Lo sport nazionale degli italiani, notoriamente, è sparare su se stessi. Esiste cioè un certo tipo di italiano che pensa di elevare se stesso, evidentemente valutandosi una merdina, solo gettando fango su tutto ciò che si fa nel suo paese. Neppure lui vivesse in Norvegia, voglio dire. Il meccanismo, in fondo, è abbastanza semplice: se si nomina a costui qualunque cosa (politica, cultura, spettacolo, ecc.) e gli si mette accanto l'aggettivo "italiano", si vedrà presto il nostro amico (si fa per dire) sbavare tutta la sua acrimonia per sostenere che il cinema italiano fa schifo, la letteratura pure, e non parlategli della musica o di altre espressioni artistiche: andrà in escandescenze.
Ecco, da questo connazionale, prendo volentieri le distanze e lo lascio al suo destino. Non prima però di aver portato degli esempi a corredo della mia tesi, che dimostrano, per me, l'inconsistenza di certi giudizi, o meglio: pregiudizi.
In realtà, si equivoca. Esempio: si parla di cinema italiano e tutti dicono che è "morto". Ma va!? E quando sarebbe successo? Il nostro allora propina a riprova un papiro di necrologi: è morto Fellini, è morto Pasolini, Antonioni ha perso la parola, e gli altri stanno poco bene...Uno potrebbe ribattere: cosa c'entra? Pure in Francia non c'è più Truffaut, e allora? Il guaio è che il nostro sa di andare sul sicuro, ormai sa benissimo che parlando male di certe cose troverà un coro di consensi, ma non capisce di essere caduto in una trappola che lo porterà prestissimo a somigliare a una pecora. Invece di parlare, belerà.
Allora, vediamo. I soldi nel cinema italiano scarseggiano, il punto semmai è questo. Sul piano produttivo e distributivo è impossibile che un film italiano possa gareggiare con un film americano. Verissimo. Questo lato del nostro cinema, concordo, fa schifo, anzi forse fa pena e suscita tenerezza. Si pensa agli anni Sessanta e si ha l'impressione che quella stagione non tornerà più. Ma questo autorizza certi giudizi faciloni su chi oggi fa cinema in Italia? Credo di no. Faccio un breve elenco di registi italiani venuti fuori negli ultimi anni: Crialese, Ponti, Munzi, Sorrentino, Martone, Cappuccio, Costanzo, Piva, Garrone, Wilma Labate, Pozzessere, Ozpetek, Virzì, Winspeare, Calopresti, a cui devo aggiungere i meno giovani e già affermati, come Giordana, Cristina Comencini, Faenza, Salvatores, Piccioni, Tornatore, D'Alatri, Soldini, Mazzacurati, Archibugi, Moretti, Rubini, Placido, e ovviamente i più vecchi come Amelio, i Taviani, Liliana Cavani, Scola, Olmi, Rosi o Bellocchio. Domanda: un cinema che può contare su autori come questi può definirsi un cinema "morto"?
Ho lasciato fuori apposta Gabriele Muccino, perchè merita un discorso a parte. Credo che ci siano pochi registi in grado di scatenare tante polemiche, ma parlerei di vero odio: basta andare su qualche newsgroup dedicato al cinema. Mi domando qual è la colpa di questo regista: forse aver avuto un successo così largo? Non so. Si può discutere tutto, ma tanto livore fa nascere qualche sospetto sul pregiudizio di cui parlavo all'inizio: come se per un regista italiano l'importante sia fare dei film carini ma invisibili, defilati, e mai baciati dal successo, soprattutto. Quello mai. Sbaglierò, ma questo modo di pensare, consapevole o meno che sia, mi ricorda tanto una certa visione tipica della sinistra italiana: quella che sta benissimo a criticare il mondo, ma non si prende mai le sue responsabilità, e antepone le sue astratte ideologie agli interessi comuni...Un vecchio vizio.
Ovviamente, il discorso riguarda tanti altri settori: il romanzo italiano è notoriamente defunto, no? E il teatro? Idem. Il rock italiano, poi, secondo alcuni non è mai esistito, figuriamoci...
Questo modo di essere, parlare e giudicare (anzi:pregiudicare) si può definire in molti modi, ma secondo me il termine migliore è "provincialismo". Solo un autentico provinciale, infatti, è convinto di fare una gran figura se ama tutto ciò che è più lontano da lui e disprezza quello che ha sotto casa senza conoscerlo. Si rivela ahimé provinciale proprio mentre crede di aggirare il pericolo, poveretto. Un amico usò una volta un'espressione azzeccata: "presbiopia culturale". Ecco, certa gente dovrebbe recarsi urgentemente dall'oculista. Magari finlandese...