Ci sono momenti irripetibili nella storia delle arti, come nella vita delle persone. Per la musica pop-rock e dintorni, non c'è dubbio che il periodo veramente magico sia stato quello tra la metà degli anni 60 fino alla metà dei 70: in questo lasso di tempo, a ben vedere piuttosto limitato, è successo praticamente di tutto. Dalla maturità della pop-song di Beatles e Beach Boys, con dischi straordinari come "St. Pepper" e "Pet Sounds", alla psichedelia dei Pink Floyd di Barrett ("Piper at he gates of dawn", 1967), all'acid rock californiano di Jefferson Airplane, Spirit e Grateful Dead, fino all'avvento del progressive che monopolizza il mercato discografico dei primi 70. Anche nella provinciale Italia, per dire, le classifiche di vendita degli LP vedono irrompere per la prima volta nomi come Jethro Tull, Genesis, Family.
Ecco, i Family sono un gruppo che forse ha sempre avuto meno onori di quanti ne meritasse. Guidati da un cantante incisivo come Roger Chapman hanno sfornato dischi meravigliosi come "Music in a doll's house" (1968), "Entertainment" o "Fearless". Il primo è ricordato come uno degli esordi più folgoranti di sempre: una mistura brillante di psichedelia, folk, blues, proto-prog, con pezzi tutti piuttosto brevi ma arrangiati con gusto e intuizioni accattivanti. Dominano le chitarre, più che le tastiere, ma contribuiscono all'insieme il violino, il flauto e anche l'armonica. Un ascolto consigliato a chi vuol rintracciare le radici del progressive più "british" e meno sinfonico. In Italia hanno avuto più consensi i cosiddetti barocchisti (Gentle Giant in testa), ma Chapman e soci hanno scritto in pochi anni (1968-73) una pagina davvero bella, da rivalutare: sono dischi, i loro, ancora oggi molto godibili, proprio perchè in fondo scrivevano canzoni, ma in questo contenitore sapevano far entrare tutto con incredibile disinvoltura, e senza scadere mai nel virtuosismo un po' freddo di altre band più rinomate del prog, come gli ELP ad esempio.
Per chi vuol saperne di più aggiungo la home-page del gruppo inglese: http://members.aol.com/songforme/











A far saltare il meccanismo sono certe giornate diverse: dopo uno stress prolungato, un evento seccante che ha richiesto tempo e logorio nervoso, ritrovare la dimensione del tu per tu con un disco può essere davvero una riscoperta che ti rimette in sesto. Una specie di tarda rifioritura che ripete l'incantesimo da cui tutto ebbe inizio nella tua vita di ascoltatore. Ti sfilano davanti nomi e titoli che circoscrivono il tuo percorso: il primo incontro con Le Orme ("Contrappunti"), e poi la prima volta coi King Crimson, il Banco del salvadanaio, i Pink Floyd di "Ummagumma" (che buffo titolo!). La magia assoluta dell'attacco di "Introduzione", il brano iniziale di "Ys", del Balletto di Bronzo, trovato a Latina da mio padre ( ! ) nel 1977, su mia commissione. Altri tempi: imbattersi in certe ristampe del prog italico era un'impresa. Il villaggio globale, con Internet e il resto, non era neppure un pensiero, e tutto era lento e approssimativo. Di certi gruppi pop si leggeva una volta su qualche rivista e per anni non si riusciva a sapere altro: ma questo alimentava il mito, ecco. E metter le mani sul tal disco era davvero come fare l'amore con una donna ritrosa dopo anni di inutile corteggiamento: una goduria. Ebbene sì, lo ammetto: la voce di Giannni Leone, in quel lontano pomeriggio di quasi trent'anni fa, fu come un brivido erotico. Avercene, di emozioni così anche oggi...