Solo a distanza di tempo, a volte, si comprende la grandezza e il valore di qualcosa o qualcuno. Vale anche nelle arti, che come tutto il resto subiscono l'influenza delle mode, del gusto,ecc.
Chi avrebbe pensato che Luigi Tenco, il personaggio più maledetto della canzone italiana, suicida durante il Festival di Sanremo del 1967, sarebbe diventato oggi un classico capace di incutere rispetto e ammirazione in personaggi anche lontani dal suo modo di essere e scrivere? Come Battisti, ma perfino di più vista la sua tragica fine (ancora da chiarire, peraltro), Tenco ha tutto il fascino disperato dell'eroe, della vittima, di se stesso e del mondo effimero in cui visse: muore giovane, più ancora di Battisti (ma anche lui lo ricordiamo tutti giovane, perchè gli ultimi anni era invisibile), e rimane scolpito come un enigma nel cuore di cartapesta della musica leggera che non lo volle. Ovviamente non è da credere sul serio che si sia ucciso (se si è ucciso...) solo perché la sua canzone "Ciao amore, ciao" era stata eliminata dalla rassegna ligure: quella può essere stata la classica goccia che fa traboccare il vaso, al culmine di una parabola umana che molti hanno provato, invano, a ricostruire.
Ma Tenco rimarrà solo perchè è morto giovane? No, sarebbe ingeneroso sostenerlo. Ai cinici consiglio di ascoltarsi canzoni come "Vedrai, vedrai", "Mi sono innamorato di te" e soprattutto "Lontano, Lontano", un capolavoro assoluto che non ha perso un grammo della sua struggente bellezza dopo 41 anni (uscì nel 1966), per valutare tutta l'originalità di un artista difficile, pieno di chiaroscuri, ma proprio per questo "vero". Avercene...
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