravi invece gli attori, con una grande Kate Blanchett, abile a sottolineare il cortocircuito tra privato e politico che il copione le impone.


Tornando al discorso iniziale, comunque, la tendenza a esagerare, a dilatare tutto per rimpolpare il piatto che si offre al pubblico, sembra mirare più a stordire che a far riflettere, quasi che il particolare documentato della storia che si racconta non fosse poi l'elemento decisivo, ma solo uno spunto da cui partire. E' ovvio che un film non è un trattato storico per accademici, ma penso che qualche anno fa la stessa vicenda sarebbe stata girata con tutt'altro spirito, magari adottando la vecchia legge di alcuni artisti: a volte è meglio "togliere" che "aggiungere", perché alla fine si rischia l'indigestione o l'inverosimiglianza. Si dice, uscendo dal cinema: bello, ma cos'era? Appunto.

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categoria:riflessioni, cinema, attualitĂ 
venerdì, 26 ottobre 2007

Pensiamo sempre di aver capito tutto, oppure di padroneggiare a sufficienza la nostra totale ignoranza della vita, di saper galleggiare sulla schiuma dei giorni con la disinvolta certezza che niente può veramente toccarci come una volta. Suoni, parole, gesti, speranze: una raccolta di reperti, ormai siamo troppo maturi per poterci credere ancora. Poi arriva un tale che si chiama Robert Wyatt e ti piazza davanti un disco come "Comicopera", appena pubblicato, e tu senti scioglierti dentro come burro fuso questa idiota disinvoltura che riveste la tua persona. Una liberazione.


"Comicopera" in realtà non sembra un disco, ma l'ennesimo documento sonoro di un'altra maniera di sentire, cantare e definire il territorio della vita, con le sue variabili impazzite e le piccole oasi dove raccogliamo ciò che ancora siamo, e quello che amiamo davvero, oltre le mode e il vortice del tempo. E' sintomatico che a lanciare questo messaggio sia un uomo già vecchio, paralizzato da decenni, che sembra dimenticato, anche lui, come un reperto degli anni più belli, giovani, eroici, nonostante la stima e la venerazione di musicisti che ne conoscono il valore. Eppure è così. Canta con un filo di voce, a volte, ma inconfondibile, si circonda di pochi musicisti fidati, e davvero pare di vederlo mentre incide i sedici episodi di questa piccola gemma alle tastiere (non più la batteria degli inizi, secoli fa), nella sua casa inglese di Louth, con tutta la calma e la pazienza del mondo: non c'è fretta quando si dà alla luce qualcosa di bello, anzi, bisogna carezzare una melodia o una sequenza di accordi con la grazia che si usa coi bambini, o i cuccioli, o una farfalla. Per evitare che fugga via, ch'evapori in un battito di ciglia il suo incanto, e ci lasci più soli con la nostra tranquilla certezza di non aver capito un bel niente. "Comicopera" è un atto di fede, onesto e commovente, nella bellezza della musica senza trucchi, e soprattutto l'ennesima riprova che il genio non invecchia: gli basta restare se stesso, mentre tutti indossano le loro maschere.


Qui potete leggere un profilo di Robert Wyatt su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Wyatt

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categoria:musica, progressive, robert wyatt
lunedì, 22 ottobre 2007

Che la letteratura possa far male, è un'opinione del tutto rispettabile e legittima. In giro c'è un romanzo che ipotizza addirittura trattarsi di una vera omicida seriale: si chiama "L'accademia Pessoa" e l'ha scritto Errico Buonanno per l'editore Einaudi. Congegnato come un noir e immerso nell'atmosfera indolente ed esotica di Montevideo, ha per protagonista un nano che vive di traduzioni e consulenze editoriali, associato a una rete (l'accademia del titolo) che ha come scopo l'estinzione progressiva della letteratura romanzesca. Un complotto ordito da chi sente che i romanzi, anzi le lusinghe della creazione romanzesca hanno avuto solo effetti nefasti o deprimenti sulla propria esistenza.  Il bello però è che, in qualche modo, la letteratura trova il modo di ribellarsi a questo progetto e si vendica, a suo modo.


In effetti, se ci pensate, ogni passione ha un influsso ambivalente sulle persone. Le droghe o l'alcol, probabilmente, hanno effetti peggiori sulla salute, ma anche leggere troppo, circoscrivere la propria vita a quella riflessa nei libri e nei romanzi ha delle conseguenze non meno preoccupanti. Cervantes l'aveva capito già nel '600, quando scrisse il "Don Chisciotte", e molti autori recenti hanno indagato il mondo misterioso o decisamente inquietante di chi vive per i libri, soprattutto se si tratta di testi circondati da una tradizione diabolica: penso a "La nona porta" di Polanski, film che in realtà è tratto da un romanzo dello spagnolo Arturo Peréz-Reverte, "Il club Dumas".


Da buon lettore, e a momenti anche scrittore "da cassetto", mi sono chiesto spesso se senza i libri sarei stato migliore o peggiore. Più pratico forse, ma sicuramente meno attento: spesso mi accorgo di aver vissuto in una colpevole ignoranza di quello che avevo più vicino, e proprio la lettura e l'abitudine alla riflessione, la cura dei dettagli che la lettura induce, mi hanno aperto gli occhi su molte realtà, minime o generali, che richiedono una certa attenzione, un attimo in più, per emergere dal grumo delle abitudini o dei ritmi della nostra vita. Al tempo stesso, probabilmente, la simbiosi coi libri regala l'illusione di essere autosufficienti, come se si potesse appunto vivere delle emozioni impresse sulla carta. Falso, naturalmente. Ma io lo so e lo posso dire solo dopo aver amato leggere e scrivere, non prima. Prima, infatti, con la tipica sicumera di chi considera i libri una perdita di tempo, cioè circa il 60% degli italiani, avrei detto che "dentro i libri non c'è la vera vita!" Il che fa sorridere: è la vita stessa che è sogno, come diceva Calderon de la Barca, e in un libro, semmai, si troverà il distillato di quel sogno stesso. Sembra un ragionamento "bizantino", ma se ci pensate è molto semplice: se tu capisci che la vita è rappresentazione o recita di una convenzione (la società), tanto vale organizzarla consapevolmente, per smascherarla, nella finzione letteraria che cattura realmente, con le sue stesse armi, l'illusione della vita. In fondo, è una specie di esorcismo.


Magari mi sono espresso in maniera poco chiara. L'argomento è vasto e ricco di implicazioni, e naturalmente mi piacerebbe conoscere altri pareri in merito.

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categoria:varie, riflessioni, libri
venerdì, 19 ottobre 2007

Avete già visto "La ragazza del lago", il film di Andrea Molaioli? Se la risposta è no, il mio modesto consiglio è che dovreste dargli un'occhiata. Questo film italiano merita attenzione perché è davvero una prova che anche da noi, volendo, si può fare dell'ottimo cinema di genere. Chissà se piacerebbe a mister Tarantino...Forse no, perché il genere, in questo caso un noir che al centro mette l'omicidio di una ragazza in una località friulana molto suggestiva, è trattato con arte molto raffinata dall'esordiente Molaioli. Niente squartamenti acrobatici o sequenze splatter montate come un cartoon, qui, ma semplicemente un ottimo esempio di cinema, dove più che la scoperta dell'assassino contano le ragioni profonde e più intime.



Non è il primo esordio di buon livello, ma un film come questo, curato in ogni dettaglio e recitato con sperimentata bravura da Toni Servillo è davvero un segnale incoraggiante per quella che una volta era una delle più forti cinematografie del mondo, e oggi naviga a vista, penalizzata soprattutto da una classe politica distratta e indifferente. Rutelli sta preparando una nuova legge di finanziamento, vedremo se servirà a incrementare il numero di nuovi film prodotti, che ormai è sceso sugli 80-85 l'anno: una cifra miserrima, se pensiamo che fino a metà anni Sessanta se ne producevano anche 300.


L'esordiente Molaioli ha fatto una discreta gavetta alla corte di Nanni Moretti, e direi che si vede: una direzione limpida e molto ferma, elegante ma sobria e senza fronzoli, anche quando lascia emergere accanto al giallo di base il malessere personale del commissario. L'ambientazione montana e dunque tipicamente nordica si spiega col fatto che il film è tratto da un romanzo norvegese, e dunque la stessa trasposizione in Italia richiedeva una location particolare. La natura incontaminata che vediamo, in effetti, ha pure il senso d'una scoperta, oltre a incorniciare come meglio non si potrebbe la vicenda principale.


Altre considerazioni. Guardi recitare Servillo e pensi a quanti attori di teatro, come lui, ci sono in Italia, che possono dare molto anche al cinema, se solo si ha il coraggio di coinvolgerli in progetti come questo. Mi vengono in mente Carlo Cecchi, Anna Bonaiuto, Roberto Herlitzka: tutti intepreti che hanno dato molto ai film e ai registi che hanno creduto in loro. Esiste certo anche l'attore inventato dal nulla, come il dee-jay Fabio Volo ad esempio, che ha mostrato di saperci fare con D'Alatri e Cappuccio, ma la palestra del palcoscenico ha cresciuto decine di attori che potrebbero essere decisivi per tenere alto il livello del nostro cinema. Una volta era quasi la norma, oggi forse si sta cominciando a capire che quel percorso aveva le sue ragioni, e sarebbe il caso di tenerne conto.

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categoria:riflessioni, cinema, attualitĂ 
mercoledì, 17 ottobre 2007

Oggi su "Repubblica" c'è una foto che illustra bene il passaggio del tempo: Robert Plant e Jimmy Page, rispettivamente voce solista e chitarra dei Led Zeppelin, ritratti nella stessa posa sul palco in due immagini divise, però, da oltre trent'anni. Fisici appesantiti, abbigliamento meno selvaggio, però sono ancora lì. Se c'è una cosa che, nell'immaginario collettivo, rappresenta la giovinezza più trasgressiva e ribelle è proprio il rock, specie quello duro e aggressivo che suonano gruppi come gli Zeppelin. Da qui, suppongo, quel vago disagio di ritrovare i nostri eroi dopo tre decenni e passa dai primi eroici furori con i segni degli anni trascorsi ben visibili addosso. Ci sono artisti e gruppi che hanno incarnato un altro modo di vivere la musica, più cerebrale e meno urlato: penso alla scuola di Canterbury, ad esempio, con Soft Machine e Caravan tra i capofila. Un rock progressivo che si può suonare anche seduti, per capirci, e che stimola più la mente che il corpo. L'hard-rock delle schitarrate taglienti e delle voci lancinanti, invece, vive anche di una certa immagine fisica, energica e dirompente, che ovviamente non è eterna.


Del resto, oltre a loro, ci sono ancora in giro i Rolling Stones e diversi altri che periodicamente si ritrovano (vedi i Police), per motivi non sempre necessari: in ballo ci sono, ovviamente, anche i soldi e l'immenso giro di affari che nel tempo ha fatto del rock l'industria colossale che sappiamo.  Gli Zeppelin, che suoneranno il 26 novembre a Londra per ricordare il defunto fondatore dell'etichetta Atlantic, hanno proprio ultimamente annunciato di voler mettere in vendita online tutto il loro repertorio storico. Al passo coi tempi, insomma, anche per far fruttare una storia di tutto rispetto, nel momento di massimo calo nelle vendite discografiche in tutto il mondo. Il rock si adegua e cerca nuove ancore di salvezza, e non potrebbe essere altrimenti.

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categoria:musica, rock, attualitĂ 
mercoledì, 10 ottobre 2007

Il piacere puro della scoperta è sempre un bel godere. Pur avendo la casa che pare ormai un deposito di cd, libri, dvd, vhs, cassette, riviste, riesco ancora a sorprendermi davanti a un bel disco appena acquistato, ravanando a caso nel catalogo di qualche distributore online. Ce ne sono molti ormai, per tutti i gusti, e volendo, con la santa pazienza che dovrebbe accompagnare ogni vero appassionato di rarità e ristampe, si può davvero trovare di tutto.


Da pochi giorni ascolto ad esempio un gruppo canadese come i Pollen, originari del Quebec francofono, che hanno registrato per l'appunto un solo album omonimo datato 1976 prima di sciogliersi. Per la verità non si tratta di una ristampa così difficile da trovare, ma con loro è successo appunto quello di cui dicevo a proposito di certi libri che non riesci mai a leggere: ogni volta, c'era sempre qualche altro disco che aveva la precedenza. Faccio pubblicamente mea culpa, perché questo quartetto canadese ci sa veramente fare e suona un rock progressivo che potrei definire tipicamente sinfonico e anche molto romantico. Le influenze dei soliti capiscuola inglese ci sono, ovvio, ma io ci sento anche richiami a qualche gruppo italiano (Banco e PFM), oltre che a certo prog francese (gli Ange ad esempio), per ovvie questioni di lingua e affinità culturali. Detto questo, non si tratta affatto del solito esempio puramente "derivativo", perché i Pollen hanno una loro personalità evidente anche nei testi, di grande bellezza e pieni di immagini poetiche. Ballate acustiche evocative e momenti strumentali più complessi si alternano con identica efficacia, e la bella voce solista di Tom Rivest (nella foto) interpreta con grande sensibilità le diverse atmosfere del disco. Interessanti soprattutto le combinazioni tra synth e chitarra elettrica, dove risalta anche l'eccellente caratura tecnica della band canadese. 


Insomma, quello dei Pollen è un altro nome da aggiungere alla lista delle formazioni prog meno fortunate, che non sono andate al di là di un solo disco nonostante l'evidente qualità della loro musica. Purtroppo per loro, come  tutti gli artisti arrivati a incidere in quel periodo già declinante per il progressive, mentre il pubblico si rivolgeva alla musica dance o al punk, non c'era più spazio per certi preziosismi e per le raffinate atmosfere evocate in questo bel disco. Oltre trent'anni dopo, però, è ancora possibile abbandonarsi al piacere dell'ascolto: a chi non conosce il disco, o lo conosce solo di nome come me fino a pochi giorni fa, raccomando di procurarselo prima che sparisca, perché c'è davvero da leccarsi i baffi...


Piccoli assaggi del disco si possono fare a questo link: http://www.progquebec.com/pollen.html

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categoria:rock progressivo, pollen
domenica, 07 ottobre 2007

Avete presente i classici? Insomma, i grandi romanzi che "bisogna" aver letto per evitare di passare da ignorantoni in società, ammesso che uno non possa farne a meno, della società: certo, come Manlio Sgalambro insegna in un suo geniale libello, si può guardarla con sovrana indifferenza e perfino con disprezzo, ma certo non tutti ne siamo capaci.


Dei romanzi "obbligatori", comunque, ce n'è sempre qualcuno che sfugge. Gli passiamo accanto mille volte, in libreria, nelle case altrui, sulle bancarelle, e ogni volta a fregarci è la solita storiellina che ci diciamo: ma sì, questo devo proprio leggerlo, domani lo prendo. Domani invece non lo prendi affatto, e lui è sempre lì che aspetta, da anni. Ognuno ha queste piccole spine nel fianco, credo. Le mie spine riguardavano soprattutto il grande romanziere russo Tolstoj: fino a questa estate, infatti, conoscevo altre sue opere, ma non avevo letto ancora  quelle più famose, cioè "Anna Karenina""Guerra e pace". In questo agosto, però, sono riuscito finalmente a colmare parzialmente la lacuna, e ho letto il primo dei due. Un romanzo grandioso, inutile dirlo, nel quale si scopre che la donna del titolo non è l'unica protagonista, perché il genio dello scrittore è capace di farti entrare nella testa di tanti personaggi diversi, come se avessi sott'occhio un prisma di psicologie che ruota continuamente, e ogni volta mostra un aspetto più profondo in maniera tale, alla fine, da condensare mirabilmente un'epoca, una società, una mentalità. E a lasciare davvero ammirati è la capacità di entrare perfino nell'ottica del cane che guida il suo padrone in una battuta di caccia a snidare la preda: e gli riesce così naturale, oltretutto, che ti ci vuole un po' per capire che sei dentro la testa di una bestia. Insomma, ne valeva la pena: si fa per dire, perché a certi livelli anche mille pagine sono soltanto un piacere. Ora mi resta l'altro ponderoso piacere, "Guerra e pace": magari la prossima estate, chissà. Per certe letture occorrono tempi dilatati e situazioni rilassate.


Un altro punto debole di chi legge abitualmente, però, è quello delle opinioni controcorrente: cioè, tu hai letto il tale autore di cui tutti si riempiono la bocca, ma a te non è piaciuto mica tanto. Più il nome è grosso e affermato, ovviamente, e tanto più un giudizio "non allineato" farà effetto. Con i classici, ahimé, siamo quasi alla lesa maestà. Visto che ci siamo, e a leggermi sono sempre i miei dodici amici (quando va molto bene), mi sono deciso a fare "outing", che fa tanto trendy: a me "Il castello" di Franza Kafka non è piaciuto, anzi non sono neppure riuscito a finirlo. Sarà che l'ho letto nella mia cupissima adolescenza, quando probabilmente avevo ben altre urgenze, ma rimane un buco nero nella mia conoscenza dell'autore praghese. "Il processo" sì, fantastico, e poi i racconti, o "America", ma quello ancora no. Mi manca, è la figurina maledetta che mi rovina l'album. Il problema è che Kafka è Kafka, capito? Se io dicessi che il tal libro di Baricco non mi ha scucito un baffo, "Senza sangue" ad esempio, di sicuro troverei legioni di gente che mi dà ragione, perché poi in Italia se hai successo c'è sempre qualcuno che ti odia, che giura di fartela pagare. Pensate anche a Muccino. Io invece voglio precisare: considero Alessandro Baricco un ottimo divulgatore, che ha fatto trasmissioni televisive ottime, dove spiegava benissimo come e perchè si devono amare i classici, l'opera lirica o la poesia, mentre come romanziere mi soddisfa di meno. Sono gusti. Però dirlo di Kafka fa storcere il naso. Lo so, ma non posso farci niente: al gusto (del lettore) non si comanda.

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categoria:varie, riflessioni, libri
giovedì, 04 ottobre 2007

Si parla spesso di libri, opere, artisti "maledetti". In genere si tratta di una sorta di giudizio negativo che condanna dal punto di vista morale personaggi o appunto opere dell'ingegno considerate pericolose per la società.

In Inghilterra, specie nell'era vittoriana, lo scandalo riguardava soprattutto chi scriveva o parlava di sesso: pensiamo a Oscar Wilde, omosessuale e scrittore di genio, e più tardi a certi libri di Lawrence, come "L'amante di Lady Chatterley", romanzo bellissimo e ridotto a semplice libello libertino, mentre conteneva pagine intense sulla società inglese del tempo e le sue storture. Il maledettismo trovò poi il suo terreno più celebre nella poesia francese di fine Ottocento: fu Verlaine che coniò il termine in una sua raccolta del 1883, e Rimbaud, Corbiere, Baudelaire sono per antonomasia i poeti "maledetti". Era un movimento poetico che voleva arrivare alla conoscenza anche per via dei sensi e dell'eccesso, per così dire, senza porsi limiti, e proprio questo probabilmente li rendeva invisi ai "benpensanti". In Italia, non c'è dubbio che Dino Campana possa definirsi a suo modo un poeta "maledetto", fino alle conseguenze più estreme.

Esempi di artisti maledetti, comunque, esistono anche oggi. Nel cinema ricordiamo tutti James Dean, ad esempio, classico esempio di attore bello e dannato, ma si potrebbe ricordare film perfino condannati al rogo, come "Ultimo tango a Parigi" di Bertolucci. Nel rock basterebbe citare personaggi come Jim Morrison, Syd Barrett, Kurt Cobain, Janis Joplin e così via. Anche un cantautore dal destino tragico come Luigi Tenco rientra nel genere, o un altro chansonnier dimenticato come il livornese Piero Ciampi, che andrebbe recuperato con le sue malinconiche e struggenti ballate che sanno di vino, periferie e amori che finiscono. Insomma, l'elenco è lungo e variegato.

Per circoscrivere la categoria alle opere del rock di oggi e del periodo classico del progressive, un genere "maledetto" ancora oggi per la sua pessima reputazione tra i media, chissà poi perchè, mi vengono in mente una serie di dischi che provo a mettere in fila. Nei Settanta, citerei i grandi dischi controversi, amati da pochi e fraintesi o rifiutati dai più: ad esempio "Concerto delle menti" dei Pholas Dactylus, "Zarathustra" del Museo Rosenbach, oggi ampiamente rivalutato, ma all'epoca pesantemente osteggiato per i suoi riferimenti (molto equivocati) a Friedrich Nietzsche e quindi a presunte simpatie destrorse del gruppo. C'è poi tutto un filone di hard-rock dai risvolti occulti o vagamente satanici, spesso solo di facciata, che incontrarono molte resistenze, specie in America e Inghilterra, dove Black Sabbath, Arthur Brown, Black Widow e molti altri suscitavano polemiche o seguiti fanatici, anche perchè erano gli anni di Charles Manson, il fanatico satanista che con la sua setta fu responsabile tra l'altro dell'omicidio di Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, a Hollywood nel 1969: ovviamente, per chi non ama le sfumature, un gruppo rock che ostenta una simbologia vagamente diabolica, ma spesso pacchiana, può davvero nascondere propositi criminali dietro chitarre e batterie. L'idea è talmente assurda che si commenta da sè. 

La verità è che quello che viene definito artista maledetto, non è altro, spesso, che un artista diverso e magari in anticipo sui tempi, e proprio per questo guardato con sospetto nel momento che mette in crisi, con la sua opera, convenzioni e schemi ormai logori e comunemente accettati. Se ci pensate, molti di quegli artisti che si fecero nel loro tempo questa fama, sono oggi dei riferimenti indiscutibili nei rispettivi campi: qualcosa vorrà pur dire. Prima di bollare qualcuno, insomma, conviene pensarci due volte e chiedersi se dietro l'etichetta non si nasconda qualcosa di nuovo e tutto da scoprire.

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categoria:riflessioni
martedì, 02 ottobre 2007

Per chi di voi ha ascoltato il nuovo disco dei New Trolls, "Concerto grosso-The seven seasons", segnalo che su "AltreMuse" si può leggere la mia recensione e valutare l'album. O al limite lasciare un commento, in generale o specifico, nel guestbook. Gradite anche tutte le critiche e i suggerimenti, ovviamente.


La recensione la trovate qui: http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni


Prossimamente, con tempi ancora da decidere,  l'Archivio Prog del sito verrà arricchito anche di nuove schede su gruppi come Comus,  Madison Dyke, Madrugada e molti altri ancora.

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categoria:progressive, new trolls