venerdì, 28 settembre 2007

Dopo aver visto l'atteso "Piano, solo" mi sono convinto di una cosa: ci sono storie che il cinema non può rappresentare, non dico spiegare che sarebbe ridicolo. Una di queste è la scelta di un gesto come il suicidio. Un Rossi Stuart davvero eccezionale, nella parte di Flores, e un gioco praticamente perfetto di tutto il cast (Paola Cortellesi in particolare), non possono evitare di comunicare allo spettatore una sorta di impotenza di fronte alla vicenda: il racconto interessa, commuove a tratti, ma il senso fatalmente ci sfugge, e forse non era giusto pretendere che il film di Milani fosse capace di svelarcelo. Lo consiglio lo stesso, comunque: la recitazione e la fotografia sono assolutamente di prim'ordine.


Ci sono argomenti ed esperienze, probabilmente, che neppure il regista più grande riesce a catturare nella sua essenza, se non reinventando il codice espressivo del mezzo-cinema. Milani ha scelto un racconto classico, non il genere ad incastro, un puzzle che salta avanti e indietro nel tempo,  che oggi va molto di moda. Si è affidato molto ai suoi attori, e il livello emotivo è molto forte infatti, correndo il rischio di sembrare ovvio, quando è solo una scelta  precisa e forse obbligata.


Restando all'irrappresentabile, comunque, un altro tema che personalmente trovo noiosissimo al cinema è il sesso. Ovviamente, mi riferisco al sesso finto del cinema non-porno, perché in quell'ambito specifico ci sarebbe da fare tutt'altro discorso. La convenzione tipica delle scene di sesso, anche in molto cinema alto e d'autore, è normalmente deprimente o ridicolo. C'è l'effetto dissolvenza, il più elegante, che salta subito al "dopo", con lui che fuma con aria pensosa e lei che gli dorme sul petto. Abusatissimo. Poi c'è la scena erotica sintetizzata in tutte le posizioni canoniche e non, con l'attrice che vocalizza in crescendo, oppure la colonna sonora che sovrasta l'ansimare della coppia in un turbine di violini. Non saprei quale giudicare peggiore. Forse era più efficace (come rappresentazione) il sesso in certe sequenze dell'"Ultimo tango" di Bertolucci, specie la sequenza del primo incontro tra Brando e la Schneider nella casa ancora vuota, ma nel resto del film il regista cercava di combinare l'erotismo allo stato crepuscolare del protagonista, o ai suoi conati ideologici e antiborghesi, come nella celeberrima scena del burro. Insomma, lo imbastardiva.


Insomma, potendo, il sesso è più divertente farlo. Al cinema rimane tutto il resto, e non è poco.


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categoria:cinema
lunedì, 24 settembre 2007

A volte non è necessario durare a lungo per lasciare un segno: può  bastare un solo momento, cristallizzato nel tempo, per guadagnarsi un posto di rilievo nelle cronache o nei dizionari. Nella storia del rock progressivo, ad esempio, il fenomeno degli artisti di un solo disco è molto diffuso. Il Progressive italiano, in particolare, nel periodo d'oro del genere, all'incirca 1971-1976, è caratterizzato da un numero impressionante di esordi discografici senza seguito. Ciò che stupisce, però, è che diversi tra questi dischi sono rimasti dei piccoli o grandi "cult" per il pubblico dei collezionisti o dei curiosi, per i quali può essere normale pagare cifre notevoli per entrare in possesso di un vinile originale, magari in infime condizioni.


Ci sono dischi rari, voglio dire, che oltre alla loro rarefazione non hanno molto di artisticamente valido. Altri invece, che pur restando isolati, vengono considerati di grande valore. Per l'Italia ecco una lista (incompleta e solo indicativa)  nella quale in grassetto sottolineo i dischi per me più belli :


Panna Fredda ("Uno", 1971), Osage Tribe ("Arrow head", 1972), Alluminogeni ("Scolopendra", 1972), Reale Accademia di Musica (1972), Raccomandata Ricevuta Ritorno (1972), Jet ("Fede Speranza Carità", 1972), Paese dei Balocchi (1972), Campo di Marte (1973), De De Lind ("Io non so da dove vengo...", 1973), Semiramis ("Dedicato a Frazz", 1973), Ricordi D'Infanzia ("Io uomo", 1973), Pholas Dactylus ("Concerto delle menti", 1973), Kaleidon ("Free Love", 1973), Festa Mobile ("Diario di viaggio della Festa Mobile", 1973), Alphataurus (1973), Odissea (1973), Museo Rosenbach ("Zarathustra", 1973),  Samadhi (1974), Biglietto per L'Inferno (1974), Murple ("Io sono Murple", 1974),  o  Maxophone (1975), Apoteosi (1975), Cherry Five (1975), Corte dei Miracoli (1976) o Errata Corrige ("Sigfried, il drago e altre storie",1976). Basta questo elenco, parziale  ripeto, per renderci conto di come fosse diffuso questo fenomeno.


Uguale proliferazione di gruppi da una botta e via, o "one shot band" come dicono gli inglesi, esiste nelle altre scene musicali, specie in Francia e Germania. Per il prog transalpino sono clamorosi i casi dei Sandrose, che nel 1972 incisero uno dei dischi più belli e quotati di quegli anni, con voce femminile e atmosfere morbide e romantiche, dei Pentacle, e degli Ergo Sum ("Mexico", 1971). In Germania si possono citare i Cornucopia di "Full Horn" (1973), i Poseidon, i Madison Dyke e tutta una serie di gruppi e gruppettini che nei secondi Settanta soprattutto rispolverarono in ritardo il prog favolistico di Genesis o Pink Floyd. Sono stati ristampati quasi tutti in CD dalla meritoria etichetta Garden Of Delights.


Ma neppure nella scena britannica, dove il prog è nato e ha dettato legge coi suoi artisti più noti, sono mancate le meteore più o meno leggendarie. Penso soprattutto agli Spring, autori nel 1971 di un memorabile album incredibilmente maturo e ben suonato, sulla scia dei King Crimson. E poi i Ben, i Tonton Macoute, i Fuzzy Duck, i Running Man, i Khan con lo splendido "Space shanty" del 1972, fino ai Dark, i misteriosi Bram Stocker, i Refugee di Patrick Moraz ( poi con gli Yes), gli Affinity di Linda Hoyle e il trio Quatermass che con il loro disco omonimo del 1970 aprirono la via al prog senza chitarre poi portato in excelsis da Emerson e compagni. Molti di questi gruppi, molti di questi dischi, spesso dimenticati per anni prima di una provvidenziale ristampa, magari in Giappone o Corea, hanno arricchito di contenuti l'evoluzione musicale di quegli anni. Qualcuno è oggi invecchiato male, altri hanno ancora una strana freschezza di fondo che ce li fa amare, anche coi loro difetti d'epoca. Nessuno di questi, a mio parere, merita l'oblio assoluto: un appassionato troverà comunque, ascoltandoli,  uno dei tanti fili nascosti che hanno contribuito al vasto arazzo che oggi chiamiamo appunto Rock Progressivo. A caccia, dunque, e buon divertimento.


                 

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categoria:rock progressivo
venerdì, 21 settembre 2007

Sta per uscire "Piano, solo", il film che Riccardo Milani ha girato sul pianista Luca Flores, suicida nel 1995. Ne ho parlato s'un vecchio post, a proposito soprattutto del libro, molto bello, che Walter Veltroni aveva dedicato appunto al musicista.


Non è affatto facile tradurre in immagini, più che ancora in parole, il percorso che porta un uomo ancora giovane, pieno di talento e molto stimato nell' ambiente del jazz, a un gesto senza ritorno, ma il fatto che a dare volto a Flores sia un attore come Kim Rossi Stuart mi sembra una sorta di garanzia. Rossi Stuart, che un paio d'anni fa ha pure esordito come regista, è un interprete di rara sensibilità, capace di entrare nel personaggio senza ricorrere a stereotipi abusati: chi ha visto un film come "Senza pelle" (di Alessandro D'Alatri) sa di cosa sto parlando. Qui, ovviamente, non si tratta di un personaggio di fantasia, e questo significa dover rispettare anche la memoria di chi resta, dai familiari agli amici. Le prime reazioni, proprio di questi ultimi, sono però molto positive.


Ieri, mentre guardavo un altro film da poco sugli schermi, "Il dolce e l'amaro" di Andrea Porporati pensavo quanti attori ci sono oggi in Italia davvero bravi, non solo perchè semplicemente in possesso di una tecnica di base, ma proprio per la duttilità che mostrano quando devono confrontarsi con personaggi visti mille volte. Penso a Luigi Lo Cascio, il protagonista qui, e a come ha saputo dare a questo mafioso che poi fugge dalla Sicilia dei tratti umani per niente scontati, perfino un pizzico di umorismo, e la giusta fragilità di fronte alla scoperta di verità personali dure da mandar giù. Se volete una riprova che si tratta di un attore intenso come pochi, comunque, vi raccomando un film come "La vita che vorrei" di Piccioni: lui e Sandra Ceccarelli in quel film sono straordinari.


Si è detto spesso, a proposito della crisi del nostro cinema, che non c'erano più attori degni di questo nome: be', mi pare che non sia più vero. I nomi che ho citato, e ci aggiungo Favino, Gifuni, Fantastichini, Mastandrea, Germano, Bentivoglio, Pasotti, Boni, Castellitto tra gli altri, più le attrici, ovviamente, come Buy, Donatella Finocchiaro, Golino, Mezzogiorno, Cervi, Morante, Ceccarelli, Trinca, Gerini, Sanza, indicano che il tempo delle Loren e dei Mastroianni forse è irripetibile, ma che di facce giuste e talento il cinema italiano non manca affatto.

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categoria:cinema
lunedì, 17 settembre 2007

C'è sempre molto da imparare guardando un film. Si capiscono realtà lontane, si entra in un paesaggio diverso dal nostro, si riflette. Voi direte: ma basta leggere i giornali e seguire i tiggì per sapere quello che succede nel mondo. L'informazione va bene, direi che sicuramente è un punto fermo della cosiddetta coscienza civile, ma per capire e sentire davvero qualcosa, secondo me occorre di più: bisogna emozionarsi. E un film, appunto, che mette in gioco l'evidenza anche cruda delle immagini insieme alla parola, assolve benissimo il compito. Arriva prima e colpisce nell'intimo: se è ben fatto, ovviamente.


Ci pensavo dopo aver visto il bellissimo film di Cristian Mungiu: "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni", che ha vinto la palma d'oro a Cannes. La storia è ambientata negli ultimi anni del regime di Ceausescu, a Bucarest, dove una ragazza rimasta incinta è aiutata dall'amica più pratica ad abortire clandestinamente. Mi ha colpito la capacità di restituire questo episodio crudo con la forza della fotografia, plumbea e opprimente, dei dialoghi e della recitazione, soprattutto. Niente di troppo, da parte del regista, nessuna retorica o forzatura, ma una storia purtroppo esemplare ai tempi di un regime come quello rumeno degli anni Ottanta. Un regime che non si vede, ma che si avverte nei dettagli e nel senso di accerchiamento costante, anche quando si prenota una camera d'albergo. Una vera cappa di piombo che rende la vita di ogni giorno difficile, sia materialmente che dal punto di vista psicologico, soprattutto quando accade un imprevisto che non sai come affrontare.



Il film lo consiglio, anche a quanti sono convinti che il cinema sia solo divertimento: è anche molto altro, e aiuta soprattutto a sentirsi parte del tutto, mentre ci si emoziona davanti a un fotogramma che non ha bisogno di spiegazioni e che, comunque, ci riguarda. Terenzio l'aveva scritto benissimo a suo tempo: Homo sum: nihil humani a me alienum puto (Sono uomo: niente di ciò che è umano mi è estraneo).


Qui la mia recensione su "AltreMuse": http://xoomer.alice.it/altremuse/cinema.htm#insala


 

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categoria:cinema
venerdì, 14 settembre 2007

E' una vecchia questione se il rock progressivo sia un genere ancora praticabile oggi, quasi quarant'anni dopo i suoi primi passi (Procol Harum, Nice, Moody Blues in ordine sparso), e soprattutto con quali modalità. Esiste infatti una chiara tendenza retrò di molte band attuali a ricalcare pedissequamente le orme dei padri: così è molto frequente che un gruppo italiano, francese o giapponese si limiti a "rifare" le sonorità di King Crimson, Genesis o Yes, per citare solo alcuni dei nomi più tipici.


In questo caso, e non a torto, si parla spesso di "regressive": si tradisce cioè proprio il fondamento primo di un genere che ha puntato subito sull'accostamento di tradizioni musicali diverse, fino a quel momento considerate inconciliabili come la classica e il rock, il jazz, il folk, il blues, e così via. Allora si trattava di un azzardo e una novità perfino scandalosi, ma oggi proprio no. Solo qualche parruccone chiuso nel suo museo delle cere può denigrare l'appena scomparso Pavarotti solo perchè ha duettato con cantanti rock: al massimo, secondo me, si può discutere dei risultati di certi incontri, ma non sulla legittimità di certe collaborazioni. Di fatto, riproporre ancora una combinazione del genere orchestra più gruppo rock ha un senso soltanto se è sorretta da un progetto musicalmente valido e consapevole, non più insomma come idea originale di per sé. Questo perchè, francamente, il rock non ha più bisogno di nobilitarsi saccheggiando la musica classica più nota, come ingenuamente, ma forse anche necessariamente, si faceva alla fine degli anni Sessanta. In molti casi si avvertiva cioè, nei gruppi di allora, una evidente soggezione verso quella tradizione, che a volte partoriva autentici mostri. Oggi non è più così.


Sapete che i New Trolls hanno da poco riproposto la terza versione del loro celebre Concerto Grosso (i primi due uscirono nel 1971 e nel 1976) con il titolo "The seven seasons", ma stavolta hanno puntato molto su un discorso più organico che in precedenza: più che l'accostamento ad effetto di chitarre elettriche e archi  si nota ora il tentativo di arrivare a una vera fusione tra le due anime del progetto, secondo me quasi sempre raggiunta. Ecco, forse oggi si può finalmente parlare di una sola musica, al di là dei vecchi steccati che per troppo tempo hanno impedito la cosiddetta contaminazione: una tendenza, questa, che difficilmente può essere contrastata, anche guardando alla trasformazione in corso nelle società avanzate, dove etnie e culture, sia pure con molti problemi, si mescolano tra loro. Così oggi escono dischi che è quasi impossibile etichettare in base ai vecchi schemi: gruppi che nel loro rock hanno assorbito stili disparati con grande naturalezza, e compositori raffinati che utilizzano volentieri stilemi pop, rock, jazz. Penso a Philip Glass,  a Keith Jarrett o anche a Michael Nyman e Luis Bacalov.


In generale, credo che sia passata l'idea che la musica, qualunque sia la sua origine, colta o popolare, può essere semplicemente onesta e ben fatta oppure furba e mediocre. Io dico che l'idea è passata, ma poi salta sempre su qualche accigliato accademico a eccepire. I separatisti, di ogni tipo, sono duri a morire, come se l'unico loro interesse fosse quello di preservare l'angusto confine del loro orticello. Ma in questo modo tutto diventa sterile, anzi inutile. Come gli indefessi replicanti della stessa formula del progressive che fu: anche lì bisogna svecchiare, o si diventa patetici.

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categoria:musica, progressive, rock progressivo
sabato, 08 settembre 2007

La nuova stagione cinematografica, per me, comincia con "L'ora di punta" di Vincenzo Marra. A Venezia l'accoglienza è stata molto tiepida, per non dire apertamente negativa. Confermo che il film non coinvolge molto, perchè gli manca qualcosa, nella sceneggiatura, per catturare davvero lo spettatore, ma onestamente non è neppure quella ciofeca di cui si è letto. Fanny Ardant, la cui infelice uscita sul "romanticismo" delle BR resta imperdonabile, è bravissima, oltre che di una bellezza ancora abbagliante, e neppure il resto del cast se la cava male, con diverse sfumature. Questa parabola "esemplare" dell'odierno marcio italiano ha insomma una sua asciutta linearità, una solida costruzione di fondo  che si lascia guardare con interesse, anche se, ripeto, difetta di tensione "emotiva" qua e là.


Piccola nota a margine. Dell'attore principale del film, Michele Lastella, la signora Natalia Aspesi, che solitamente è dotata di un certo garbo spiritoso, ha scritto su "Repubblica" di ieri che il suo personaggio è "di origini modeste ma bello e pensoso come un modello da dopobarba di lusso": questa sì che è una sana e aperta riflessione critica sull'essenza di un film! Come dire: se uno è meridionale e di origini "modeste" (povero lui), lo vogliamo piccolo, nero e peloso. Poi dice che uno con i giornali, se va bene, ci si pulisce il culo...O no?

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categoria:cinema
lunedì, 03 settembre 2007

Scrittori qui, scrittori là: il web è letteralmente intasato di spazi che invitano chiunque a scrivere, pubblicare, riscrivere...Ho l'impressione che ci sia un errore. Prima di scrivere bisognerebbe leggere, leggere molto possibilmente, lasciare che queste letture si depositino, facciano crescere qualcosa che magari, ma non è detto, un giorno diventerà un libro.


Io scrivo, però leggo, soprattutto. Tuttosommato, anzi, nel tempo ho più letto che scritto, e sono convinto che sia la cosa migliore. Leggere non è solo piacevole e interessante di per sé, ma aiuta a capire una cosa davvero fondamentale: non esiste un solo modo di vedere e interpretare il mondo. Questo è utile soprattutto a quanti cominciano a scrivere molto giovani: si buttano lì le prime poesie, qualche racconto e rileggendoli sembra di aver fatto chissà cosa. Il risultato è che la prima volta che capita di sfogliare un poeta vero o un romanziere di quelli bravi, quello che abbiamo scritto ci fa vergognare, viene  spontaneo strappare tutto. A me è successo. Allora ho smesso di scrivere, e mi sono buttato sui libri degli altri, senza un metodo preciso, seguendo l'istinto, la curiosità. Sono diventato più bravo? Forse no, ma ho letto dei libri meravigliosi che mi hanno fatto sentire più vivo, anche nella notte più desolata, in fondo al mio letto, dopo una giornata deludente. Quel poeta del Dugento o il tal romanziere boemo. o russo, o argentino, avevano scritto per me (così sembra a volte) quel verso sublime o quella frasetta così vera da far piangere anche i sassi. Miracoli della letteratura, che mi sarei perso se a sedici anni avessi pensato di essere già bravo, e in grado di fregarmene di tutti quei coglioni che hanno accumulato secoli di carta stampata prima di me. Questa è presunzione, non è genio. Inoltre, ecco, quando adesso scrivo e poi leggo un autore già famoso, non penso più che rispetto a lui io faccio pena, ma solo che abbiamo due modi diversi di sentire e raccontare: non è mica poco.


Altro che scrivete, scrivete e stampate: leggete, rileggete, e poi leggete ancora. Se son libri, sbocceranno.

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categoria:riflessioni, libri
domenica, 02 settembre 2007

E' notevole constatare che di cinema, in particolare del cinema italiano, stanno occupandosi in molti: sta venendo fuori un dibattito che sa (positivamente) di passato, quando intellettuali e addetti ai lavori si confrontavano su questioni di attualità con passione e competenza. Un bel segnale, secondo me. Non ci si limita più a dire, come fanno tutti quelli che al cinema poi non ci vanno o vanno a vedere solo i film "non-italiani" per principio, che il cinema italiano di oggi "è in crisi" o "fa schifo". Grazie a dio, esiste un livello più alto per discutere dell'argomento. Sui quotidiani nelle ultime settimane sono apparse così opinioni diverse e tutte davvero interessanti, come quelle di Ernesto Galli Della Loggia, Carlo Lizzani, Marco Bellocchio, Ermanno Olmi, e da ultimo, proprio oggi su "Repubblica", di Eugenio Scalfari.


Se Olmi parla di un paese confuso, senza i riferimenti forti del periodo d'oro, che si riflette anche nel cinema, ribadisce che però i registi e i buoni film ci sono eccome, e questo giusto per mettere a tacere i non vedenti di cui sopra. In generale si parla di una cinematografia senza valori come l'Italia di oggi, che finisce per rendere più velleitarie le storie che poi si scrivono oggi. Nello schermo del cinema, insomma, si riflette il disorientamento in atto nel paese reale: finite le ideologie forti, gli antagonismi e le identità definite, tutto oggi è rimesso in discussione da una società multiforme, fluida e poco leggibile. E' questo il problema?


L'analisi di Scalfari, come al solito, è molto lucida e fuori dal coro. Secondo lui, che dichiara subito di essere solo un appassionato, il problema non è tanto nella mancanza di "valori" (e poi quali?), perchè è facile constatare che tutte le arti (dalla letteratura alla musica) hanno prosperato, invece, proprio nei periodi più tragici  della storia, recente o meno. Si direbbe, anzi, che gli artisti hanno saputo forgiare la loro visione appunto in un clima pesante e conflittuale, per restituire un'idea forte e rappresentativa del mondo e dell'uomo. E cita, ad esempio, la decadenza della grande borghesia europea nella "Ricerca" di Proust (nel "Tempo ritrovato" per l'esattezza): quella decadenza, morale e non solo, non impedì a uno scrittore di talento di lasciare un'opera di portata immensa. Dunque, il problema è un altro, anche per il cinema: è, secondo Scalfari, un problema di "Linguaggio". Il cinema ha avuto diversi linguaggi per affermarsi nel novecento, anche come industria: il linguaggio di Hollywood, dell'espressionismo tedesco, del realismo francese e del neorealismo italiano. Poi basta, se non i grandi autori della crisi successiva, da Antonioni a Bertolucci, dopo i quali il nostro cinema è rimasto muto.


L'assenza di un linguaggio adeguato a raccontare la realtà di oggi era segnalata anche da Lizzani, ma Scalfari la sottolinea con maggiore incisività e dovizia di esempi. Resta da chiedersi, dunque, come  si forgia un linguaggio ex-novo per raccontare e fare cinema: chi ha la ricetta miracolosa? O meglio: un linguaggio nuovo nasce dall'esempio trascinante di un artista di genio che apre la strada, o da una consapevole comunanza d'intenti di una generazione di autori? Probabilmente, stando agli esempi del passato, da un mix delle due cose: la realtà stessa influisce sugli individui, ma è l'artista più sensibile e capace che sa restituirne l'essenza vera nella sua opera. Allora, oggi manca un autore di questa forza oppure è la stessa realtà che è talmente frastagliata e complessa, contraddittoria, da non agire con la stessa intensità, la stessa urgenza, che aveva invece nel dopoguerra sui registi che dettero vita al neorealismo? Parlo di De Sica, Rossellini, e così via.


La mia impressione è che gli autori ci siano, anche oggi, ma forse il cinema non potrà più avere quella capacità di penetrazione e rappresentatività che ha avuto in Italia fino a venti-trent'anni fa. L'enorme sviluppo dei media schiaccia il cinema in una dimensione più specifica, e nel suo angolo può morire o trovare uno scatto nuovo, una sua cifra unica per parlare ancora al pubblico di oggi. Ma questo vale anche per gli americani, in crisi anche loro, e vale anche per tutte le arti in generale, come dice Scalfari: rinnovarsi o morire, certo, ma senza pretendere più di ritrovare il cinema di un'altra epoca e un'altra realtà. Questo è pretendere troppo, e secondo me non è solo un problema del cinema italiano, ma del cinema in quanto tale.

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