Scorsese lo vincerà finalmente il suo Oscar? "The departed", che ho visto ieri, ha tutte le carte in regola per regalargli questo riconoscimento: un cast stellare, sceneggiatura perfetta, montaggio incalzante. Ora o mai più, viene da pensare: del resto, vorrà pur dire qualcosa che lo stesso regista abbia dichiarato che questo è l'ultimo suo film di genere gangster/poliziesco. Evidentemente è convinto di aver fatto un capolavoro, e francamente è dura dargli torto. Al di là di tutte le opinioni soggettive, questo è un film che non può passare inosservato.
Si è molto scritto di Jack Nicholson, qui un gangster irlandese tra i più perfidi della storia del cinema, e l'attore fa valere davvero le sue qualità più nere. Per una volta però voglio sottolineare la prova di un attore che non ho mai trovato irresistibile, cioè Leonardo Di Caprio: qui è grandissimo, un poliziotto che fa il doppio gioco (come all'inverso fa Damon), e patisce una costante paranoia che lo debilita in ogni momento. Straordinario. Le tracce del cinema scorsesiano, comunque, ci sono tutte: violenza, cinismo portato al virtuosismo, psicologia del male in tutte le sue sfumature, affabulazione ipnotica. In più c'è il congegno micidiale del plot, una bomba a orologeria che non lascia respiro, nel senso che il gioco di specchi dei due poliziotti che giocano sporco (uno fingendosi un gangster, l'altro facendolo ma in divisa) si fa stringente come un cappio via via più letale. E' l'apoteosi di questo genere, una vera chicca per i cinefili, con sequenze e dialoghi che probabilmente resteranno indelebili come i monologhi allo specchio di De Niro in "Taxi driver".
Riuscirà il nostro eroe, Scorsese l'italo-americano, dopo tanto patire a ottenere la preziosa statuina? Chi lo sa, ma in fondo si tratta di un dettaglio. Il capolavoro resta comunque: più di un omino d'oro finto.











Se a Pansa, che presentava "La grande bugia" a Reggio Emilia, si sono opposti ragazzi di un centro sociale che agitavano bandiere e gridavano slogan antifascisti, a Roberto Saviano, giornalista napoletano non ancora trentenne autore di "Gomorra" (Mondadori), si oppongono poteri molto più pericolosi e inquietanti. La colpa di Saviano è quella di aver fatto nomi e cognomi, in un libro che, dicono, è documentatissimo e impressionante per la verità che mette in piazza sul fenomeno camorra. Un fenomeno che, dice giustamente lui, non è più soltanto un problema "criminale", ma di "potere": economico, culturale e politico.
hi sono anche belli, mannaggia, e ci cadi dentro a piedi uniti prima di poter architettare una difesa e mettere in atto la fuga. Questi String Driven Thing con il loro "The machine that cried" (1973) ad esempio, che mi è arrivato ieri, è proprio di quelli che piacciono a me: cupo, teso, piuttosto inquietante, con un violino diabolico, le voci tirate, e atmosfere malsane, molto underground. Progressive di una volta, insomma, quando ancora si credeva che in un disco ci potesse stare tutto: la rabbia, la poesia, i sentimenti più strani, una visione del mondo. Non questi compitini ben confezionati, col fiocchetto sopra, che ci propinano i gruppi di oggi, tranne rare eccezioni.