Ho letto, in netto ritardo, "Il disco del mondo" di Walter Veltroni. Un libro (più un DVD di interviste a chi lo ha conosciuto) sulla breve ma intensa vita di Luca Flores, un pianista italiano suicidatosi nel 1995 a soli 38 anni. L'ho preso solo ora perchè all'epoca, ricordo, non avevo ancora il lettore DVD e mi seccava comprare qualcosa che non potevo fruire completamente.
Il libro è un breve viaggio intorno al mistero di una vita che a un certo punto non procede e sceglie l'autodistruzione, presa nei gorghi di un lutto antico ma incancellabile, la morte della madre in questo caso, sempre vissuto con un senso di colpa divorante. Lo strazio e la tristezza non velano affatto l'interesse che dal libro emerge per la musica di Flores, uno di quei musicisti precoci che da una curiosità infantile (per le "Quattro stagioni" di Vivaldi) sviluppano una passione che li farà presto emergere in virtù di un talento indiscutibile. Parentesi: io non sono un grande appassionato di jazz. Ho pochi dischi, Miles Davis, Coltrane, qualche raccolta di Parker e Monk, poco insomma. Il jazz mi incuriosisce, ma non mi conquista mai fino in fondo, ecco. Eppure stavolta sono molto curioso e credo che cercherò di procurarmi qualcosa di Luca Flores appena possibile, perchè il libro scritto da Veltroni ha la passione, e la salutare curiosità per ciò che è umanamente vero, che diventa contagiosa per chi legge. Inoltre mi piace molto l'idea di dedicare un libro del genere non a uno dei soliti mostri sacri, ma a un talento relativamente ignoto ai più (il jazz non è il pop!) che rischia l'oblio. Penso davvero che l'editoria musicale soffra, come molti altri settori, di eccessiva inflazione verso i miti: provate a consultare il reparto musicale di una qualunque libreria e sarete sommersi da decine di titoli che riguardano due o tre nomi al massimo, Jim Morrison in testa. Jim Morrison poeta, Jim Morrison cantante, Jim Morrison vagabondo, fra poco uscirà anche Jim Morrison cartomante...E gli altri? Ecco, c'è da ringraziare Veltroni per aver scritto un libro così: non sul mito, per una volta, ma sulla vita di un grande musicista che non ha avuto fortuna.
Ecco un link per saperne di più su Luca Flores: http://www.ijm.it/flores.html
categoria:musica, libri, muica, luca flores











ni sparse, poichè si tratta di un viaggio affascinante dalle tenebre alla libertà, in una sequenza di atmosfere insieme elegante e incisiva. Il gruppo nasce allo scopo dichiarato di riprendere il filo interrotto del grande prog italiano dei Settanta (Banco, PFM, ecc.), ma chi pensa a una stanca ripetizione di cose vecchie sbaglia, e di grosso. In quel solco, la band genovese si getta con l'entusiasmo di chi ha ancora molto da dire, e il risultato è un disco composito, non facile, ma sempre intenso e ricco di momenti esaltanti. Spiccano il flauto di Andrea Monetti, ma anche il moog devastante di Agostino Macor, oltre al basso acido del leader Zuffanti, in questo viaggio pieno di sorprese e ritmi trascinanti. Sarà che il disco è prodotto dal mitico Franz Di Cioccio, batterista della Premiata Forneria Marconi, ma ci sono davvero dentro la grinta e il genuino approccio di quelli che furono i portabandiera del rock italiano all'estero. Secondo me, dischi come questo fanno giustizia di tanti (troppi) pregiudizi che girano sul progressive: per molti pare una questione personale sparare a zero su questa etichetta, e non si capisce che dietro l'etichetta, come dietro la maschera, c'è a volte della grande musica, che merita più spazio di tante ciofeche in circolazione. Lo posso dire, o passo per un passatista marcio? A parte che qui si tratta di rock appena sfornato, di gente che mostra di avere passione e qualità tecniche in abbondanza, e lo dimostra il fatto che il gruppo suonerà al Nearfest 2007 (Pennsylvania - USA), cioè uno dei massimi appuntamenti progressive del mondo. Scusate se è poco.
Del resto, quando si pensa che l'ultima trasmissione dedicata al cinema dalla RAI era condotta da Marzullo, tutto si fa chiaro. Si chiamano ospiti anche competetenti, e si lasciano cadere domandine anestetiche: se per caso, e succedeva, le risposte si facevano interessanti, il nostro conducator interrompeva subito per sottoporci l'ennesimo servizio. Cioè una comica sfilata di spettatori presi a tradimento appena usciti dalla sala buia, gli occhi ancora cisposi e l'aria stranita, che bofonchiavano giudizi a vanvera sul film appena visto. "M'è piaciuto un sacco"; "Ammazza, gagliardo"; "Fa schifo". Di più, in queste condizioni, non è lecito pretendere. (Chissà perché, detto tra parentesi, va tanto di moda far parlare il passante di qualsiasi argomento, come se uno dovesse per forza dire la prima fesseria che gli passa per la testa, e non fosse più logico, invece, esprimersi solo quando si ha davvero qualcosa da dire. Il silenzio è d'oro, a volte, ma chi glielo racconta ai fautori entusiasti della "gggente"? )