La vita fa schifo, dicono, e la letteratura non interessa nessuno. Perché scrivere, leggere, parlare, comunicare un'idea o dei sentimenti? Suppongo che ognuno di voi ogni tanto provi le stesse sensazioni: inutilità, incertezza. Se non si scrivesse per un bisogno estremamente individuale e privato credo che nessuno, dopo un certo periodo, continuerebbe questa strana pratica che in qualche caso fagocita la vita sociale e i rapporti più diretti con "gli altri". Se cioè si scrivesse pensando di raggiungere un obiettivo esterno a noi stessi, ecco, la magia della scrittura sarebbe di colpo spenta: bisogna capire, credo, che si tratta di una spinta interiore che nasce e muore all'interno di chi la mette in atto. Altrimenti esistono esercizi più efficaci e di gran lunga più remunerativi, se non più divertenti.
Vincenzo Cardarelli, un poeta e letterato che meriterebbe una riscoperta, confessava in merito alle sue opere: "Il mio desiderio più profondo sarebbe, mio Dio sì, di dar libri alle stampe, ma che nessuno li leggesse e fosse impossibile trovarli. Ricevuti in dono da me, si tenessero custoditi e chiusi, né più né meno che una reliquia, un ricordo."
La citazione è tratta da "Solitario in Arcadia", l'opera dove Cardarelli ha depositato le sue scelte di poetica e il suo travaglio creativo, e sintetizza bene l'incontentabilità di certi autori sul risultato delle proprie fatiche. Qui si capisce bene che per molto scrittori, il giudizio che conta davvero non è quello del pubblico, ma il proprio: e forse è solo in questo specchio ustorio che l'arte vera si affina e trova la sua forza espressiva. Qualcuno dirà che si tratta di un atteggiamento aristocratico e narcisistico: infatti è così. Penso proprio che la poesia e la letteratura più grandi "debbano" essere aristocratiche nella loro genesi, puntare a una sorta di perfezione ultima e assoluta, intendo sul piano della forma e dello stile. Solo così, una volta divulgate, sapranno diventare "popolari" e magari resistere al tempo, alle mode. Viceversa, chi scrive "popolarmente" è spesso un artista mediocre, oppure in cerca di quattrini facili. Uno che, nella migliore delle ipotesi, ha perso anche la stima di se stesso, e si accontenta di essere ciò che gli altri vogliono che sia.
Vincenzo Cardarelli, uomo dalla vita davvero errabonda e spesso incompreso, aveva invece un rispetto profondo per la poesia e l'arte in genere. Tra tante disillusioni e amarezze, aveva infatti scelto come apertura della sua opera poetica dei versi esemplari come questi:"La speranza è nell'opera. / Io sono un cinico a cui rimane / per la sua fede questo al di là. / Io sono un cinico che ha fede in quel che fa."
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Film, attori e registi di questo livello mi fanno nascere sempre un dubbio. Ma quando si parla di crisi del cinema italiano di cosa si parla davvero? Se si allude ai problemi di produzione, distribuzione o sostegno statale, posso essere d'accordo, ci mancherebbe...Però se si parla di talento e idee, dissento. Sono almeno tre-quattro stagioni che noto una crescita media dei film italiani: li trovo fatti sempre meglio, curati anche nei dettagli, nella scrittura e nella recitazione. Si nota subito che autori e registi hanno basi solide e non vivono di entusiasmi effimeri: girano con professionalità e ingegno, la tecnica non è più un optional ma un ingrediente dato per scontato. In più, sceneggiatori e produttori hanno riscoperto le possibilità del cinema di genere, come la letteratura italiana ha scoperto il "giallo" (o noir se fate i difficili), e questo ha permesso ai registi di farsi le ossa e arrivare poi a risultati di tutto rispetto. Penso a Soavi ("Arrivederci amore, ciao"), Puglielli ("Occhi di cristallo"), e ai film di Piva, D'Alatri, Chiesa, Ponti, Crialese,ecc. Se poi un debutto da leccarsi i baffi come lo splendido "Saimir" di Francesco Munzi passa quasi sotto silenzio, be', non mi pare sia una carenza di chi fa cinema in Italia, ma di qualche critico prevenuto e di un pubblico pigro e distratto. Poi dice che uno non legge più le recensioni...Direi che è il minimo.
Al cinema vi consiglio caldamente "La sconosciuta" di Peppuccio Tornatore. Bello perché il regista abbandona certi barocchismi visivi alla Fellini e firma un'opera anche cupa e violenta, ma compatta e con sequenze da antologia. L'Italia di oggi, ahimè, è pure questa.