domenica, 27 maggio 2007

Ascoltando un bel disco uscito negli ultimi tempi come "The last of the lasts" degli Xang, band francese, ci si rende conto che a volte le parole non servono: basta affidarsi al potere evocativo della musica. E vengono in mente tutti quei dischi che, rinunciando a testi sciatti e prolissi, potevano risultare molto più gradevoli. Ne ho già parlato qui, e non voglio tornarci sopra, ma l'elenco sarebbe lungo, specie in Italia.


Cito invece altri esempi di rock che ha centrato il bersaglio eliminando del tutto le parti vocali. Tra passato e presente,  i Goblin di "Roller", una delle rare parentesi non cinematografiche di Simonetti e compagni; gli spagnoli October Equus nel loro primo disco omonimo e  i connazionali Gotic di "Escenes"; i bolognesi Stereokimono con il loro "Prismosfera"; gli olandesi Bonfire con "Bonfire goes banana", e altri ancora. Ovviamente mi riferisco a gruppi prettamente prog-rock, senza contare artisti di altri contesti come il jazz-rock, fusion, ecc. Infarcire per forza una sequenza musicale di liriche e versi ingombranti, insomma, non è obbligatorio e spesso, anzi, può essere controproducente. Come pure non è affatto un dovere quello di allungare il brodo di un disco per raggiungere una durata considerata "minima": perchè? I capolavori degli anni Settanta, penso a "Felona e Sorona" delle Orme o anche "Per un amico" della PFM duravano 33-34 minuti senza scandalo da parte di nessuno: direi anzi che si apprezzava in questi dischi una grande capacità di sintesi, che oggi mi sembra più rara. Abbondano CD di 60-65 minuti, dove però si sente lontano un miglio che un paio di pezzi sono lì come riempitivo, e magari incrinano perfino la compattezza del restante materiale. I Mogwai al contrario hanno realizzato un disco breve come "Happy songs for happy people" (2003), eccellente davvero, che dura poco più di 40 minuti, come un vecchio vinile.


Insomma, di convenzioni discutibili ce n'è tante nella musica di oggi, ma io bado al sodo e ho la convinzione che un buon disco non si riconosca dalla sua durata, ma dalla sua qualità, come un buon libro non si riconosce dalla copertina: altrimenti basterebbe un grafico di buon gusto a sfornare un classico della letteratura...Se poi si trova quantità e qualità insieme, ovvio, tanto di cappello.


Sul disco citato degli Xang, comunque, potete leggere la mia recensione qui:


                                            http://xoomer.alice.it/altremuse/progressive.htm#recensioni


                  

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categoria:musica
mercoledì, 23 maggio 2007

Ieri sono andato al cinema e ho visto "Salvador - 26 anni contro" di Manuel Huerga. In pratica è la storia dell'ultimo condannato a morte del regime di Franco, in Spagna, nel 1974. Il film analizza soprattutto gli ultimi anni del giovane Salvador, che decide di formare un gruppo armato rivoluzionario con altri compagni, esegue varie rapine in banca per finanziare la causa e viene arrestato dopo un conflitto a fuoco che costa la vita a un poliziotto. Segue il processo e la condanna alla "garrota".


Il film non è male, si segue con interesse, ma a un certo punto devo ammettere che la mia attenzione è stata risucchiata dalla colonna sonora, infarcita di musica anni Sessanta-Settanta: Iron Butterfly ("In a gadda da vita"), King Crimson, Jethro Tull, Leonard Cohen, Bob Dylan, e così via. Non so se è la mia attenzione che è indebolita dal caldo, o semplicemente è il "richiamo della foresta" che dirotta sempre su quello che già si conosce. Noto però che la musica di quel periodo spadroneggia in molto cinema degli ultimi anni: ricordo lo splendido film di Lars Von Trier ("Onde del destino"), nel quale i singoli capitoli erano scanditi da Procol Harum e simili. Poi il Salvatores di "Quo vadis baby?", che recuperava "Impressioni di settembre" della PFM,  o qualche anno prima un film molto autobiografico di Sergio Rubini come "Tutto l'amore che c'è", dove impazzavano King Crimson e Genesis. Dev'essere che la generazione cresciuta nei Settanta arriva a scrivere, dirigere film proprio nell'ultimo periodo e si porta dietro appunto il proprio bagaglio di ricordi, emozioni, canzoni. Lo stesso Salvatores, tra l'altro, ha in mente un film su Demetrio Stratos, il cantante deggli Area scomparso nel 1979, autore anche di straordinari esperimenti vocali da solista ("Cantare la voce" e "Metrodora" tra gli altri).


Curioso sottolineare, invece, che un autore problematico come Nanni Moretti, pur utilizzando spesso la musica nei suoi film, si rivolga quasi sempre a canzoni più disimpegnate, e comunque non al rock. In ogni generazione, va da sé, esistono i percorsi individuali. Intendiamoci: meglio così, altrimenti sai che noia.

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categoria:musica, cinema
domenica, 20 maggio 2007

L'oscurità è un elemento importante nella musica che preferisco. Non la tecnica eccezionale, o la genialità dei musicisti: questi sono ovviamente fattori di rilievo, ma non bastano da soli. Quasi mai.


Ci sono artisti, o gruppi rock, che hanno evidentemente un alto tasso tecnico e creativo, ma proprio perchè lo sanno, se ne compiacciono, e in questo modo dissipano il loro talento. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Emerson, Lake & Palmer: un trio di musicisti eccellenti, specie il tastierista, che però dopo un primo disco molto bello si sono aggrappati alle invenzioni di Emerson fino a perdersi nel virtuosismo puro, freddo e per niente emozionante. Lo stesso, almeno per me, vale per i Kansas, una band americana degli anni Settanta di grande successo, che non mi ha mai convinto davvero. Sono bravi, mettono insieme molte suggestioni del progressive inglese, ma tendono poi a perfezionare e rifinire fin troppo il repertorio, così che i loro dischi sanno molto di compiti ben svolti, con zelo e tecnica notevoli, ma senza mai sorprendere. Un concentrato abile di tanti spunti diversi, cucinato poi con le spezie di un hard-rock melodico tipicamente americano. Mah.


Se pensiamo al passato, gli stessi Beatles sono una dimostrazione lampante che la tecnica nel rock non è tutto, anzi. Ringo, Paul, John e George erano personaggi davvero geniali, ma tutt'altro che dei mostri coi rispettivi strumenti: però hanno fatto storia. Questione di gusto nel comporre e creatività a chili, condensata in dischi memorabili come il "Sergent Pepper" o "Revolver". Gli stessi Pink Floyd, una delle rock-band più celebri del mondo, non hanno mai brillato per le loro capacità tecniche individuali, discrete senza essere straordinarie: però hanno creato uno stile immediatamente riconoscibile, che resterà, e forse tra vent'anni sarà considerato "classico" come Mozart o Chopin. Insomma, quel che fa la differenza secondo me è la personalità dell'artista, il suo mondo espressivo che si palesa fin dalle prime note di un disco. Di quanti musicisti rock possiamo dire questo? Non molti, mi sembra.


Oscurità, dicevo. Mi piace che la musica (come i libri e altre esperienze artistiche) mi contagi con le sue capacità evocative, anche se all'inizio tutto suona strano e confuso: mi piace appunto venire risucchiato dentro un mondo diverso, in qualche maniera lo smarrimento stesso è parte del mio godimento estetico, perchè sento di vivere un'esperienza nuova. Al contrario, mi lascia totalmente freddo la musica ben fatta ma senza questo potere evocativo: i Kansas, appunto. O gli stessi ELP. Molto meglio, per capirci, "Ys" del Balletto di Bronzo, "Pawn hearts" dei Van Der Graaf Generator, certe cose dei Sigur Ros, o il sublime e cervellotico trip psichedelico dei Pholas Dactylus, "Concerto delle menti".


Ecco, il disco che mi sento di raccomandare a chi, come me, odia le minestre riscaldate del rock progressivo (millemila!) è proprio il "Concerto" dei Pholas: la noia è bandita, e tra testi visionari e sonorità ineffabili si arriva alla fine senza un attimo di noia. Provate.

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categoria:musica
martedì, 15 maggio 2007

Ma no, non alludo affatto a quello che state pensando...Voglio solo segnalarvi un paio di novità nelle quali mi sono piacevolmente imbattuto.


Per la Musica un disco davvero interessante è quello pubblicato dal gruppo nipponico Ghost, intitolato "In stormy nights". Lo consiglio a chi ama psichedelia e affini, soprattutto. Ci sono momenti anche molto cupi e non certo facili, ma anche intense ballate folk e molta elettronica. Ricetta insolita e mai banale, per ascoltatori avventurosi.


Una recensione in "AltreMuse":     http://xoomer.alice.it/altremuse/


Al Cinema invece segnalo "Le avventure galanti del giovane Moliere" del francese Laurent Tirard. Il titolo è abbastanza fuorviante, e si aggiunge alla galleria di errori/orrori dei titoli tradotti dalla distribuzione italiana. Non è affatto una sequela di avventurette, ma un film che indaga con brio e arguzia un buco nella biografia del commediografo francese: una sapida commedia in bilico tra divertimento puro e qualche apprezzabile osservazione sul rapporto tra realtà e finzione. Ottimi gli attori, soprattutto Laura Morante e Fabrice Luchini, che qualcuno ricorderà anche con Eric Rohmer.


Se ci riuscite, divertitevi.

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categoria:musica, cinema
giovedì, 10 maggio 2007

Strano davvero che ci siano artisti e gruppi rock famosi in un paese e quasi del tutto ignoti altrove. In un paese a noi molto vicino come la Germania, ad esempio, c'è stata una stagione davvero ricca di fermenti che ha visto nascere realtà musicali di tutto rispetto. Tutto sommato, negli anni più ruggenti del progressive, la scena tedesca è stata quella più vivace, subito dopo ovviamente quella inglese, dove il genere si è affermato coi suoi indiscussi capiscuola.


Se è vero che anche Italia e Francia hanno sfornato dischi e bands pregevoli, mi sembra che il cosiddetto kraut-rock  fosse ancora più variegato nelle sue proposte: dai corrieri cosmici al jazz-rock, al rock politico e al sinfonico, passando per una serie di variabili tutte da scoprire. Era un panorama che solo in parte ha goduto di popolarità, anche in patria, e spesso è rimasto a livello prettamente underground, specie nei secondi Settanta quando escono decine di gruppi, spesso autoprodotti, che la benemerita Garden Of Delight ha poi riproposto in CD: Poseidon, Lightshine, Troya, Madison Dyke, Epidaurus, Albatros, Zyma,ecc. In genere si tratta di prog piuttosto derivativo, è vero, molto legato a gruppi come i Genesis, che testimoniano l'esistenza di un fitto sottobosco di romantici seguaci di atmosfere sognanti e mondi favolistici. Alcuni sono più personali (Lightshine, Madison Dyke), altri comunque gradevoli pur senza sfornare capolavori (Poseidon, Epidaurus). E' da notare che negli stessi anni, dopo il 1975 cioè, il fenomeno progressive era in piena regressione quasi dovunque, Italia compresa, dove la Locanda Delle Fate fu tra gli ultimi gruppi a esordire nel 1977, ma non in Germania appunto, dove tra l'altro furoreggiavano ancora gruppi della prima ora come gli Eloy.


A proposito di gruppi longevi voglio citare i Grobschnitt, band che vanta una nutrita discografia (1972-1990), e soprattutto ricordata per la verve scenica che rendeva memorabili i suoi shows. Parte di quell'energia, che incorpora anche umori trasgressivi  e satirici, si deposita qua e là anche nei dischi più belli. Di questa band la Repertoire ha ristampato praticamente tutto, così che non è difficile addentrarsi nelle atmosfere particolari di "Ballermann" o "Rockpommel's land", nei quali il gruppo si esalta nella miscela di space-rock, psichedelia e sinfonismo in maniera ancora oggi molto godibile.


Celeberrimi in patria, i Grobschnitt sono ancora negletti da noi, mentre sarebbe il caso di recuperarli per chiunque ami il progressive. Ne vale la pena.


Per finire, ecco un link ad "AltreMuse" per approfondire il tema:


     http://xoomer.alice.it/altremuse/progworld2.htm#grobschnitt


 

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categoria:musica, grobschnitt
mercoledì, 09 maggio 2007

In questi giorni è tornata di moda la polemica letteraria, che non è più così frequente come una volta, quando le terze pagine dei quotidiani erano piene di opinioni sulla letteratura, i suoi fini e i suoi doveri soprattutto nella società, ecc. In effetti il confronto innescato da Roberto Saviano col suo articolo su "Repubblica" ha qualcosa di vecchio, quando ogni scrittore pretendeva che la sua letteratura (lirica, sociale, impegnata) fosse quella "vera".


Il giovane autore di "Gomorra", un libro di forte denuncia contro i mali del sistema-camorra, scrive appunto che non ha nessun interesse per la letteratura autoreferenziale, o comunque chiusa nel mondo di chi scrive, e senza appigli con la realtà sociale. Abbastanza ovvio, visto il tenore del suo libro, ma onestamente discutibile: chi stabilisce cosa è letteratura e cosa no? O meglio: siamo sicuri che solo chi parla di argomenti di stretta attualità o cronaca sta parlando del suo tempo e della società umana che ha intorno? Lidia Ravera, scrittrice più matura ma anche schierata, ha trovato da eccepire, sostenendo a ragione, secondo me, che perfino il poeta lirico più individualista, nei suoi versi, può esprimere il suo tempo e, indirettamente, lo spirito di un'epoca. E così, ovviamente, tutti quei romanzieri che pure hanno scritto i loro capolavori sotto il segno di un forte isolamento, voluto o meno: Proust, ad esempio, Celine naturalmente, e così via. La lingua, lo stile, l'articolazione di un pensiero qualunque in una certa forma, esprime sicuramente molto di più di quanto può apparire a un primo sguardo superficiale.


Io credo, come la stessa Ravera e altri che sono intervenuti nella polemica, che una letteratura "sana" possa comprendere l'uno e l'altro, cioè l'impegno e la riflessione sentimentale, l'introspezione e il documento di denuncia civile. Spesso sono facce di una stessa medaglia, poiché nessun uomo, per fortuna, è un blocco monolitico composto di una sola materia, ma stratificato e complesso come la realtà. Io ammiro molto Saviano, e considero una fortuna che in Italia ci siano persone della sua tempra e della sua intelligenza, ma non me la sento di dire che non c'è più bisogno di poesia o di un romanzo psicologico solo perché in giro esistono realtà criminali come mafia o camorra: anzi, forse è il contrario...Bisogna pure additare un orizzonte migliore, dove sentimenti e bellezza hanno il loro posto, a chi si batte contro questi problemi: altrimenti, perché farlo? In altre parole, per citare un bel film di Ken Loach,  si deve lottare per il pane, certo, ma anche per le rose.

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categoria:letteratura, attualitĂ 
sabato, 05 maggio 2007

Non ho una passione sfrenata per i gialli, ma alla fine è quasi impossibile oggi scansarli: il genere è dilagante, anche se spesso è solo un espediente per parlare dei nostri tempi. Mi pare però che il rischio dell'inflazione sia sempre in agguato.


Ho letto ultimamente un libro che mi ha riconciliato in parte col giallo-poliziesco. Si chiama "Con la morte nel cuore" e l'autore è Gianni Biondillo. Di lui avevo letto un romanzo diverso, "Per sempre giovane", ma qui gli ingredienti sono tipicamente di genere. Eppure mi sono divertito a entrare nei panni un po' sgualciti dell'ispettore Ferraro, e con lui ad addentrarmi nelle pieghe di una città come Milano in cerca di soluzione al caso che gli tocca sbrogliare. Ottimi dialoghi, molta ironia, e realistico ritratto di una città che l'autore conosce come le sue tasche. C'è tutto: la solitudine, i barboni, gli extracomunitari buoni e meno buoni, l'impotenza e la speranza, e una dialettica costante tra una vita non esaltante e la disperazione vera, senza alternative, con un barlume di umanità proprio nel mezzo, trovata magari dove non te l'aspetti. Biondillo scrive con una scioltezza notevole, ma senza mai cadere nella sciatteria: anzi, in questa fluidità si rivela uno scrittore capace di mescolare alla prosa del quotidiano, descritta senza sconti, anche momenti di leggerezza e considerazioni psicologiche molto acute. Bello.


E' sempre rassicurante scoprire un autore nuovo e il suo mondo. Il piacere della lettura diventa come un'esca per uscire da se stessi e sentirsi nuovamente in circolo, in contatto con la realtà spigolosa che a volte facciamo di tutto per scansare, e invece ospita uomini e donne che possono ancora sorprenderci. Insomma, il libro ve lo consiglio: pubblicato da Guanda, si trova ora in edizione tascabile TEA. Buona lettura.

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categoria:libri, gianni biondillo
martedì, 01 maggio 2007

Chi ama una musica per pochi, ad esempio il progressive nei suoi rappresentanti minori, è in fondo uno snob? Come, che so, chi legge solo letteratura ermetica o si esalta esclusivamente per il cinema terzomondista? Oppure si tratta solo di legittimo interesse mosso da una curiosità superiore verso linguaggi o culture emarginate dai media?


Credo che una risposta unica non sia facile. Sappiamo tutti che molti usano la musica di un certo tipo per far colpo sugli sprovveduti: fa molto "in" ostentare conoscenze dirette di qualche gruppo rock ignoto ai più, specie se inglese o americano perchè suona meglio. Qui siamo a un livello molto basso, certo, perfino fisiologico se pensiamo all'adolescenza. Il principio di fondo però non cambia granché se al posto di un brufoloso sedicenne prendiamo un sussiegoso docente che ci umilia a suon di citazioni erudite, ben sapendo che non capiamo un tubo, e godendosi proprio il nostro disorientamento. Lui conosce autori e testi che noi invece ignoriamo: e poco importa che di detti autori e relativi testi non c'interessi niente. Forse da quella volta, chissà, anche in noi è scattato qualcosa di insano ed ecco che appena sappiamo tre cose di qualche musicista emergente facciamo lo stesso con chi ci capita a tiro per fare la nostra porca figura...


Poi, se devo parlare di me, è chiaro che mi piace pensare, invece, di aver seguito un'altra via. Potrei dire che a far scattare la molla che mi ha portato ad ascoltare i Samla Mammas Manna (esistono, vedi accanto) invece di Pupo è stata una profonda insofferenza intellettuale per la banalità della musica "commerciale" e una ricerca, conseguente, di qualcosa molto più stimolante per le orecchie e il cervello. Questo è indubbiamente più nobile, specie se, contemporaneamente, i miei studi letterari mi hanno portato a leggere l'"Ulisse" di Joyce o Cesare Pavese o Thomas Pynchon piuttosto che Liala o "La gazzetta dello sport"...


Ma la verità, nel mio caso, è un'altra: io amo mischiare le carte, e posso leggere storielle popolari come ponderosi volumi, ascoltare musica sperimentale e poi una canzone napoletana classica col cuore in mano...Forse è il mio modo di non sentirmi snob, o semplicemente non amo lo specialismo assoluto che costringe a privarsi di tante cose divertenti e succose in nome di un'astratta idea di "serietà". L'importante è saper distinguere i piani e i contesti, ovvio, ma perchè mai si dovrebbe rinunciare a Totò per vedere solo Bergman, o alla pizza per mangiare solo "nouvelle cuisine"? A me piace cogliere differenze e somiglianze inaspettate, ecco, e mi lascia sospettoso un sapere chiuso e impermeabile alle differenze. Forse per questo mi piace il progressive, perché appunto è un luogo d'incontro tra stili e tradizioni, è un atteggiamento più che un genere, e la sua purezza coincide con la sua natura "bastarda". E' "un frutto d'innumerevoli contrasti d'innesti" come recita Ungaretti parlando delle proprie radici. Del resto, la società in cui viviamo va sempre più in direzione d'una mescolanza di etnie, culture, tradizioni, spesso  causa di problemi, ma l'approdo mi sembra inevitabile: la scienza ha da tempo dichiarato che il concetto di razza pura è una "purissima" idiozia priva di fondamento. I fautori fuori tempo massimo di Hitler e soci se ne facciano una ragione.

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categoria:musica, riflessioni