La scena musicale a cavallo tra '60 e '70 sembra un pozzo senza fondo: ogni volta che hai l'impressione di conoscere quasi tutto quello che merita, scopri un disco o un gruppo che rimette in discussione le tue certezze. Inutile dire che sono ben felice di questo, e conoscere nuove sonorità.
Il progressive in quel periodo andava per la maggiore, non come ora che è una delle tante musiche di nicchia, e anzi, piuttosto vituperato dalla generalità della stampa di settore, a parte poche riviste volenterose messe in piedi da appassionati. In Inghilterra, c'era il british blues che andava per la maggiore, nutrito dall'esempio di alcuni precursori, da Alexis Corner fino a John Mayall: quest'ultimo allevò nel suo gruppo diversi chitarristi che poi, una volta svezzati, andarono a formare alcuni tra i gruppi più celebri dell'epoca: Fletwood Mac, Ten Years After, Cream, ecc. In questo calderone, che recuperava il blues nero americano in chiave elettrica, molte band conobbero un piccolo istante di fama. Tra loro, appunto, mi piace ricordare gli Stone The Crows, di origine scozzese, che dopo un breve tirocinio nei vari clubs dell'epoca, arrivarono a incidere tra il 1970 e il '72 quattro dischi. Il loro però è già un soul-blues che si apre ai nuovi fermenti prog: la voce graffiante di Maggie Bell, cantante premiata più volte come migliore voce inglese, e definita una sorta di Janis Joplin britannica, è l'arma in più del gruppo, ma va sottolineato anche lo spazio della chitarra solista e il timbro caldo dell'organo.
Gli Stone The Crows s'imposero soprattutto col secondo album, "Ode to John Law" (1970), dove l'equilibrio tra l'anima più vibrante del soul s'incontrava alla perfezione con gli spunti rock della chitarra e atmosfere sospese, quasi ipnotiche, il tutto ben speziato dalla voce inconfondibile della Bell. Dopo il successo del disco seguente, però, la band andò in pezzi per la morte accidentale del chitarrista Les Harvey durante un concerto. Una jella nera, per un gruppo davvero valido. I loro dischi comunque sono consigliatissimi a chi ama certe sonorità di quegli anni ruggenti, dove contaminare tradizione e novità era il sale di tante esperienze, e i suoni venivano fuori caldi e viscerali: dopo, ahimè, non è stato più lo stesso.











C'è un'attrice che ottiene una parte in un film e scopre, come l'altro protagonista, che si tratta in realtà di rifare un vecchio film polacco mai portato a termine perchè i due attori scelti furono uccisi...Il film va avanti e realtà e finzione si mescolano continuamente. C'è una ragazza in una stanza d'albergo, prigioniera, che segue il film sul film s'un televisore, e piange...I due attori hanno una relazione, sul set e fuori, ma è difficile distinguere i due piani...C'è un teatro dove gli attori indossano curiose teste d'asino e scambiano battute umoristiche ma forse legate a tutto il resto...Ci sono scorci e corridoi misteriosi e strade e case di una Polonia vera o immaginaria e personaggi loschi che parlano in polacco...L'attrice finisce per entrare in contatto con loro...Ci sono prostitute che aspettano e commentano e ballano e l'attrice si ritrova con loro, forse è anche lei una prostituta e poi una donna la colpisce con un cacciavite e lei sanguina e muore s'un marciapiede, ma questa è l'ultima scena del film...Applausi, ma l'attrice si alza come ipnotizzata e si addentra dentro un teatro perchè deve ancora fare qualcosa... Spara all'uomo che ogni tanto appariva come un aguzzino, trova la ragazza progioniera, si abbracciano, e la ragazza torna a casa dal marito e dal figlio...Fine? Sui titoli di coda tutti gli attori, come la bravissima Laura Dern, sorridono e ballano in un completo relax: la finzione è finzione, poi si fa festa...
Basta fare questi due nomi per capire che in letteratura non si contano i casi di dubbia identità: l'ultimo riguarda una scrittrice come Elena Ferrante. A suo nome sono usciti pochi libri, ma di grande successo, in un paio di casi perfino trasposti sullo schermo del cinema: prima il bellissimo "L'amore molesto" (regia di Martone) e poi "I giorni dell'abbandono" (diretto da Faenza). Insomma, non sembra il classico espediente di un mediocre autore in cerca di pubblicità, perchè scrittura e sostanza in questi romanzi sono di prim'ordine. L'ultimo è "La figlia oscura", uscito per le edizioni e/o, bello e intenso come gli altri. Si tratta di ritratti femminili sempre problematici, donne divise tra autonomia e vincoli familiari, con echi di un vissuto non proprio felice, inseguite da ricordi e fantasmi che s'insinuano nel tessuto del quotidiano. Psicologia, ma non esangue, bensì carnale e anche aspra, prosa e lirismo che convivono in uno stile analitico di grande forza espressiva. Francamente lo consiglio, quest'ultimo come gli altri, come una lettura assolutamente valida.