sabato, 30 giugno 2007

Potenza del passaparola. Avrete letto tutti, o forse no, la notiziola "rosa" del vigile urbano Mario Buffone, romano, che dopo 32 anni di carriera è andato in pensione. A salutarlo l'ultimo giorno è andato pure Walter Veltroni, in questi giorni il personaggio del momento.


Tutti i giornali, i telegiornali, i siti internet hanno ripetuto questa notizia, aggiungendo tra l'altro che al suddetto vigile si sarebbe ispirato Alberto Sordi nel suo  famoso film. Calma: siamo sicuri?  Il riferimento sarebbe, suppongo,  al film "Il vigile", ma a questo punto i conti non tornano. Se Buffone vanta 32 anni di onorata carriera, infatti, se ne deduce (se la matematica non è un'opinione) che ha iniziato a dirigere il traffico intorno al 1975. Ora, il film di Sordi, diretto da Zampa,  è del 1961, quasi quindici anni prima: come ha fatto l'attore a ispirarsi a uno che ancora all'epoca portava i calzoni corti? Insomma, il riferimento è palesemente una bufala. Tutti però a ripetere la cosa come niente fosse, in allegria, nessuno che fosse preso dal dubbio, anche piccolo. Mah. Viene da pensare che sia tutto il contrario, e forse è il vigile Mario Buffone a essersi ispirato al famoso attore: già, ma questa che notizia sarebbe?


La verità è che ci sono cose che diventano vere perché lo sembrano, o perchè piace pensare che sia così. E i media in certi luoghi comuni ci sguazzano. Niente di scandaloso, ma chi scrive sui giornali o lavora in un tigì, secondo me, dovrebbe evitare di alimentare leggende, bufale e stupidaggini: diffondere una cosa non vera, per quanto innocua, non fa bene alla credibilità di chi lo fa, e oltretutto, parlando di cinema, alimenta soltanto la straordinaria ignoranza media che già circonda il cinema in Italia. Chi ha visto qualche volta un qualsiasi quiz televisivo avrà notato che se c'è una memoria che si è persa totalmente è quella per i film, gli attori, i registi: e parlo di film famosi, attori per cui si piange in massa ai funerali o registi per cui tutti, in qualche fastoso galà estivo, si sono spellati le mani con l'occhio umido...Non se li ricorda mai nessuno i loro film: però l'hanno visto in tivù, un paio di volte, ecco, e lo trovano simpatico. Un simpatico faccione legato al nulla.

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categoria:attualità
venerdì, 29 giugno 2007

In finale di stagione, quando le masse accaldate affollano già le spiagge e le autostrade, nei cinema italiani restano i film americani delle "majors" (quelli non li ferma neppure iddio, figuriamoci l'effetto-serra) e qualche curiosa rimanenza.


Capita perfino di trovare un film del genere "cappa e spada", nientedimeno, come "Il destino di un guerriero" di Augustin Diaz Yanes, coproduzione iberico-francese-americana. Non è un capolavoro, tuttavia ha il pregio di rinverdire un genere come il film "in costume" che, per quanto rispolverato ogni tanto, sopravvive soprattutto in versione comico-fantasy-disneyana ("Pirati", ecc.). Qui invece si fa sul serio, e le avventure del capitano di ventura Diego Alatriste, che ha il fisicaccio di Viggo Mortensen (molto bravo), ci mostrano l'ultimo scorcio della Spagna imperiale, prossima alla decadenza. Intrighi, corruzione, amori pericolosi e spadaccini vendicativi, non manca niente. La cosa migliore però è l'aspetto figurativo, la ricostruzione ambientale, grazie a una fotografia molto ispirata, che sembra tallonare certi dipinti secenteschi, Caravaggio e Velasquez in testa. Chi ama l'arte del periodo apprezzerà il film, anche al di là di qualche tempo morto, forse inevitabile in due ore e venti di durata...


Il vantaggio del cinema, probabilmente, è di essere contaminato per costituzione: siccome infatti un film si può gustare dal punto di vista del racconto, ma anche solo da quello visivo, della recitazione o della colonna sonora più o meno ispirata, perfino un film mediocre può riservare emozioni o sorprese. Insomma, dal "tutto" alle singole "parti", di un film, come del maiale, non si butta via niente.

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categoria:cinema
sabato, 23 giugno 2007

Devo dire che non sono un grande fanatico del lato grafico del rock. Le copertine dei dischi, insomma, le ho metabolizzate solo a furia di maneggiare vinili e cd, spesso accorgendomi solo dopo anni di certi dettagli presenti nelle cover più famose.




Pensandoci oggi, è comunque innegabile che anche la veste grafica abbia caratterizzato la grande stagione del progressive, del rock e più in generale di tutta la cultura pop: esistono molti legami, voglio dire, tra le intuizioni di Andy Warhol e il fiorire di una certa iconografia psichedelica che negli anni Sessanta si è sviluppata insieme alle nuove sonorità di quel periodo: Grateful Dead, Jefferson Airplane, ecc. Si può farsene un'idea a questo link:




                               http://www.yo-yoll.net/collezionismo/psichedelia.htm




Le  copertine dei Beatles, a cominciare dalla geniale invenzione del collage-pantheon di "Sgt. pepper", e poi di tutti i maggiori gruppi del prog sono da sole un efficace compendio di quei fermenti creativi che toccano aspetti del costume, delle ambizioni e delle utopie di quella generazione. E' un livello solo apprantemente superficiale, in realtà molto profondo.


Ci sono maestri arcinoti, come Roger Dean, che s'identifica con le maggiore opere degli Yes (da "Fragile" in poi), o come Paul Whitehead, che è impossibile separare dai successi dei primi Genesis e dei Van Der Graaf Generator (ma ultimamente ha collaborato anche con Le Orme), e alcune agenzie di design entrate nella leggenda per copertine molto singolari: è il caso dello Studio Hipgnosis, fondata da Storm Thorgerson, che ha realizzato moltissime cover, dai Pink Floyd, Yes e Led Zeppelin fino ai gruppi minori (Audience-The house on the hill). Ovviamente anche il progressive di casa nostra può vantare copertine memorabili: Le Orme hanno avuto un feeling particolare con pittori come Walter Mac Mazzieri ("Uomo di pezza" e "Storia e leggenda") o Lanfranco ("Felona e Sorona"). Bruttine invece quelle della prima PFM, mentre decisamente più creative le cover del Banco: fece epoca soprattutto il primo LP a forma di salvadanaio, ricercatissimo dai collezionisti, ma anche maledetto dai negozianti di allora, che non sapevano proprio dove infilarlo!


Forse però la copertina italiana più famosa dei Settanta è quella firmata da Guido Crepax per il disco "Nuda" dei Garybaldi, nel 1972: la sua fanciulla nuda mollemente sdraiata tra animali e omuncoli lillipuziani che le saltano addosso rimane un cult di quegli anni.  Almeno quanto il rock di Bambi Fossati e compagni...O più.


























 

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categoria:musica, grafica
mercoledì, 20 giugno 2007

A corollario del post sui Delirium, ecco il video d'epoca di Fossati e compagni che eseguono "Jesahel" nel festival sanremese del 1972. A me fa un certo effetto, non so a voi: che tempi!


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categoria:musica, delirium, video
domenica, 17 giugno 2007

Un disco dal vivo dei Delirium riporta alla ribalta questa vecchia e storica formazione genovese, che annoverò per un paio d'anni tra le sua fila anche Ivano Fossati: impossibile dimenticare la loro esibizione, anche visivamente anomala in quel contesto, a Sanremo 1972 con "Jesahel".


 "Live-Vibrazioni notturne" è uscito per la Black Widow , etichetta pure di Genova, nei primi mesi di quest'anno, e onestamente è un disco frizzante e suonato con la giusta grinta. La scaletta pesca soprattutto dai primi due album, poi pezzi meno noti e qualche rivisitazione sfiziosa, come i Jethro Tull e Joe Cocker. Settanta minuti di ottima musica, insomma, che valgono il prezzo e scavano nella nostalgia. Chissà se i nuovi Delirium proporranno anche materiale inedito in un prossimo disco di studio, a parte il singolo "Notte a Bagdad", già pubblicato l'anno scorso. La vera sfida è quella.


Mi viene in mente che da anni un gruppo come il Banco del Mutuo Soccorso, più che mai attivo, non fa che pubblicare dischi di vecchio materiale in tutte le salse, dal vivo o meno, come "Nudo" e "No palco": manca proprio un disco con materiale inedito, sarebbe un segnale veramente importante che la discografia italiana  crede ancora in una certa musica. Alle Orme, come alla PFM, questa possibilità è stata data, e anche i New Trolls stanno per dare alle stampe a breve il "Concerto grosso 3": mi aspetto che anche Di Giacomo, Nocenzi e gli altri possano dimostrare tutte le loro qualità con proposte al passo coi tempi. Che ne abbiano i mezzi non ci sono dubbi.

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categoria:musica
giovedì, 14 giugno 2007

Si parla molto sui giornali della nuova associazione "Centoautori", quel gruppo di cineasti italiani che sollecita dal mondo politico, come dalla RAI, una nuova attenzione sul loro mestiere. E' interessante che del movimento facciano parte registi affermati (Bertolucci, Piccioni, Bellocchio, Verdone tra gli altri) e altri da poco alla ribalta, il che testimonia che non si tratta delle solite lamentazioni generiche di categoria o di piccole cricche che si sentono escluse.


Proprio la lettera di Bernardo Bertolucci uscita su "Repubblica" nei giorni scorsi ha catalizzato l'attenzione sulle richieste del folto gruppo di cineasti, riportando alla luce un annoso deficit della nostra classe politica verso quello che è stato, e dovrebbe ancora essere, un patrimonio culturale da valorizzare, e che invece sembra spesso trascurato e lasciato a se stesso. Basta pensare non tanto al cinema americano, che è un vero mondo a parte, ma anche a paesi europei come la Francia, che sostengono e promuovono con ben altro spirito il loro cinema nel mondo. Che sia il famoso "sciovinismo" ( o la "grandeur" o come volete chiamarla) a fare la differenza qui poco importa, direi: fatto sta che i film francesi hanno una circolazione più capillare all'estero di quelli italiani, e la categoria è più tutelata, in varie forme, anche sul mercato. I nostri registi invece, anche quando producono film di valore, hanno sempre una certa difficoltà a reggere nelle sale il tempo giusto, prima di venire scalzati da qualche film americano distribuito in un numero "mostruoso" di copie. E magari è una mezza ciofeca, oltretutto...


Tornando a Bertolucci, cosa diceva il regista nel suo articolo? Già il titolo, "Cultura, la parola dimenticata dalla politica", rende il senso del suo intervento. Che invita a recuperare l'idea di cinema come specchio vitale e dialettico della società, così come fu per anni in passato: dal "neorealismo" in poi. Gli anni Settanta sono rievocati dal regista con nostalgia, non perchè ha esordito in quel periodo, ma perché ravvisa in quel decennio, tra schematismi e storture che ha ben presente, anche una passione civile e una curiosità che ha prodotto tanti film rimasti indelebili. Quello, appunto, è il senso vero della parola "cultura" per Bertolucci. Il quale cita un lapsus rivelatore di Berlusconi (ancora lui!) contenuto nella seguente affermazione del Silvio fatta in uno dei tanti TG : "Dal governo di centrosinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è...poesia." Cioè, commenta Bertolucci, la visione del mondo di Berlusconi, ma non solo, è questa: da un lato soldi, affari, economia come le sole cose che contano, e poesia, cultura ecc. messe tra le cose inutili, superflue, insomma la spazzatura. Ecco. Ce ne vorrà, con queste premesse, perché cambi qualcosa.

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categoria:cinema, attualità
sabato, 09 giugno 2007

Fa caldo, c'è clima di smobilitazione, chiudono i cinema. Rimarco qualche punto fermo di questa stagione agli sgoccioli e dò pure i voti, modello Gianni Mura, si parva licet...


La letteratura ha, o comunque può avere, ancora un valore di testimonianza esplosiva: lo dice il successo e le conseguenze di un libro come "Gomorra" di Roberto Saviano (9). Di più: si riaccendono discussioni sul senso di scrivere oggi, un romanzo, o un saggio che mette a nudo ferite rimosse. Sta lì a dimostrarlo la feroce polemica sui libri di Giampaolo Panza (7), e il dibattito accesso dallo stesso Saviano sul romanzo come osservatorio sociale. Scrivono comunque romanzi di spessore Niccolò Ammaniti ("Come dio comanda", 9) , la misteriosa Elena Ferrante ("La figlia oscura", 8) e soprattutto l'acidissimo Vitaliano Trevisan: "Il ponte" è da 9+. Di valore per me anche "Neve" di Orhan Pamuk (7 e mezzo), e "L'estate è crudele" dell'iraniano Zarmandili (8). Fuori dell'attualità, consiglio un libro che mi ha molto divertito: si chiama "Il meglio che può capitare a una brioche" di Pablo Tusset (8 e mezzo), uno spagnolo che scrive in modo molto sapido e ci trascina in una sorta di giallo sui generis, mentre intanto ci espone le regole d'una vita fuori schema e le sue abitudini decisamente alternative. Lo trovate nei tascabili Feltrinelli.


Nel cinema si confermano i passi avanti dei filmakers italiani, da Crialese (9) a Sorrentino (8), passando per Angelini (7 e mezzo), in barba a chi non vuol vedere o è così provinciale da non vedere ciò che ha sotto il naso, per idolatrare il Tarantino di turno. Il quale Tarantino (4), ahimè, sconfessa i suoi osannatori della prima ora e non solo prosegue nel suo percorso di rimbambimento coi suoi film, ma infila delle topiche assolute parlando di cose che probabilmente neppure conosce, come il cinema italiano odierno. E questi sarebbero i maestri del futuro? Amen. Interessanti passi avanti anche di cinematografie come quella tedesca, con film come "Quattro minuti" (7) e segnali di vita dall'est, come il rumeno "Ad est di Bucarest" di Corneliu Porumboiu (8). America in crisi profonda, invece: a tenere botta sono solo i vecchi, Scorsese (9) in testa. De Niro (10 come attore, 6 come regista) , tra parentesi, lo imita con risultati solo mediocri.


Musicalmente, con riferimento al progressive e dintorni, si battono bene oltralpe gli Xang col loro "The last of the lasts" (8),  e i giapponesi Ghost di "In stormy nights" (8 e mezzo). Tappa interlocutoria per i Pain of Salvation di "Scarsick" (6--), non privo di ambizioni, ma discontinuo. Andando a ritroso mi piace segnalare una formazione danese dei Settanta, i Secret Oyster, che nel 1974 dettero alla luce "Sea son", dimostrando che il jazz-rock non è solo quella robina annacquata che a un certo punto ci propinavano cani e porci. E' un disco splendido: accattatevillo e godete, miei cari. Lo ha ristampato nel 2006 l'etichetta Laser's Edge.


Da segnalare inoltre che rinascono sotto varie forme (live o su disco) formazioni storiche del prog italico: Delirium (7 per la storia), Maxophone (9) e altri ancora. Se ci va bene ne sentiremo delle belle: orecchie aperte, dunque.

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categoria:musica, libri, cinema
venerdì, 01 giugno 2007

Copiare è necessariamente un male? Prendiamo la letteratura. Ci sono scrittori anche molto affermati, come Andrea Camilleri, che consigliano ai giovani scrittori di scegliersi un modello e mettersi lì a riscrivere interi passi dei suoi romanzi per carpirne la tecnica, lo stile e diciamo il "respiro" sintattico. Solo quando lo avranno introiettato e gli verrà quasi automatico, scriveranno i propri romanzi.  Copiare come metodo, insomma. E' un po' come quando si prepara un esame o un'interrogazione scolastica e oltre a leggere e ripetere si preferisce fissare s'un quadernetto i concetti essenziali o ricopiare integralmente quei passi del libro che suonano più chiari.


Fare i "copioni", però, sembra poco nobile: lo si associa in genere a chi non ha abbastanza fantasia o preparazione per farcela da solo. Eppure, ci sono culture e paesi, pensiamo alla Cina o al Giappone, che sul concetto di "rifare", e sul falso vero e proprio, hanno fondato la propria fortuna commerciale. Dunque, in un certo senso, copiare può essere fruttuoso. Nell'arte stessa, come si sa, ci sono falsari ricercati come i più grandi pittori. E qualcuno ha detto che ormai non s'inventa più niente, perché tutto quello che si poteva dire, sulla natura umana e sui sentimenti, è stato già detto. Cosa è rimasto allora a scrittori, musicisti, pittori, poeti? La forma, il modo: in Letteratura, ad esempio, non conta tanto "cosa" si racconta, ma piuttosto "come" lo si fa. E' tutta lì la differenza tra un romanziere e uno scribacchino. Un cineasta invece si butta sul montaggio per ricomporre immagini note in una forma diversa, per trovare un ritmo nuovo alle storie già viste. Oppure sfrutta gli effetti speciali.


E la musica? Nel rock ci sono capiscuola che hanno dettato legge e continuano a farlo. Prendiamo i Genesis, forse il gruppo di progressive più saccheggiato in assoluto, insieme a ELP e King Crimson. La morbidezza favolistica, anche colta e melodica, di Gabriel e compagni è stata ripresa da centinaia di band di ogni paese. In Germania soprattutto è stato un fiorire di seguaci di certe sonorità: i Neuschwanstein con il loro "Battlement" (1978) sfiorano la "clonazione" musicale. Il disco è carino e ben suonato, ma è sempre strano ascoltare una copia quando puoi ancora ascoltare l'originale...Per non dire dei giapponesi, maestri del rifacimento anche in questo campo.


Ultimamente impera la moda delle tribute bands: gruppi esclusivamente dediti a portare in giro spettacoli dove si ripetono in ogni dettaglio (suoni, scenografie, atteggiamenti) le gesta live di questo o quel gruppo, con una precisione maniacale. Confesso che non capisco l'interesse di certe operazioni, se non per chi è molto giovane e di certi artisti ha un'idea molto vaga. Altrimenti, ripeto, che senso ha pagare bei soldi per uno spettacolo di semplice "ricalco"? Perfino un imitatore, se è bravo davvero, deforma o sottolinea un tic, un difetto poco visibile, del personaggio che imita: ma la copia assoluta, la fotografia di quello che fu, a me non dice proprio niente. Anche il copia-incolla, che tutti conosciamo nell'era dei computer, dev'essere più un mezzo usato con intelligenza che un fine. O no?

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categoria:riflessioni