mercoledì, 29 novembre 2006

La vita fa schifo, dicono, e la letteratura non interessa nessuno. Perché scrivere, leggere, parlare, comunicare un'idea o dei sentimenti? Suppongo che ognuno di voi ogni tanto provi le stesse sensazioni: inutilità, incertezza. Se non si scrivesse per un bisogno estremamente individuale e privato credo che nessuno, dopo un certo periodo, continuerebbe questa strana pratica che in qualche caso fagocita la vita sociale e i rapporti più diretti con "gli altri". Se cioè si scrivesse pensando di raggiungere un obiettivo esterno a noi stessi, ecco, la magia della scrittura sarebbe di colpo spenta: bisogna capire, credo, che si tratta di una spinta interiore che nasce e muore all'interno di chi la mette in atto. Altrimenti esistono esercizi più efficaci e di gran lunga più remunerativi, se non più divertenti.


Vincenzo Cardarelli, un poeta e letterato che meriterebbe una riscoperta, confessava in merito alle sue opere: "Il mio desiderio più profondo sarebbe, mio Dio sì, di dar libri alle stampe, ma che nessuno li leggesse e fosse impossibile trovarli. Ricevuti in dono da me, si tenessero custoditi e chiusi, né più né meno che una reliquia, un ricordo."


La citazione è tratta da "Solitario in Arcadia", l'opera dove Cardarelli ha depositato le sue scelte di poetica e il suo travaglio creativo, e sintetizza bene l'incontentabilità di certi autori sul risultato delle proprie fatiche. Qui si capisce bene che per molto scrittori, il giudizio che conta davvero non è quello del pubblico, ma il proprio: e forse è solo in questo specchio ustorio che l'arte vera si affina e trova la sua forza espressiva. Qualcuno dirà che si tratta di un atteggiamento aristocratico e narcisistico: infatti è così. Penso proprio che la poesia e la letteratura più grandi "debbano" essere aristocratiche nella loro genesi, puntare a una sorta di perfezione ultima e assoluta, intendo sul piano della forma e dello stile. Solo così, una volta divulgate, sapranno diventare "popolari" e magari resistere al tempo, alle mode. Viceversa, chi scrive "popolarmente" è spesso un artista mediocre, oppure in cerca di quattrini facili. Uno che, nella migliore delle ipotesi, ha perso anche la stima di se stesso, e si accontenta di essere ciò che gli altri vogliono che sia.


Vincenzo Cardarelli, uomo dalla vita davvero errabonda e spesso incompreso, aveva invece un rispetto profondo per la poesia e l'arte in genere. Tra tante disillusioni e amarezze, aveva infatti scelto come apertura della sua opera poetica dei versi esemplari come questi:"La speranza è nell'opera. / Io sono un cinico a cui rimane / per la sua fede questo al di là. / Io sono un cinico che ha fede in quel che fa."


 

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categoria:riflessioni, libri, vincenzo cardarelli
giovedì, 23 novembre 2006

Ci sono, nel nostro orticello politico, dei personaggini che levati...Da leccarsi i baffi, e proclamare al mondo: l'umorismo di Jonesco non è morto! Non so se avete seguito le polemiche sul film-tv  "Il padre delle spose" (carino il titolo) dove Lino Banfi e sua figlia Rosanna interpretavano una storia che tratta di lesbismo. Ho visto ampie sequenze del prodotto, e tutto si può dire meno che fosse trattato con mano pesante o toni scabrosi: al contrario, si potrebbe eccepire semmai sulla bonarietà eccessiva del filmetto. Banfi a me piace molto, e tuttosommato trovo che abbia scelto di girare una cosa garbata e a suo modo anche coraggiosa... Considerando che per molti è soprattutto un attore comico e di principi molto tradizionali, oltre che notoriamente conservatore dal lato politico.


Invece leggo i giornali e scopro che ormai la politica dibatte più sull'amore lesbico che su questioni un tantino più serie. Hanno tutti questo vizio di decidere pure come dobbiamo portare i calzini, se possiamo  fare i rutti dopo cena e con chi dobbiamo o meno darci al buon tempo, lor signori. Allibisco. Ma c'è di peggio, mica è tutto qui...L'ineffabile senatrice della Margherita Paola Binetti arriva a fare sul caso del film televisivo la seguente dichiarazione:


 "E' altamente inopportuna una trasmissione che tocca un problema su cui ancora non si è discusso adeguatamente."


Ecco. Ora, prima di avvertire lo psichiatra di turno, vogliamo ipotizzare che la senatrice abbia preso un abbaglio: forse le hanno detto che non era un film, dunque un prodotto di fiction, ma un programma dove si enunciavano pericolose teorie sessuali del tipo: "anche le lesbiche possono amare"; "gli omosessuali fanno l'amore e in Spagna si sposano pure". Non è così? La senatrice sapeva tutto? Allora urgono altre considerazioni.


 La pretesa che un'opera creativa, film e simili, debba trattare solo argomenti metabolizzati e digeriti dai governi in carica o dalla politica è risibile e anche inquietante: come se un regista che vuol girare un film sulle tartarughe dovesse prima andare dai politici e chiedere il permesso, nel caso che le tartarughe urtassero il buon gusto della maggioranza di governo, che magari vede nel rettile in questione una pericolosa sovversione dell'ordine antropocentrico.


 Ma  benedetti figlioli, via, lo sanno tutti che un film, una fiction, non è una dichiarazione costituzionale o un editto monarchico che mira a salvaguardare le nostre anime: è un'opera dell'ingegno, anche se mediocre o stupida, e dunque non dev'essere vagliata dal parlamento o da una sorta di comitato ristretto. A meno che non si pensi che la televisione debba riflettere solo l'orientamento del governo in carica e le sue idee morali o religiose. Il che mi getta nello sconforto, lo ammetto. Perchè lo so che è così, ma spero sempre che le cose migliorino: invece no, sfondano il fondo, è un crollo a capofitto.


Perché, perché lo fanno? Se avete una risposta fatemi sapere, non vedo l'ora di essere consolato...

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categoria:televisione, attualità
venerdì, 17 novembre 2006

Paolo Sorrentino non scherza mica. "L'amico di famiglia" è forse meno convincente del precedente, gli manca un filo di tensione narrativa e ha qualche verbosità di troppo, ma è girato con uno stile molto personale e ha momenti davvero belli: certe sequenze restano in mente, e anche i difetti danno l'idea di un cineasta che osa e sperimenta.


Il film è girato in luoghi che conosco bene per motivi biografici, come Latina e Sabaudia, e anche questa scelta non sembra casuale, ma attinente al progetto. Certe inquadrature ricordano i giochi d'ombra di De Chirico, e un attore come Giacomo Rizzo sa infondere umanità perfino al suo repellente personaggio, che vediamo strisciare lungo i muri come un topo.


Film, attori e registi di questo livello mi fanno nascere sempre un dubbio. Ma quando si parla di crisi del cinema italiano di cosa si parla davvero? Se si allude ai problemi di produzione, distribuzione o sostegno statale, posso essere d'accordo, ci mancherebbe...Però se si parla di talento e idee, dissento. Sono almeno tre-quattro stagioni che noto una crescita media dei film italiani: li trovo fatti sempre meglio, curati anche nei dettagli, nella scrittura e nella recitazione. Si nota subito che autori e registi hanno basi solide e non vivono di entusiasmi effimeri: girano con professionalità e ingegno, la tecnica non è più un optional ma un ingrediente dato per scontato. In più, sceneggiatori e produttori hanno riscoperto le possibilità del cinema di genere, come la letteratura italiana ha scoperto il "giallo" (o noir se fate i difficili), e questo ha permesso ai registi di farsi le ossa e arrivare poi a risultati di tutto rispetto. Penso a Soavi ("Arrivederci amore, ciao"), Puglielli ("Occhi di cristallo"), e ai film di Piva, D'Alatri, Chiesa, Ponti, Crialese,ecc. Se poi un debutto da leccarsi i baffi come lo splendido "Saimir" di Francesco Munzi passa quasi sotto silenzio, be', non mi pare sia una carenza di chi fa cinema in Italia, ma di qualche critico prevenuto e di un pubblico pigro e distratto. Poi dice che uno non legge più le recensioni...Direi che è il minimo.


 

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categoria:cinema, paolo sorrentino
lunedì, 13 novembre 2006

Per questa volta mi limito a qualche segnalazione di cose recenti che mi hanno regalato qualche emozione, sperando sia lo stesso per voi.


Per il Progressive due dischi. Il primo è "Amputechture" dei Mars Volta. Disco potente come al solito, ma stavolta con sprazzi più ampi di melodia latina.


    Il sito della band: http://themarsvolta.com


L'altro disco da non perdere secondo l'Armando che sono e fui è "Terramare" dei romani Arpia, pubblicato dopo dieci anni di silenzio. Un concept molto originale sull'Eros, con riletture di poesia medievale e un rock dark davvero bello.


 Il sito ufficiale: http://www.arpia.info/


Al cinema vi consiglio caldamente "La sconosciuta" di Peppuccio Tornatore. Bello perché il regista abbandona certi barocchismi visivi alla Fellini e firma un'opera anche cupa e violenta, ma compatta e con sequenze da antologia. L'Italia di oggi, ahimè, è pure questa.


Invece il romanzo da non farsi sfuggire è l'atteso "Come dio comanda" di Niccolò Ammaniti. Merita sul serio: c'è l'Italia vista da parte dei falliti, i meno fortunati e i poveri cristi. Personaggi a volte repellenti, che lo scrittore sa renderci perfino simpatici, e non è affatto facile...Scrittura a incastro, con una grande capacità di svelare un mondo e uno stato d'animo attraverso i dettagli. Realistico ma anche fantasioso.



Ammaniti ha un suo sito: http://www.niccoloammaniti.com/


Con questo ho finito. Divertitevi, se potete, e alla prossima.

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categoria:varie, libri, cinema, dischi
sabato, 04 novembre 2006

Gli opposti estremismi, nella vita e nelle arti, a volte sono le facce della stessa medaglia, o per meglio dire: sono complementari. Leggi un libro sconvolgente e spietato, nella sua lucida denuncia, come "Gomorra" di Saviano, e poi al cinema ti lasci sedurre da un film elegante e intimista come "Viaggio segreto" di Roberto Andò. Capita.


"Viaggio segreto", il bel film di Andò, dimostra che certi linguaggi, certe scelte stilistiche, si sposano molto bene a tematiche psicologiche: qui, infatti, si parla di un segreto familiare che lega due fratelli anche da adulti. Una violenza tremenda che ha segnato le loro vite. Un dramma che però Andò ha scandito con una forma volutamente raccolta, lenta nel montaggio e rarefatta nei dialoghi, per poterla esporre con la stessa circospezione, la stessa pensosa cautela, che evidentemente fa parte dei due personaggi quando devono aprirsi su certi argomenti.


D'altra parte è vero che quando Saviano scrive di camorra e di brutali logiche di potere criminale riesce a farlo solo con una rabbia covata a lungo, sì, ma incanalata poi in un amore per la verità quasi maniacale. S'impone cioè di osservare e riportare tutto, anche l'orrore, nei dettagli, per poter dire di conoscere il fenomeno camorra e quindi, di conseguenza, poter gridare la sua motivata rabbia civile di giornalista e di napoletano. Insomma, la rabbia, la violenza e i drammi personali, possono essere descritti ed esorcizzati meglio se il primo istinto viene incanalato dalla ragione che ce ne mostra tutti i limiti e la logica mortale. Come se solo quest'opera di imbrigliamento dell'emozione scomposta rendesse possibile la comunicazione, artistica ma non solo.


No, era così, per riflettere su cose tanto diverse ma ugualmente valide, che a volte catturano l'attenzione. Vabbé, vado a mangiare: alla prossima.

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categoria:cinema, roberto andò