Ultimamente si nota un ritorno piuttosto inquietante allo spettacolo "pomposo", impregnato di quel classicismo che tende al grandioso, al monumentale: quel tipo di linguaggio artistico che accontenta grandi e piccini, senza discostarsi molto dallo stereotipo. Pensate ai musical operistici di Cocciante, per fare un esempio. Ma anche altrove non si scherza, visto che anche la televisione ha riscoperto i grandi romanzoni ottocenteschi in tutte le salse, come il recente "Guerra e pace", che riporta alla memoria i vecchi sceneggiati televisivi targati RAI, che ebbero anche un valore divulgativo non trascurabile.
Al cinema si può vedere in questi giorni "Elizabeth - The golden age", diretto da Shekhar Kapur: narra della
regina che dovette affrontare l'invasione dell'armata spagnola di Filippo II, dopo aver mandato a morte la rivale Mary Stuart. Nel film si punta molto sull'ambiguità della regina inglese, ritratta qui soprattutto come una donna senza amore, che sublima la sua infelicità nella difesa orgogliosa del suo paese. Lo spettacolo è assicurato, perché Kapur sa girare, e le immagini della flotta spagnola sul mare nello scontro decisivo sono tutte da vedere. E' il dosaggio di certi ingredienti che a volte lascia perplessi: la musica ad esempio è talvolta assordante e troppo enfatica. Bravi invece gli attori, con una grande Kate Blanchett, abile a sottolineare il cortocircuito tra privato e politico che il copione le impone.
Tornando al discorso iniziale, comunque, la tendenza a esagerare, a dilatare tutto per rimpolpare il piatto che si offre al pubblico, sembra mirare più a stordire che a far riflettere, quasi che il particolare documentato della storia che si racconta non fosse poi l'elemento decisivo, ma solo uno spunto da cui partire. E' ovvio che un film non è un trattato storico per accademici, ma penso che qualche anno fa la stessa vicenda sarebbe stata girata con tutt'altro spirito, magari adottando la vecchia legge di alcuni artisti: a volte è meglio "togliere" che "aggiungere", perché alla fine si rischia l'indigestione o l'inverosimiglianza. Si dice, uscendo dal cinema: bello, ma cos'era? Appunto.
categoria:riflessioni, cinema, attualitĂ











"Comicopera" in realtà non sembra un disco, ma l'ennesimo documento sonoro di un'altra maniera di sentire, cantare e definire il territorio della vita, con le sue variabili impazzite e le piccole oasi dove raccogliamo ciò che ancora siamo, e quello che amiamo davvero, oltre le mode e il vortice del tempo. E' sintomatico che a lanciare questo messaggio sia un uomo già vecchio, paralizzato da decenni, che sembra dimenticato, anche lui, come un reperto degli anni più belli, giovani, eroici, nonostante la stima e la venerazione di musicisti che ne conoscono il valore. Eppure è così. Canta con un filo di voce, a volte, ma inconfondibile, si circonda di pochi musicisti fidati, e davvero pare di vederlo mentre incide i sedici episodi di questa piccola gemma alle tastiere (non più la batteria degli inizi, secoli fa), nella sua casa inglese di Louth, con tutta la calma e la pazienza del mondo: non c'è fretta quando si dà alla luce qualcosa di bello, anzi, bisogna carezzare una melodia o una sequenza di accordi con la grazia che si usa coi bambini, o i cuccioli, o una farfalla. Per evitare che fugga via, ch'evapori in un battito di ciglia il suo incanto, e ci lasci più soli con la nostra tranquilla certezza di non aver capito un bel niente. "Comicopera" è un atto di fede, onesto e commovente, nella bellezza della musica senza trucchi, e soprattutto l'ennesima riprova che il genio non invecchia: gli basta restare se stesso, mentre tutti indossano le loro maschere.
Da pochi giorni ascolto ad esempio un gruppo canadese come i Pollen, originari del Quebec francofono, che hanno registrato per l'appunto un solo album omonimo datato 1976 prima di sciogliersi. Per la verità non si tratta di una ristampa così difficile da trovare, ma con loro è successo appunto quello di cui dicevo a proposito di certi libri che non riesci mai a leggere: ogni volta, c'era sempre qualche altro disco che aveva la precedenza. Faccio pubblicamente mea culpa, perché questo quartetto canadese ci sa veramente fare e suona un rock progressivo che potrei definire tipicamente sinfonico e anche molto romantico. Le influenze dei soliti capiscuola inglese ci sono, ovvio, ma io ci sento anche richiami a qualche gruppo italiano (Banco e PFM), oltre che a certo prog francese (gli Ange ad esempio), per ovvie questioni di lingua e affinità culturali. Detto questo, non si tratta affatto del solito esempio puramente "derivativo", perché i Pollen hanno una loro personalità evidente anche nei testi, di grande bellezza e pieni di immagini poetiche. Ballate acustiche evocative e momenti strumentali più complessi si alternano con identica efficacia, e la bella voce solista di Tom Rivest (nella foto) interpreta con grande sensibilità le diverse atmosfere del disco. Interessanti soprattutto le combinazioni tra synth e chitarra elettrica, dove risalta anche l'eccellente caratura tecnica della band canadese.
In Inghilterra, specie nell'era vittoriana, lo scandalo riguardava soprattutto chi scriveva o parlava di sesso: pensiamo a Oscar Wilde, omosessuale e scrittore di genio, e più tardi a certi libri di Lawrence, come "L'amante di Lady Chatterley", romanzo bellissimo e ridotto a semplice libello libertino, mentre conteneva pagine intense sulla società inglese del tempo e le sue storture. Il maledettismo trovò poi il suo terreno più celebre nella poesia francese di fine Ottocento: fu Verlaine che coniò il termine in una sua raccolta del 1883, e Rimbaud, Corbiere, Baudelaire sono per antonomasia i poeti "maledetti". Era un movimento poetico che voleva arrivare alla conoscenza anche per via dei sensi e dell'eccesso, per così dire, senza porsi limiti, e proprio questo probabilmente li rendeva invisi ai "benpensanti". In Italia, non c'è dubbio che Dino Campana possa definirsi a suo modo un poeta "maledetto", fino alle conseguenze più estreme.