Ieri sera Vincenzone Mollica ha curato uno speciale su Battisti su RAi Uno. Per la centesima volta, e mi tengo basso, musicisti grandi e piccini della scena italiana hanno detto che era il più grande: qualcuno con più enfasi (la Mannoia, Zero, Zucchero), altri con un minimo di puntiglio (Dalla), ma era un vero coro. E ci credo: Battisti Lucio da Poggio Bustone (Rieti) alla fine degli anni Sessanta ha travolto la canzone italiota a suon di capolavori, ben assecondato da quell'altro genio di Mogol. Una sequenza che a metterla in fila fa venire i brividi: di piacere, s'intende.
Cito a caso: "Mi ritorni in mente", "La canzone del sole", "Non è Francesca", "Comunque bella", "Il mio canto libero", "L'aquila", "Confusione", "Emozioni", "Pensieri e parole", "Acqua azzurra acqua chiara", "I giardini di marzo", "Anche per te"...Si potrebbe citarne altre venti, tutte belle, tutte in qualche modo memorabili. Poi c'è stata la seconda fase, quella che ha legato Lucio a un altro genialoide tutto spigoli come Panella: ma anche lì, ricordava Zucchero, c'è un mondo da scoprire, nonostante se ne parli sempre come di un periodo minore. Penso che abbia ragione. Io Conosco "L'apparenza", datato 1988, e ci sono delle cose molto belle, anche se lontanissime dai primi successi.
Dovessi dire la canzone più bella, insomma, sarei in grosso imbarazzo. Dico "I giardini di marzo" perchè secondo me è uno di quei casi dove la canzone diventa sceneggiatura: si ascoltano le prime parole del testo ("Il carretto passava e quell'uomo gridava gelati...") e sembra di essere "dentro" la storia di questa coppia senza un quattrino, che si barcamena tra silenzi e nostalgie. La vedi, la canzone. E poi a Battisti va riconosciuto lo sforzo di interpretare: qualcuno nello special (Baudo) diceva di ricordare un concerto dal vivo dove Lucio, solo con la sua chitarra, stonava. Ed è stato massacrato per questo. Si diceva: belle musiche, belle parole, peccato però la voce...Invece io dico che senza quella voce, un po' afona, a volte sgraziata come di uno che si è appena alzato dal letto e guarda il mondo mentre è ancora in pigiama, certe canzoni perderebbero il 50% del loro fascino. L'ho capito proprio ieri, riascoltando "Emozioni": ve la immaginate cantata, che so, da Modugno? Impossibile, solo Battisti poteva dargli quel tono tra malinconia e poesia "rasoterra" di uno che rotola tra i suoi pensieri neri per trovare il salto: è l'apoteosi del bruco che diventa farfalla, quando l'armonia si apre meravigliosamente e lo sconforto si rovescia nella speranza. Succede spesso, nelle canzoni di Battisti: penso a "Pensieri e parole" ("Davanti a te ci sono io, e nuovi giorni e nuove notti"...), oppure "Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi.." ("Anche se non voglio torno già a volare"...). E' come un arcobaleno d'immagini che dilaga nella stessa pozza d'acqua sporca delle prime strofe. Perchè la canzone, a volte, è come l'arte e la poesia: sa unire alto e basso, riscattare il dolore nell'armonia. E così anche il povero bruco diventa leggiadra farfalla, e vola.











"Il mestiere delle armi" di Ermanno Olmi è il classico film da portarsi sull'isola deserta. Immagini stupende, ma soprattutto una concezione alta del "fare cinema" come si vede sempre meno in giro. Dove trionfa l'effettismo speciale, la trovata morbosa o il gusto dell'eccesso, Olmi lavora di cesello e toglie invece di aggiungere: il risultato, qui come altrove, è assolutamente unico. Visivamente eccelso, ma anche sceneggiato con cura: pochissimi dialoghi, eppure ogni parola acquista un peso specifico che si sposa perfettamente all'eleganza delle immagini.