sabato, 29 luglio 2006

Non c'è niente da capire, diceva De Gregori. Lì si parlava di un amore finito male, ma io parlo di quando qualcosa ci cattura, di colpo, senza che sia possibile capirne il senso, almeno subito. Per andare al sodo: "Mulholland drive" di David Lynch, avete presente? Ecco, non so voi, ma io la prima volta che l'ho visto al cinema non ci ho capito granché, eppure mi è piaciuto parecchio. Ero ipnotizzato proprio perchè non capivo. Maurizio Milani, quel tipo surreale che lavora in tivù con Fabio Fazio, ha scritto un libro (che non ho letto) intitolato: "La donna quando non capisce s'innamora". Ora, io tanto donna non sono, ma mi è successo lo stesso: mi sono invaghito di una sequenza d'immagini del tutto ineffabile, il cui senso lineare faceva evidentemente a pugni con il senso occulto della storia. Amore a prima svista, insomma.

Recentemente ho fatto mio il dvd del film e ho riprovato: fascino immutato, comprensione più ampia, ma non totale. Nel frattempo, ho trovato in rete dei siti dove il film veniva interpretato con una sottigliezza e una varietà di sfumature davvero notevole, il che mi ha dato qualche chiave in più per arrivare al nocciolo dell'opera. Però, a parte tutto, Lynch è un maestro dell'ambiguità: lo si vede dai suoi titoli precedenti ("Velluto blu", ecc.) dove sembra abbracciare ogni archetipo dell'immaginario filmico americano, vedi "Cuore selvaggio", per rovesciarlo in modo paradossale. Qui però tocca l'apice di questo discorso: ogni scena ha una sua linearità che s'inscrive nel solco di tanto cinema di genere, ma poi il montaggio, i segni subliminali sparsi qua e là, tutto concorre a rovesciare quello che hai appena visto e a rimettere in discussione il significato del film. Un puzzle a strati, quasi per enigmisti provetti o per giallisti incalliti. Solo che qui non c'è da rintracciare l'assassino, ma il senso. Ovviamente, c'entra anche l'abilità del regista nel girare in un certo modo, minando alla base, sottilmente, quello che sembra così semplice: la biondina acqua e sapone che vuol fare l'attrice è proprio così? E la bruna? E chi è l'uomo spaventoso seduto dietro il drugstore? Quella chiave azzurra sul tavolo, poi, è veramente una chiave o è qualcos'altro? Domande, il film di Lynch è il film delle domande, dei dubbi, del doppio. A suo modo, un capolavoro.

Mi viene in mente che forse non capire, restare interdetti o disorientati, è il motore di tutta la conoscenza vera. Richiede uno sforzo (d'immaginazione) comprendere qualcosa. Quello che capisci subito, diceva Battisti parlando di canzoni, dev'essere per forza una stronzata. Mi sa che aveva ragione.

Ecco qui, per chi vuole cimentarsi col rompicapo, un link di varie letture del film: http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2001-2002/rece-2001-2002-m/mulholland_drive.htm

Buon divertimento!

 

postato da: armapo alle ore 16:54 | Permalink | commenti (2)
categoria:cinema, lynch
lunedì, 24 luglio 2006

Si può capire molto di qualcuno quando ci confessa i suoi gusti nella musica. C'è chi preferisce la canzone con il testo in evidenza rispetto alla parte strumentale, e viceversa. Io sin da quando ho cominciato a seguire il mio percorso di ascoltatore, ho scelto d'istinto il rock più complesso, dunque intrigato più dai suoni che dalle voci. Era quella l'epoca d'oro, almeno come vendite, dei cantautori: De Gregori e Venditti, Guccini e Vecchioni, fino a Finardi, Lolli e altri. Non che io non li ascoltassi, ovvio, ma per me non c'era partita: i suoni assurdi e quelle suites un po' scombinate ma originali dei gruppi progressive (Banco, King Crimson, Van der Graaf Generator) riuscivano a suggestionarmi molto più di qualunque "messaggio", come si diceva allora.

Col tempo, centinaia di dischi dopo, riesco ad ascoltare un po' di tutto e a trovare perle anche tra i cantautori. Vorrà dire qualcosa? Non saprei, ma ultimamente mi è capitato di riascoltare "Sogna, ragazzo, sogna" di Roberto Vecchioni, uscito credo nel 1999. Parlo del singolo, non dell'album omonimo. Francamente lo trovo di una bellezza assoluta: mi piace molto il testo e anche come si lega alla parte musicale, un flusso emotivo compatto e senza pause. Vecchioni è uno dei professori del nostro cantautorato, come Guccini, uno di quelli che ha saputo riversare in modo elegante le sue letture nella forma canzone. Lo stesso fa De Gregori, che sul piano mimetico è forse anche superiore: pochi come lui infatti sanno scrivere un testo come lo scriverebbe un bambino di otto anni o una donna, calandosi cioè nella psicologia di persone diverse. Vecchioni, che ultimamente ha pure scritto dei libri, ha invece il piglio dell'artista maledetto, più individualista ma anche maestro delle allegorie e delle metafore, più incisivo anche nel canto del pacato De Gregori.

"Sogna, ragazzo, sogna" è quasi un testamento, e nello stesso tempo un invito forte a credere nei sogni, senza venire a patto col mondo degli opportunismi, dei compromessi. In un certo senso il ribaltamento, consapevole e lucidissimo, del classico ammonimento dei più vecchi a essere pratici, sparagnini e realisti: Vecchioni al suo "ragazzo" raccomanda esattamente l'opposto, cioè a credere nelle visioni, e a spendersi solo per realizzarle. La poesia e la vita viste come una cosa sola: "ti ho lasciato un foglio sulla scrivania/ manca solo un verso a quella poesia/ puoi finirla tu." Difficile essere più chiari e struggenti: magnifica lezione, professor Vecchioni.

Ecco il link al sito ufficiale per tutte le notizie: http://www.vecchioni.it/

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categoria:musica, vecchioni
mercoledì, 19 luglio 2006

La malinconia come motore creativo è un argomento ancora poco considerato e approfondito. Si dice, sì, che raramente un poeta ha scritto versi immortali quand'era molto giulivo e sereno, ma non si va oltre questo semplice assioma (che in verità un tipo "esuberante" come D'Annunzio potrebbe confutare).

In realtà può anche trattarsi di un sentimento provocato ad arte, in vista di un certo risultato emotivo. Franco Battiato ad esempio sostiene di amare molto la malinconia nella musica, pur non considerandosi affatto, nella vita, un malinconico pessimista: canzoni come "Secondo imbrunire" (meravigliosa) e molte altre testimoniano questa predilezione per un sentimento davvero "fertile", che regala emozioni profonde. Mi viene in mente un altro autore che invece malinconico doveva esserlo davvero, cioè Luigi Tenco, il nome maledetto della canzone italiana: "Lontano lontano", ma anche "Vedrai vedrai" o "Un giorno dopo l'altro", sono intrise di una malinconia contagiosa, che ha a che fare con la vita di tutti, con temi esemplari come il distacco, il domani incerto, il tempo che passa senza portare le novità attese.

I musicisti, poi, sanno bene che anche la successione armonica può suscitare allegria o tristezza e melanconia: una serie di accordi in "minore", infatti, evoca in genere sensazioni poco allegre e adatte a un testo più introspettivo. Ma qui ci vorrebbe un musicista vero, io  mi limito a questo accenno. Inutile sottolineare che per me la malinconia è quasi sempre un ingrediente essenziale della musica che preferisco: sia quella "colta" che quella "popolare". La spensieratezza di certe canzonette balneari non mi regala quasi mai emozioni, questione di gusti e come diceva Totò: de gustibus non sputazzellam est...

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categoria:musica, malinconia
sabato, 08 luglio 2006

Spesso mi chiedo se scrivere, o qualsiasi altra forma di creazione artistica, abbia un senso solo se arriva prima o poi a un pubblico, o anche, per dire, se rimane confinata in un cassetto, condivisa magari con un paio di conoscenti. Ci penso soprattutto quando mi accorgo di non impegnarmi poi così tanto per cercare un editore (o un tipografo travestito) a cui sottoporre i miei sforzi letterari...


In genere si risponde che no, poiché quando scrivi o dipingi esprimi un'esigenza di comunicare qualcosa a qualcuno, allora la tua opera deve arrivare agli altri, o non ha nessun significato. Siamo sicuri? Faccio un esempio: i nostri antenati preistorici, quando incidevano i loro graffiti sulle pareti di una caverna, non esprimevano soltanto una legittima esigenza di ricreare il mondo conosciuto per un piacere tutto personale? Certo che sì, considerando che non esisteva ancora il concetto di pubblico...Qualcuno dirà che tutto allora si riduce a un piccolo gioco narcisistico e compiaciuto. Magari, e allora? In realtà io la vedo diversamente. Se uno vive in una realtà grigia e opprimente, poniamo uno di quegli orrendi casermoni delle nostre periferie, dove la bruttura architettonica (e non solo) ti affoga l'anima, perchè non può regalarsi una boccata d'ossigeno dipingendo un acquerello pieno di colore? L'arte, non dimentichiamolo, a volte può salvare davvero l'anima, comunque la si chiami.


E poi, in fondo, io ho sempre in mente ciò che diceva quel tal conte recanatese, Giacomo Leopardi, che a occhio se ne intendeva parecchio: che cioè il miglior tempo della sua vita era quello passato a scrivere poesie, volato via senza che neppure lui se ne accorgesse, e ogni poesia portata a termine lo riempiva di emozione e gioia, per il solo fatto di aver messo al mondo qualcosa di bello che prima non c'era. Appunto. Il desiderio di gloria veniva molto, molto dopo.


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categoria:letteratura, giacomo leopardi