giovedì, 26 aprile 2007

Paolo Sorrentino, uno dei migliori registi italiani, farà un film su Giulio Andreotti, dal probabile titolo "il Divo". Notizia succosa: chissà che proprio la finzione cinematografica non riesca a fare luce s'uno dei personaggi più inquietanti della recente storia italiana. Dico Storia, e non semplicemente "politica", perchè il suddetto è lì da prima che la guerra finisse, e ha visto e fatto di tutto: in qualche modo se l'è sempre cavata, anche negli ultimi processi che l'hanno visto imputato per "associazione mafiosa". Andreotti è stato assolto, ma solo per i fatti posteriori al 1980, badate bene, dato che in realtà secondo la Corte d'Appello di Palermo è  provata la sua "seria, concreta e continuata collaborazione" con la mafia negli anni precedenti. Le ombre rimangono, insomma, anzi i fatti.


Sorrentino, che ha già incontrato il senatore a vita, specifica che non sarà un film a tesi, come in molto cinema politico, ma utile per capire anche qualcosa di più dell'Italia e del carattere nazionale. Il momento è maturo, secondo lui, perchè in Italia si faccia un film del genere, senza allegorie o autocensure, come il cinema americano ha fatto già diverse volte. Vorrei dire che ha ragione, ma proprio oggi leggo che Sky Cinema, che da tempo aveva promesso la prima televisiva del "Caimano" per ieri sera, ha fatto marcia indietro: si tratterebbe di semplice adesione alla par condicio televisiva...Mah. Un altro responsabile della stessa tivù ha invece detto che si tratta di una decisione assurda, che non ha giustificazione. C'è grande confusione, e nervi tesi, sotto il cielo catodico, e non solo...

postato da: armapo alle ore 19:37 | Permalink | commenti (7)
categoria:cinema, attualitĂ 
martedì, 24 aprile 2007

Quali sono i rapporti e le reciproche influenze tra musica e letteratura? Come qualcuno saprà, ad esempio, c'è stata una letteratura che prendeva le mosse dal be-bop, insomma dal jazz, e predicava una sorta di scrittura a carattere improvvisato e ritmico: il predicatore in questione era il grande Jack Kerouac, uno dei maggiori interpreti della "beat generation". Molti dei suoi romanzi più famosi, in effetti, e penso a "Dottor sax" o a "Big sur", riproducono questa prosa "spontanea" e innovativa che ha fatto scuola per qualche tempo, e che sembra ideale per restituire l'irrequietezza e il desiderio di fuga dal conformismo americano del dopoguerra che animava quella generazione. "Beat" del resto ("battito", "colpo") è termine coniato proprio da Kerouac sul finire degli anni Quaranta, e rimanda appunto una sensazione di nervosa protesta, ma anche di una ricerca di nuovi linguaggi.


Nell'America di quel periodo, prima ancora che si affermasse il rock'n'roll, era proprio il jazz a soddisfare questa sete di nuovo: una musica fortemente razziale, evoluzione di tutta la musica nera, che sta quindi altrove rispetto al piatto e ottuso sistema americano dei cosiddetti "yankees".   In realtà, a ben vedere, nelle pagine più note di Kerouac, quelle del romanzo "Sulla strada" (1950), questa voglia di fuga e di spontaneità sembra esaurirsi in una sorta di giostra frenetica da costa a costa, in cerca di verità e sensazioni estreme che non cambiano le cose, ma stordiscono e danno un'illusione di pienezza: come le droghe e l'alcool, due ingredienti basilari dei beatnik. Più incisive forse le poesie di Allen Gisberg, il celebre autore di "Howl" (L'urlo), che davvero riproduceva nei suoi versi, spesso sotto l'effetto dichiarato di droghe, la cadenza irregolare del be-bop.


Le idee della letteratura beat vengono ereditate, su scala molto più larga, dal rock psichedelico californiano, non a caso detto "acid rock", dove acido rimanda anche all'uso quasi ritualizzato di droghe (allucinogeni di vario tipo) da parte dei musicisti: parlo di band famose come Jefferson Airplane, Grateful Dead, ecc. In alcuni casi, poi, l'utilizzo del trip allucinogeno sconfina nel progressive di frontiera dei Settanta europeo (Gong, Pink Floyd) ma a questo punto i rapporti con la letteratura, fuori dal grande calderone degli Stati Uniti, si fanno molto più labili.


Più interessante, invece, sembra il rapporto tra certo hard-rock, in tutte le sue derive (heavy metal, dark, gothic, ecc) e la letteratura gialla/nera: penso a tutta l'iconografia satanica o infernale che alimenta da sempre gruppi come Black Sabbath e via dicendo, fino al caso italiano di un gruppo italiano come i Time Machine che ha realizzato più di un concept , ad esempio "Evil" (2001), dichiaratamente ispirato dai romanzi di Valerio Evangelisti, noto giallista storico che ha creato il personaggio dell'inquisitore domenicano Nicolas Eymerich. Non conoscendo i dischi del gruppo, mi limito a sottolineare che la dialettica tra musica e libri merita di essere approfondita, come mi riprometto di fare, e per ora mi fermo qui.

postato da: armapo alle ore 19:53 | Permalink | commenti (3)
categoria:musica, letteratura
mercoledì, 18 aprile 2007

Per integrare il post precedente segnalo i link diretti al mio sito "AltreMuse", dove si può approfondire qualche singola voce, come Triana e altre:


   http://xoomer.alice.it/altremuse/data4.htm#triana


   http://xoomer.alice.it/altremuse/data2.htm#iceberg


   http://xoomer.alice.it/altremuse/data1.htm#finch


   http://xoomer.alice.it/altremuse/progworld.htm#focus


   http://xoomer.alice.it/altremuse/progworld2.htm#ange


   http://xoomer.alice.it/altremuse/progworld.htm#faust


Spero siano spunti e informazioni di qualche aiuto per ampliare le riflessioni del post in questione. Come sempre, graditi commenti e interventi in merito.

postato da: armapo alle ore 12:25 | Permalink | commenti (5)
categoria:musica
lunedì, 16 aprile 2007

Dimmi come suoni e ti dirò chi sei. Avete mai pensato che anche nella musica, e in un genere per antonomasia innovativo come il progressive, ognuno si porta dietro fatalmente le proprie radici nazionali?


Questo è così vero che si sono coniati dei nomignoli appositi per distinguere artisti di questo o quel paese. Il prog tedesco non poteva essere che "Kraut-rock", ovviamente, e quello italico "Spaghetti Rock", per fare due esempi. Chiaramente si tratta di semplificazioni che scadono spesso nello stereotipo, ma anche a voler entrare nel merito non è difficile cogliere differenze di approccio che tradiscono l'origine dei musicisti. Se nei capiscuola inglesi prevale spesso un atteggiamento iconoclasta oppure gelidamente tecnologico (ELP, i secondi Pink Floyd) fino al gotico (Van Der Graaf Generator), nei gruppi francesi la cosa che salta subito alle orecchie è l'enfasi molto teatrale delle parti cantate, vedi gli Ange, mentre nei tedeschi le voci hanno qualcosa di bizzarro e tendono al grottesco e a una certa vena trasgressiva quando non scelgono di rifugiarsi nel silenzio sublime degli spazi cosmici, come Tangerine Dream e simili. Gli olandesi nel prog tacciono spesso, nel senso che si rivelano spesso fior di strumentisti, ma omettono del tutto i testi: è il caso dei Bonfire, dei Finch, dei Trace, o degli stessi Focus, che inseriscono solo sporadiche parti vocali nelle loro pennellate di pregevole rock barocco.


Il caso più eclatante di ricerca del nuovo nel rispetto della propria tradizione musicale è però quello spagnolo. I gruppi iberici riescono infatti a fondere con innegabile talento le sonorità del flamenco al rock progressivo più moderno, almeno nei Settanta: cito in particolare i Triana, una band di Siviglia che ha inciso almeno due dischi eccellenti come "El patio" (1975) e il seguente "Hijos del agobio" (1977), ma la seconda metà del decennio è piena di gruppi eccellenti che fanno lo stesso. Una contaminazione col patrimonio folk che è mancata quasi del tutto in Italia, dove le nostre band più famose hanno scelto da subito i modelli del rock anglofono, ignorando la nostra tradizione popolare. Tuttavia è indubbio che la musica di Orme, Osanna, Banco, della stessa PFM, suonasse all'estero come estremamente "italiana". Anche nei dischi-concept più celebrati del nostro prog si avverte l'eco della tradizione lirica (il Banco), della melodia (le Orme) o della tradizione popolare e festaiola (la PFM, gli Osanna a tratti). Sono influenze che ogni musicista ha nel suo DNA, e che discendono da una tradizione respirata da sempre, magari inconsapevolmente. Anche, e qui sta il paradosso, quando manca un cantante veramente dotato, come a quasi tutti i gruppi italiani che hanno fatto progressive.


Questo spiega perché il progressive, che nasce all'incrocio di vecchio e nuovo, è stato lungamente estraneo al pubblico americano. Il giovane americano che segue la musica non ha intorno, nel suo ambiente, riferimenti o tradizioni musicali che siano più remote del blues nero, mentre un suo coetaneo europeo, per quanto disinteressato a Beethoven o Vivaldi, respirerà dovunque l'eco di un tradizione secolare, che ancora persiste qua e là, fatta di teatri famosi e rinomati compositori ancora celebrati come il fiore all'occhiello di questa o quella città. E' così in Italia, ma anche in Germania e in Francia, nell'est e nei paesi scandinavi: ogni paese europeo ha la sua gloria nazionale, e spesso molte, che fanno come da colonna sonora alla vita culturale. Nel Missouri o in California questo è obiettivamente molto remoto...Insomma, il progressive nasce già vecchio per sintetizzare nelle sue complesse forme musicali un percorso lungo e stratificato, e dunque la sua culla non poteva essere che la vecchia Europa. Gli altri vengono a rimorchio, per una volta.

postato da: armapo alle ore 19:45 | Permalink | commenti (18)
categoria:musica
lunedì, 02 aprile 2007

Visto "La masseria delle allodole" dei Taviani. E' incredibile ma a quanto pare è la prima volta che il cinema rappresenta la tragedia degli armeni. Come, per dire, se non si fosse mai visto un film sullo sterminio degli ebrei. Sembra che gli americani nel 1935 avessero acquistato i diritti per girare una storia simile, ma non ne hanno fatto nulla, mentre nel 1981 una troupe armena girò effettivamente un film dal romanzo "I quaranta giorni del Mussa Dagh" di Franz Werfel, ma rimase invisibile perchè mancò qualsiasi distribuzione. Molto certo hanno giocato le ostilità del governo turco, da allora fino a oggi, nel rimuovere ogni riferimento al dramma degli armeni e alle proprie responsabilità. Un atteggiamento che sembra ancora prevalente nel paese, nonostante la verità storica dei fatti cominci finalmente a essere conosciuta.




Questa forma di rimozione è nota anche a noi italiani, dopo la seconda guerra e la fine del fascismo, e ai tedeschi per l'olocausto degli ebrei. Eppure, questi due paesi, con fatica e non senza qualche reticenza, hanno elaborato e ammesso le proprie responsabilità. La Turchia fa invece molta resistenza e questo spiega la difficile situazione di scrittori e intellettuali turchi, come Oran Pamuk,  che cercano invece di far emergere la verità. E' un problema spinoso, anche perchè i turchi premono da tempo per entrare nell'Unione Europea, ma non sempre si mostrano capaci di accettare le regole base di ogni democrazia compiuta, come la libertà di opinione su alcuni temi.




Tornando al film, penso sia un merito straordinario che a coprire questa lacuna, e a far conoscere meglio un simile orrore, siano due cineasti italiani, ispirati dal romanzo di Antonia Arslan. Non sono mancate critiche e perfino stroncature sul film, ma come al solito si guarda l'albero e non la foresta: certi difetti, dovuti anche ai compromessi tipici dei film realizzati in coproduzione (Italia, Spagna, Francia, Bulgaria) sono veniali in confronto al valore dell'operazione: è un film forte, che parla attraverso immagini crude, ma non compiaciute, e sottolinea soprattutto l'aberrante pianificazione a tavolino del genocidio. Non è certo un film contro la Turchia di oggi, sottolineano i Taviani, ma contro certi fanatismi assurdi e, soprattutto, un tentativo di porre rimedio al vergognoso silenzio che ha circondato fin qui questa tragedia.

postato da: armapo alle ore 19:12 | Permalink | commenti (10)
categoria:cinema, taviani