lunedì, 29 gennaio 2007

Solo a distanza di tempo, a volte, si comprende la grandezza e il valore di qualcosa o qualcuno. Vale anche nelle arti, che come tutto il resto subiscono l'influenza delle mode, del gusto,ecc.


Chi avrebbe pensato che Luigi Tenco, il personaggio più maledetto della canzone italiana, suicida durante il Festival di Sanremo del 1967, sarebbe diventato oggi un classico capace di incutere rispetto e ammirazione in personaggi anche lontani dal suo modo di essere e scrivere? Come Battisti, ma perfino di più vista la sua tragica fine (ancora da chiarire, peraltro), Tenco ha tutto il fascino disperato dell'eroe, della vittima, di se stesso e del mondo effimero in cui visse: muore giovane, più ancora di Battisti (ma anche lui lo ricordiamo tutti giovane, perchè gli ultimi anni era invisibile), e rimane scolpito come un enigma nel cuore di cartapesta della musica leggera che non lo volle. Ovviamente non è da credere sul serio che si sia ucciso (se si è ucciso...) solo perché la sua canzone "Ciao amore, ciao" era stata eliminata dalla rassegna ligure: quella può essere stata la classica goccia che fa traboccare il vaso, al culmine di una parabola umana che molti hanno provato, invano, a ricostruire.


Ma Tenco rimarrà solo perchè è morto giovane? No, sarebbe ingeneroso sostenerlo. Ai cinici consiglio di ascoltarsi canzoni come "Vedrai, vedrai", "Mi sono innamorato di te" e soprattutto "Lontano, Lontano", un capolavoro assoluto che non ha perso un grammo della sua struggente bellezza dopo 41 anni (uscì nel 1966), per valutare tutta l'originalità di un artista difficile, pieno di chiaroscuri, ma proprio per questo "vero".  Avercene...



Ecco qui un sito interessante per altre informazioni: http://www.ilmioregno.it/

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categoria:musica, luigi tenco
martedì, 23 gennaio 2007

Ci sono autori che sembrano guardare indietro, e invece non fanno che riaffermare un'idea di semplicità espressiva che non ha tempo e non conosce mode, e infatti si dice "classica".


Due esempi, uno nel romanzo e uno nel cinema. Il romanzo è quello di Andrea Vitali e si chiama "Olive comprese": ambientato in un borgo dalle parti del lago di Como negli anni Trenta, strizza l'occhio a quella letteratura apparentemente minore che ebbe in Piero Chiara il suo massimo esponente. Vitali affolla le sue storie di fattucchiere, perpetue, cacciatori e giovanotti esuberanti, cui basta poco per provocare disastri in serie. C'è un odore di sigaro toscano e buon vino rosso, proprio all'incrocio di Simenon e Chiara, e un'arguzia fatta di ironia e buon senso, ma anche di enorme conoscenza dei tipi e dei luoghi della provincia profonda italiana. Che forse, chissà, non c'è più, però a saperla raccontare è un pozzo di storie infinite. Davvero un ottimo narratore, da tenere d'occhio, non a caso molto apprezzato da Camilleri.


Al cinema in questi giorni si può vedere "Le luci della sera" di Aki Kaurismaki, regista finlandese. Le sue storie sono così semplici e lineari da suonare banali, mentre al contrario si muovono sulle orme di registi che sapevano esprimere emozioni profonde senza ricorrere a effetti speciali. Viene in mente Chaplin, ma con una dose di straniante impassibilità, a cominciare dagli attori. Succede di tutto, ma nessuno grida, non ci sono scene madri o sparatorie, nè tortuosi flash-back: in fondo, poi, c'è la riscoperta di un sentimento o una speranza, e tanto basta. Ci si emoziona solo se si riesce a depurarsi di tanto cinema dai sapori forti, che sguazza nei suoi eccessi senza che niente valga il rumore o il sangue sparso a litri. Certe cose di Tarantino, ad esempio, a volte grande, altre volte no ("Kill Bill" in primis). Non basta essere moderni, bisogna saper raccontare: mostrare, parlare, andare al sodo, non perdersi dietro le parentesi. Il segreto dei classici veri in fondo è questa ricerca estrema di sintesi: una questione di stile.

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categoria:libri, cinema, kaurismaki, vitali
mercoledì, 17 gennaio 2007

Non ci si crede, ma dal passato stanno ritornando in piena attività nomi che parevano sepolti o comunque relegati agli scaffali polverosi di qualche appassionato di archeomusica come il sottoscritto...Delirium, Maxophone, Procession, la Locanda delle Fate, i vecchi New Trolls: tutti all'opera di nuovo, con concerti qua e là e magari nuovi dischi in arrivo. Insomma, non è mai troppo tardi. La musica, per fortuna, non è lo sport, e si può suonare ben oltre i trenta, basta vedere i Rolling Stones.


I Maxophone erano tra i più bravi a mescolare suggestioni classiche al rock, e il loro unico disco omonimo, uscito nel 1975, ha da sempre un posto d'onore nelle raccolte dei collezionisti incalliti. Sono davvero curioso di sapere cosa faranno in questa nuova incarnazione, tanto più che solo due-tre anni fa ricordo bene che uno dei componenti storici escludeva senza nessun dubbio di poter ricostituire il gruppo: che abbia cambiato idea mi fa solo piacere. Vero è che molte reunion di band storiche dei Settanta, anche all'estero, si sono risolte in operazioni spesso squallide, di pura speculazione. Qualcuno, semplicemente, ha deluso le aspettative, come la Locanda col disco del suo primo ritorno (Homo homini lupus, 1999), ma non si può mai dire.


Chi vivra vedrà, e ne riparleremo senz'altro su questi schermi.


 

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categoria:musica, prog italiano
lunedì, 15 gennaio 2007


Ho preso "Stati di immaginazione" della vecchia PFM. L'operazione è interessante, stavolta, perchè abbina un CD di otto pezzi strumentali ad altrettanti film e documentari, spesso privati, che si possono vedere nel DVD.


A proposito del solito discorso sulla musica strumentale arte "soggettiva" per eccellenza, qui il giochino si rovescia e ci si può chiedere: perché il gruppo ha scelto proprio quei suoni per quelle immagini? Ognuno di noi, magari, poteva tirar fuori altre atmosfere. Il mio consiglio però è di ascoltarsi prima il CD, perché altrimenti si rischia di considerare questi otto brani solo come una mera appendice dei film del DVD, e non sarebbe giusto, perchè a mio parere la PFM di "Stati di immaginazione" è in gran forma, e trasmette benissimo il gusto e l'emozione di suonare ancora insieme (con qualche assenza) dopo trentasei anni circa. Non è da tutti.


Il sito ufficiale della band:  http://www.pfmpfm.it/

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categoria:musica, pfm
venerdì, 12 gennaio 2007

"Commedia sexi" è un titolo ambiguo, e già sfruttato nelle sue varianti, in Italia e fuori. Si chiama così anche l'ultimo film di Alessandro D'Alatri, ed è ambiguo nei risultati proprio come il titolo. Nomen omen, verrebbe da dire, per far capire che abbiamo studiato...


D'Alatri ha voluto provare a buttarsi nell'arena coi leoni dei cinepanettoni: tentativo coraggioso, ma pur con qualche idea brillante, come la scelta degli attori (bravo Bonolis anche se rifà Sordi), il suo film rimane a metà tra la commediaccia qualunquista e un apologo polemico sulla doppia morale di certi ambienti, senza essere alla fine né l'una né l'altro. Peccato per un regista che ha diretto opere ben più sostanziose: cito "Senza pelle", su tutti, ma sono belli e spesso originali anche titoli come "La febbre" e "Casomai", dove è riuscito far recitare al meglio anche dei non-attori come Fabio Volo. Qui ha scommesso su Bonolis, e sulla Santarelli, la mia conterranea dell'agro pontino, che nel ruolo dell'attricetta rampante del momento è davvero a suo agio. Però non basta.


Da quest'impresa riuscità solo a metà, secondo me,  si deduce che nessuno ha l'obbligo di snaturarsi: meglio crescere nel solco delle proprie caratteristiche che cimentarsi in territori così infidi come le disfide sotto l'albero di Natale. Anche nei primi film D'Alatri ha girato commedie, in fondo: ma c'è commedia e commedia. Spero che "Commedia sexi" per D'Alatri sia stata solo una vacanza divertente, prima di rimettersi a fare le cose che sa fare meglio per la soddisfazione di grandi e piccini: che bisogno c'è di un terzo Vanzina?

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categoria:cinema, cinema alessandro dalatri, alessandro d alatri