mercoledì, 30 agosto 2006

La stagione del cinema si apre con la scoppiettante polemica tra il vecchio festival di Venezia e il nuovo di Roma, nato anche sotto la spinta di un sindaco cinefilo come Walter Veltroni. L'unico problema serio, sinceramente, mi pare sia quello delle date troppo ravvicinate, e per fortuna Rutelli, Cacciari e altri hanno già spiegato che si troverà un modo per non pestarsi i piedi a vicenda.

Penso che un festival romano del cinema sia del tutto legittimo, visto che in Italia il cinema è Roma: Cinecittà non è lì per caso, ed è un pò la memoria storica dello spettacolo italiano. Venezia è tutt'altro, e non meno importante ovviamente: è la tradizione, il fascino e un riferimento ormai sicuro per i cineasti di tutto il mondo, come Cannes o Berlino. Dunque, secondo me, ognuno dei due eventi deve valorizzare le proprie caratteristiche, anzi le sue prerogative. Vedo il festival della capitale come una rassegna di tipo produttivo e promozionale, e Venezia invece, in linea con il passato, come una delle vetrine più rinomate del cinema d'autore in tutte le sue espressioni, capace cioè di mettere in luce talenti e idee sparse per il mondo.

Qualche preoccupazione iniziale, in presenza di una novità, è più che lecita da parte di Venezia, ma superati e risolti certi nodi sarebbe stupido insistere con le rivalità di campanile e di bottega: in prospettiva, anzi, una sana concorrenza, nel rispetto dei diversi ruoli, non può che far bene al cinema di casa nostra: è un'occasione in più di attirare l'attenzione e far risaltare le possibilità di registi, attori, produttori italiani. Il tempo dei monopoli culturali, per fortuna, è finito da un pezzo. Vedremo.

postato da: armapo alle ore 11:27 | Permalink | commenti
categoria:cinema, festival
domenica, 06 agosto 2006

Il giallo è ormai salito ai piani nobili della letteratura. Sembra incredibile, visto che solo vent'anni fa, specie in Italia, era considerato un genere minore: un prodotto di puro intrattenimento, da consumare magari in treno, per ingannare il tempo. Oggi è un fiorire di scrittori che usano il thriller come una lente d'ingrandimento ideale per capire una realtà sempre più confusa: come per il Gadda del "Pasticciaccio brutto de Via Merulana", la ricerca dell'assassino diventa occasione di afferrare il senso di una realtà caotica  e magmatica.

La verità è che anche il giallo, come tutti gli altri generi, deve anzitutto essere buona letteratura, saper avvincere il lettore per offrirgli una chiave apprezzabile, e non banale, del tempo in atto. In questo senso gli esempi sono diversi, ma a me preme sottolineare le virtù di un classico del romanzo noir americano, come "Il lungo addio" di Raymond Chandler. Come in altri libri di Chandler, al centro c'è il detective Philip Marlowe: tanto brusco e cinico all'apparenza, quanto amaro e malinconico nel fondo. Così disgustato dalle storture umane che incontra nel suo lavoro investigativo, da affezionarsi a modo suo a un tipo decisamente vulnerabile, in apparenza, che poi alla fine si rivelerà ben altro. Un romantico in maschera, il rude Marlowe. Nel libro c'è un ritratto alquanto realistico del mondo degradato di una certa società perbene, tra vizio e insoddisfazione, ma la trama è talmente contorta e ricca di parentesi da smarrirne il filo, mentre si finisce per innamorarsi dei personaggi. L'arte dei dialoghi è qui al suo massimo splendore: le parole incidono come bisturi, lasciano il segno e svelano i caratteri. Ecco: qui non si tratta più di giallo, ma di grande letteratura e basta. Senza sfumature di colore.

postato da: armapo alle ore 19:26 | Permalink | commenti (2)
categoria:letteratura, giallo, chandler
venerdì, 04 agosto 2006

Cosa sia in musica un "bel testo" è opinione estremamente soggettiva. Vale soprattutto nell'ambito del progressive, dove si riscontrano spesso giudizi diametralmente opposti su questo o quel testo.

In effetti per i nostri gruppi mettere insieme liriche di qualche valore, ma soprattutto farle fluire all'interno della ritmica del rock, è sempre stato arduo. Nei Settanta, in realtà, si voleva fare tabula rasa della canzonetta sanremese, con le sue rime facili e il ritornello zuccheroso, così che la priorità era soprattutto buttarsi sui suoni diversi, cavare fuori dal cilindro sonorità inaudite, mentre la parte cantata era sempre in secondo piano. La moda del disco a concetto, poi, obbligò a inserire le liriche, e qui si ascoltarono una serie impressionante di piccoli orrori. Testi ingombranti, prolissi e zoppicanti. Un caso tipico, ma ci sono decine di altri esempi possibili, è quello offerto dal gruppo ligure Corte dei Miracoli: strumentalmente un buon esempio di prog dominato dalle doppia tastiera, senza chitarre, ma schizofrenico nel rapporto tra musica e parole. I pezzi partono a razzo, quindi si apre una parentesi per ospitare la parte lirica, e poi si riparte: come dire che i testi, se non abbastanza sintetici e metricamente accordati al ritmo, diventano una vera zavorra che annulla le buone qualità musicali del gruppo.

Il fatto è che limare a dovere un testo per farlo combaciare con lo sviluppo sussultorio e irregolare del rock meno canonico richiede tempo e pazienza, oltre che, diciamolo, un minimo di padronanza della lingua. La lingua italiana, lo sappiamo, è povera di parole mono o bisillabiche che vanno così bene col rock, non a caso inventato dagli anglosassoni. Noi ci dobbiamo arrangiare con la lingua elegante e preziosa di Dante e Leopardi, ottima in poesia, ma problematica altrove. Ascoltare oggi certi dischi è davvero illuminante per capire che non sempre c'erano consapevolezza e cultura sufficienti per fare dei dischi che, oltretutto, si ispiravano ai Vangeli, alla Bibbia, o ai poemi di Dante, se non ai trattati di qualche filosofo. Pochi di quei musicisti, soprattutto, capirono che certi argomenti ponderosi non andavano spiegati nel disco "letteralmente": si trattava di un'esca, una suggestione che permetteva poi all'ispirazione di chi componeva le musiche di sviluppare temi e sonorità diverse. Tra i pochi che capirono il valore "pretestuoso" del concept metto Gianni Nocenzi del Banco (vedi "Rock progressivo italiano", vol. II), mentre molti erano davvero convinti di poter argomentare seriamente su questioni scientifiche o filosofiche suonando chitarre elettriche e moog...

Il Banco di "Darwin", ma anche Le Orme di "Felona e Sorona", sono tra i pochi gruppi italiani che seppero legare testi  e musica senza cadere nel ridicolo o nel prolisso. Testi eleganti o estremamente sintetici, per quanto pregnanti nelle immagini, sono alla base di questi dischi che ancora fanno scuola. Non male neppure i Jumbo di Alvaro Fella, specie in "Vietato ai minori di 18 anni?", i Maxophone, e gli Osanna di "Palepoli". Discreti anche i Semiramis di "Dedicato a Frazz" e la Locanda delle Fate. Il resto fa acqua da tutte le parti, e sia lode a coloro che almeno scelsero di fare a meno dei testi come i Goblin, il Perigeo e pochi altri. Fuori gioco ovviamente tutti coloro che abbracciarono la lingua inglese, potendo contare su un cantante ben preparato: penso agli Acqua Fragile di Bernardo Lanzetti o ai Circus 2000 della brava Silvana Aliotta. Ecco, l'altro aspetto da sottolineare, è la scarsa qualità delle voci: sembra un paradosso nel paese del bel canto e della lirica, ma così è. Proprio per quello che dicevo all'inizio, il cantante nei gruppi di allora, era un po' come il portiere nel calcio brasiliano: lo faceva il più scarso tecnicamente, raramente lo sceglieva qualcuno per vocazione. Per cui un elenco di grandi voci del prog italiano è per forza di cose ridotto a questi pochi nomi: Francesco Di Giacomo (Banco), Bernardo Lanzetti, Demetrio Stratos, Davide Spitaleri (Metamorfosi), Vittorio De Scalzi (New Trolls), Lino Vairetti (Osanna),  Jane Sorrenti e Silvana Aliotta tra le donne, più di un paio  che almeno, se non canonicamente eccelsi, erano efficaci o molto riconoscibili, come Aldo Tagliapietra (Orme) e Luciano Regoli (Raccomandata Ricevuta Ritorno e Samadhi). Punto.

La lezione per tutti, comunque, è avere pazienza e dire poco, ma bene. Un minimo di sacrificio, insomma. Perchè anche in musica, si sa: chi bello vuol apparire...

postato da: armapo alle ore 16:55 | Permalink | commenti (7)
categoria:musica, musica e testi nel progressive