Ascoltando un bel disco uscito negli ultimi tempi come "The last of the lasts" degli Xang, band francese, ci si rende conto che a volte le parole non servono: basta affidarsi al potere evocativo della musica. E vengono in mente tutti quei dischi che, rinunciando a testi sciatti e prolissi, potevano risultare molto più gradevoli. Ne ho già parlato qui, e non voglio tornarci sopra, ma l'elenco sarebbe lungo, specie in Italia.
Cito invece altri esempi di rock che ha centrato il bersaglio eliminando del tutto le parti vocali. Tra passato e presente, i Goblin di "Roller", una delle rare parentesi non cinematografiche di Simonetti e compagni; gli spagnoli October Equus nel loro primo disco omonimo e i connazionali Gotic di "Escenes"; i bolognesi Stereokimono con il loro "Prismosfera"; gli olandesi Bonfire con "Bonfire goes banana", e altri ancora. Ovviamente mi riferisco a gruppi prettamente prog-rock, senza contare artisti di altri contesti come il jazz-rock, fusion, ecc. Infarcire per forza una sequenza musicale di liriche e versi ingombranti, insomma, non è obbligatorio e spesso, anzi, può essere controproducente. Come pure non è affatto un dovere quello di allungare il brodo di un disco per raggiungere una durata considerata "minima": perchè? I capolavori degli anni Settanta, penso a "Felona e Sorona" delle Orme o anche "Per un amico" della PFM duravano 33-34 minuti senza scandalo da parte di nessuno: direi anzi che si apprezzava in questi dischi una grande capacità di sintesi, che oggi mi sembra più rara. Abbondano CD di 60-65 minuti, dove però si sente lontano un miglio che un paio di pezzi sono lì come riempitivo, e magari incrinano perfino la compattezza del restante materiale. I Mogwai al contrario hanno realizzato un disco breve come "Happy songs for happy people" (2003), eccellente davvero, che dura poco più di 40 minuti, come un vecchio vinile.
Insomma, di convenzioni discutibili ce n'è tante nella musica di oggi, ma io bado al sodo e ho la convinzione che un buon disco non si riconosca dalla sua durata, ma dalla sua qualità, come un buon libro non si riconosce dalla copertina: altrimenti basterebbe un grafico di buon gusto a sfornare un classico della letteratura...Se poi si trova quantità e qualità insieme, ovvio, tanto di cappello.
Sul disco citato degli Xang, comunque, potete leggere la mia recensione qui:
http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni











Oscurità, dicevo. Mi piace che la musica (come i libri e altre esperienze artistiche) mi contagi con le sue capacità evocative, anche se all'inizio tutto suona strano e confuso: mi piace appunto venire risucchiato dentro un mondo diverso, in qualche maniera lo smarrimento stesso è parte del mio godimento estetico, perchè sento di vivere un'esperienza nuova. Al contrario, mi lascia totalmente freddo la musica ben fatta ma senza questo potere evocativo: i Kansas, appunto. O gli stessi ELP. Molto meglio, per capirci, "Ys" del Balletto di Bronzo, "Pawn hearts" dei Van Der Graaf Generator, certe cose dei Sigur Ros, o il sublime e cervellotico trip psichedelico dei Pholas Dactylus, "Concerto delle menti".
A proposito di gruppi longevi voglio citare i Grobschnitt, band che vanta una nutrita discografia (1972-1990), e soprattutto ricordata per la verve scenica che rendeva memorabili i suoi shows. Parte di quell'energia, che incorpora anche umori trasgressivi e satirici, si deposita qua e là anche nei dischi più belli. Di questa band la Repertoire ha ristampato praticamente tutto, così che non è difficile addentrarsi nelle atmosfere particolari di "Ballermann" o "Rockpommel's land", nei quali il gruppo si esalta nella miscela di space-rock, psichedelia e sinfonismo in maniera ancora oggi molto godibile.
Ho letto ultimamente un libro che mi ha riconciliato in parte col giallo-poliziesco. Si chiama "Con la morte nel cuore" e l'autore è Gianni Biondillo. Di lui avevo letto un romanzo diverso, "Per sempre giovane", ma qui gli ingredienti sono tipicamente di genere. Eppure mi sono divertito a entrare nei panni un po' sgualciti dell'ispettore Ferraro, e con lui ad addentrarmi nelle pieghe di una città come Milano in cerca di soluzione al caso che gli tocca sbrogliare. Ottimi dialoghi, molta ironia, e realistico ritratto di una città che l'autore conosce come le sue tasche. C'è tutto: la solitudine, i barboni, gli extracomunitari buoni e meno buoni, l'impotenza e la speranza, e una dialettica costante tra una vita non esaltante e la disperazione vera, senza alternative, con un barlume di umanità proprio nel mezzo, trovata magari dove non te l'aspetti. Biondillo scrive con una scioltezza notevole, ma senza mai cadere nella sciatteria: anzi, in questa fluidità si rivela uno scrittore capace di mescolare alla prosa del quotidiano, descritta senza sconti, anche momenti di leggerezza e considerazioni psicologiche molto acute. Bello.
Poi, se devo parlare di me, è chiaro che mi piace pensare, invece, di aver seguito un'altra via. Potrei dire che a far scattare la molla che mi ha portato ad ascoltare i Samla Mammas Manna (esistono, vedi accanto) invece di Pupo è stata una profonda insofferenza intellettuale per la banalità della musica "commerciale" e una ricerca, conseguente, di qualcosa molto più stimolante per le orecchie e il cervello. Questo è indubbiamente più nobile, specie se, contemporaneamente, i miei studi letterari mi hanno portato a leggere l'"Ulisse" di Joyce o Cesare Pavese o Thomas Pynchon piuttosto che Liala o "La gazzetta dello sport"...