giovedì, 29 marzo 2007

Come è venuto fuori dai commenti all'ultimo post, ci sono artisti che a prescindere dal loro settore sanno guardare oltre. Varcano i confini e gli steccati di genere per azzardare contaminazioni di vario tipo: sono, in effetti, artisti "progressivi", nel senso appunto che sperimentano con il linguaggio che gli è proprio e così facendo lo rinnovano.


I Pink Floyd nel rock, Stanley Kubrick nel cinema, come a suo tempo James Joyce nella letteratura, sono i nomi che mi vengono in mente. Ognuno di loro ha "forzato" i codici espressivi fino a trovare nuove visioni e disegnare paesaggi diversi che poi hanno fatto scuola. Un film come "2001 Odissea nello spazio", ad esempio, ha indubbiamente stravolto le regole del film di fantascienza, e tutti quelli venuti dopo hanno dovuto tenerne conto. Gli omini verdi di colpo sono sembrati buffi e improbabili. La stessa cosa può dirsi per il romanzo moderno dopo la pubblicazione di "Ulisse" di Joyce, che scardinava le regole della narrativa tradizionale in favore del flusso di coscienza. Infatti fu giudicato in maniera molto controversa, ma resta uno spartiacque. I Floyd di Barrett, ma anche quelli dopo, hanno portato la tecnologia nel rock con una forza ancora sconosciuta, e la loro diventa musica sempre più sofisticata, fino a una perfezione che alla lunga può scadere nel manierismo, ma intanto ha dischiuso nuovi orizzonti.


Se c'è una parola che mi sembra riassumere lo sforzo di questo tipo di artisti è proprio "contaminazione", come nel famoso disco del Rovescio Della Medaglia (1973), dove Luis Bacalov  insieme al gruppo romano si divertiva a comprimere nello stesso pezzo stili e tonalità diverse, fino al kitsch: Bach più hard-rock, più elettronica, jazz e melodia. La contaminazione spinta fino al grado di fusione! Un caso estremo, d'accordo, ma anche stavolta è il concetto che conta. Senza questo genere di operazioni l'arte, in tutte le sue forme, sarebbe una cosa morta e noiosa. E spesso lo è, infatti...

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categoria:contaminazione
martedì, 20 marzo 2007

Lo sport nazionale degli italiani, notoriamente, è sparare su se stessi. Esiste cioè un certo tipo di italiano che pensa di elevare se stesso, evidentemente valutandosi una merdina, solo gettando fango su tutto ciò che si fa nel suo paese. Neppure lui vivesse in Norvegia, voglio dire. Il meccanismo, in fondo, è abbastanza semplice: se si nomina a costui qualunque cosa (politica, cultura, spettacolo, ecc.) e gli si mette accanto l'aggettivo "italiano", si vedrà presto il nostro amico (si fa per dire) sbavare tutta la sua acrimonia per sostenere che il cinema italiano fa schifo, la letteratura pure, e non parlategli della musica o di altre espressioni artistiche: andrà in escandescenze.


Ecco, da questo connazionale, prendo volentieri le distanze e lo lascio al suo destino. Non prima però di aver portato degli esempi a corredo della mia tesi, che dimostrano, per me, l'inconsistenza di certi giudizi, o meglio: pregiudizi.


In realtà, si equivoca. Esempio: si parla di cinema italiano e tutti dicono che è "morto". Ma va!? E quando sarebbe successo? Il nostro allora propina a riprova un papiro di necrologi: è morto Fellini, è morto Pasolini, Antonioni ha perso la parola, e gli altri stanno poco bene...Uno potrebbe ribattere: cosa c'entra? Pure in Francia non c'è più Truffaut, e allora? Il guaio è che il nostro sa di andare sul sicuro, ormai sa benissimo che parlando male di certe cose troverà un coro di consensi, ma non capisce di essere caduto in una trappola che lo porterà prestissimo a somigliare a una pecora. Invece di parlare, belerà.


Allora, vediamo. I soldi nel cinema italiano scarseggiano, il punto semmai è questo. Sul piano produttivo e distributivo è impossibile che un film italiano possa gareggiare con un film americano. Verissimo. Questo lato del nostro cinema, concordo, fa schifo, anzi forse fa pena e suscita tenerezza. Si pensa agli anni Sessanta e si ha l'impressione che quella stagione non tornerà più. Ma questo autorizza certi giudizi faciloni su chi oggi fa cinema in Italia? Credo di no. Faccio un breve elenco di registi italiani venuti fuori negli ultimi anni: Crialese, Ponti, Munzi, Sorrentino, Martone, Cappuccio, Costanzo, Piva, Garrone, Wilma Labate, Pozzessere, Ozpetek, Virzì,  Winspeare, Calopresti, a cui devo aggiungere i meno giovani e già affermati, come Giordana, Cristina Comencini, Faenza, Salvatores, Piccioni, Tornatore, D'Alatri, Soldini, Mazzacurati, Archibugi, Moretti, Rubini, Placido, e ovviamente i più vecchi come Amelio, i Taviani, Liliana Cavani, Scola, Olmi, Rosi o Bellocchio. Domanda: un cinema che può contare su autori come questi può definirsi un cinema "morto"?


Ho lasciato fuori apposta Gabriele Muccino, perchè merita un discorso a parte. Credo che ci siano pochi registi in grado di scatenare tante polemiche, ma parlerei di vero odio: basta andare su qualche newsgroup dedicato al cinema. Mi domando qual è la colpa di questo regista: forse aver avuto un successo così largo? Non so. Si può discutere tutto, ma tanto livore fa nascere qualche sospetto sul pregiudizio di cui parlavo all'inizio: come se per un regista italiano l'importante sia fare dei film carini ma invisibili, defilati, e mai baciati dal successo, soprattutto. Quello mai. Sbaglierò, ma questo modo di pensare, consapevole o meno che sia, mi ricorda tanto una certa visione tipica della sinistra italiana: quella che sta benissimo a criticare il mondo, ma non si prende mai le sue responsabilità, e antepone le sue astratte ideologie agli interessi comuni...Un vecchio vizio.


Ovviamente, il discorso riguarda tanti altri settori: il romanzo italiano è notoriamente defunto, no? E il teatro? Idem. Il rock italiano, poi, secondo alcuni non è mai esistito, figuriamoci...


Questo modo di essere, parlare e giudicare (anzi:pregiudicare) si può definire in molti modi, ma secondo me il termine migliore è "provincialismo". Solo un autentico provinciale, infatti, è convinto  di fare una gran figura se ama tutto ciò che è più lontano da lui e disprezza quello che ha sotto casa senza conoscerlo. Si rivela ahimé provinciale proprio mentre crede di aggirare il pericolo, poveretto. Un amico usò una volta un'espressione azzeccata: "presbiopia culturale". Ecco, certa gente dovrebbe recarsi urgentemente dall'oculista. Magari finlandese...

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categoria:cinema
martedì, 20 marzo 2007

  Torno brevemente sull'argomento Stone The Crows, postato qualche tempo fa ( http://extra.splinder.com/post/11110539/Suoni+perduti ) per segnalare, a chi è interessato, una scheda più dettagliata.


La potete trovare sul mio sito "AltreMuse" a questo link:


       http://xoomer.alice.it/altremuse/data4.htm#crows


Tra l'altro è possibile ascoltare un breve estratto dall'album "Ode to John Law". Fatemi sapere.

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categoria:musica
mercoledì, 14 marzo 2007

Devo dire che il prog-metal non è mai stato tra le mie preferenze. Ognuno, credo, viene folgorato a un certo punto da qualche brano particolare, di un determinato artista, e da quel momento il suo gusto s'identifica con quell'indirizzo stilistico. I miei primi amori, nel campo del progressive anni Settanta, sono gruppi come Orme, Banco, King Crimson, PFM, Genesis, Van Der Graaf Generator, ecc. In poche parole il prog cosiddetto romantico-sinfonico, in tutte le sue varianti, è stato il mio vero colpo di fulmine.

Solo col tempo, a furia di maneggiare cataloghi e cercare cose nuove, mi sono imbattuto in gruppi dai toni più "hard", come Black Widow, T2, Rush, May Blitz, e altri, scoprendo che anche l'hard rock ha saputo lasciare il segno nella musica di quegli anni.

Il prog metal, oltretutto, è un genere tuttora vivo e vegeto, che sia pure tra alti e bassi conta ancora s'un pubblico molto vasto, al contrario del suo cugino più raffinato (il sinfonico), decisamente ridotto a un genere per pochi eletti, a parte un paio di eccezioni (Marillion, Flower Kings). Ho preso da un paio di giorni l'ultimo disco dei Pain Of Salvation, "Scarsick", proprio per sentirmi una volta tanto meno "out" del solito e non fare troppo lo snob...Ai primi ascolti sono abbastanza colpito, mi pare un disco corposo e non banale, con molti spunti anche spiazzanti, e testi che, a occhio e croce, non sono da meno. Bisogna approfondire, certo, ma non sono pentito d'averlo preso, e di questi tempi mi accontento.

Chissà, magari mi sono trovato un altro bell'osso da spolpare per la vecchiaia...

 

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categoria:musica, progmetal
giovedì, 08 marzo 2007

Vabbè, Sanremo è Sanremo, e amen...Solite pacchianate, solite polemicucce, scandaletti, vocine, invidiuzze e così via. Però, diciamolo, qualche bella canzone stavolta c'era. Siccome quando è il caso 'sto benedetto festival lo massacriamo, e continueremo a farlo, credo, quando invece qualcosa di buono emerge è giusto dirlo.

Secondo la mia opinione erano belle e discrete canzoni come la vincente, di Simone Cristicchi (bravissimo, e non solo lunatico stavolta), quella di Fabio Concato (chi si rivede!), e tra le altre anche le proposte di Nada (sempre felicemente anomala), della Ruggero, e anche la Milva rossofuoco col suo vocione: notare che la canzone era di Faletti, uno che a fare la stessa cosa evidentemente si annoia, visto che è attore, autore, scrittore e ogni tanto cantante. E fa tutto piuttosto bene, mica così così...Complimenti. Parlo di quello che ho sentito, perchè ovviamente non potevo certo sorbirmi quattro ore di diretta dal teatro Ariston, e così facevo il classico zapping un po' schizofrenico. Voglio segnalare anche un paio di schifezze, destinate a sparire al più presto dalla nostra  memoria: quella di Leda Battisti e quella dei Facchinetti senior e junior. Ma perchè, maledizione, perché lo fanno?

Poi c'erano le canzoni divertenti ma tutt'altro che banali, come quella di Silvestri, sempre spiazzante, e la canzone inedita di Rino Gaetano che Paolo Rossi ha portato in gara: simpatiche entrambi, anche se un po' fuori sincrono con i contenuti insolitamente "sociali" (per il festival) che emergevano da diverse canzoni. La serata più interessante forse è stata quella dei duetti: da brividi in particolare l'esibizione di Cristicchi e Cammariere, uno che basta dargli un "la" e da qualunque strofetta cava fuori un gioiello. Ce ne fossero, di artisti così! Il vecchio Pippone nazional-popolare aveva ragione per una volta a entusiasmarsi, dato che di Sanremo ne ha fatti parecchi (ahinoi) e certo ha visto delle annate molto, molto più soporifere di questa. Che passa in archivio, col suo insopportabile codazzo di chiacchiere e pettegolezzi, lasciandoci però, almeno, una manciata di canzoni che valgono la pena...E alla prossima (ma anche no).

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categoria:musica
venerdì, 02 marzo 2007

Vitaliano Trevisan è uno scrittore-attore (ha recitato in "Primo amore" di Garrone) che certo non risparmia nulla all'Italia di oggi. Il suo ultimo romanzo si chiama "Il ponte" (Einaudi) ed è come un dichiarato flusso di rancore e avversione per le proprie origini, la zona di Vicenza, e poi, per estensione, per l'Italia tutta. Un paese, dal suo punto di vista, provinciale e meschino, piagnone e corrotto, dove ogni libertà è offuscata dalla mentalità gretta che regna dovunque. In casa propria e nelle cosiddette istituzioni.

La famiglia è forse il vero buco nero che Trevisan ha individuato, già nel suo primo romanzo  ( "I quindicimila passi" ), e che qui si concentra soprattutto sulla madre: la madre non come archetipo, ma la sua vera madre, a cui non risparmia davvero niente. E' per via di quella madre che ha scelto di fuggire il suo personaggio, far perdere le tracce, e stabilirsi in Germania. Ma le proprie radici lo vanno a snidare anche lì, e allora l'incubo ricomincia, come una specie di assedio mentale: ricordi, umiliazioni e propositi di vendetta.

Libri come questo possono avere un effetto duplice: o li si respinge, adducendo l'eccessiva pesantezza del tono e dell'argomento, oppure, dopo il primo impatto, li si legge come una vera fotografia del paese in cui viviamo. Ora, e ieri, e chissà, forse anche domani. Si tratta di romanzo, è vero, e dunque di un'ottica molto soggettiva, eppure l'effetto è ugualmente potente e acido. L'Italia di Trevisan è come l'Austria vista da Thomas Bernhard, esatto contraltare della "felix Austria" tanto mitizzata: un posto orribile e stagnante, dove il conformismo impedisce di sentirsi liberi e di essere se stessi. Infatti il protagonista del libro di Trevisan si chiama Thomas e il nome di Bernhard ricorre spesso nelle sue pagine, come quello di Pasolini: due antenati di peso, che non potevano che dar vita a un romanzo di questa forza provocatoria.

Acidissimo e, purtroppo, anche molto vero.

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categoria:libri, vitaliano trevisan