Uno vede, anzi rivede, "La meglio gioventù" di Giordana, e si chiede: perché nel 90% dei casi la televisione è lontana d
a standard di così eccellente livello? Questa storia che sceneggia gli ultimi quarant'anni italiani attraverso le vicende di due fratelli è scritta e recitata con una sensibilità davvero rara, e non solo per il piccolo schermo. Neppure al cinema, spesso, si vedono opere di questo livello. L'elemento che fa la differenza, rispetto a operazioni analoghe, secondo me è questa: invece di fare una raccolta cronologica di "figurine" (mettiamo: il '68, la conquista della luna, la morte di Pasolini, il terrorismo, Moro, i due terremoti, ecc.) gli sceneggiatori Rulli e Petraglia, coppia ormai collaudata, hanno filtrato solo lo spirito del tempo, quello che ricade nel quotidiano dei due fratelli protagonisti. Sembra facile, ma è la cosa più difficile di tutte: parlare del mondo senza fare un bignami scolastico. Si è visto, questo, in tante fiction degli ultimi tempi, e l'effetto è stato penoso.
L'altra differenza di fondo, forse, è che Giordana ha fatto "cinema", invece che televisione, e in più ha saputo scegliere un cast affiatato e convincente. Boni, Lo Cascio, Trinca, Adriana Asti, Gifuni, Sonia Bergamasco, sembrano davvero vissuti insieme per anni, a vederli recitare: una specie di magia. Stasera si chiude, Rai 3 alle 21: buona visione a tutti, sperando di non dover invecchiare per vedere un'altra fiction così riuscita. Non di sole repliche vive il teleutente...











e una dozzina di cantanti/autori di successo (pochi) e non (la gran parte), metteteli in una casa e fateli sfidare tra loro a suon di canzoni. In teoria insomma è possibile vedere come un cantante prepara e arrangia il pezzo che gli tocca eseguire, in un'apposita sala prove e con l'aiuto di un vero maestro, che qui è l'ottimo Fio Zanotti. Credo che il processo che porta a ricreare una canzone nota, dovrebbe essere interessante per chiunque ami la musica: la genesi di qualcosa è sempre affascinante. Ovviamente, non sempre si tratta di musica straordinaria e interpreti indimenticabili: siamo nel campo della musica leggera, certo, e bisogna accontentarsi di Massimo di Cataldo, Viola Valentino e simili, qualcuno bravo, qualcuno meno. Sarebbe pura fantascienza che tra quelle mura entrassero, che so, Francesco De Gregori, Pino Daniele o Ivano Fossati, almeno per ora...L'idea di base, comunque, rimane suggestiva, e poco praticata dalle tivù, perfino quelle specializzate, come MTV o All Music. Si offre la musica in quantità industriali, ma privilegiando l'ottica giovanilistica, la hit-parade, l'aspetto esteriore. Manca da sempre l'aspetto tecnico della musica, nessuno si addentra mai nell'officina dei suoni, nella fucina vera e propria dei musicisti: di loro sappiamo tutt'altre cose, e spesso di nessuna consistenza. Come hai cominciato? Sei soddisfatto del tuo ultimo disco? Come se uno potesse dichiarare: No, il mio ultimo disco fa cagare, ve lo sconsiglio! Alla fine è un minestrone rumoroso e concitato, dove tutti ridacchiano come cretini e lo spettatore o ride anche lui (inebetito) o spegne la tivù per ascoltare un disco.
Mancano quelli che Sandro Veronesi, in una vecchia prefazione a un altro libro di Fante, chiamò "gli ormoni". Intendeva dire che la forza principale di questi romanzi era la loro fame di vita, di successo, di emancipazione dal novero dei perdenti, magari disprezzati (in quanto emigranti), a quello di chi ce l'ha fatta. C'è sempre il confronto tra la propria identità latina e il mito del sogno americano, la terra promessa con i suoi tesori generosi: le donne, i soldi, la bella vita, la fama. Ma soprattutto la voglia di riscatto di chi viene dal basso, e ha ingoiato polvere e insulti. Sono cose che iniettano un'energia spaventosa dentro, e spingono a farcela comunque, anche contro ogni apparenza e logica. Fante ce la fece, anche se poi gli è toccata la condanna peggiore per uno scrittore: il silenzio e l'oblio, per interi decenni. Solo da poco è stato riscoperto e oggi ha il posto che merita tra i grandi narratori italo- americani. Un film, forse, non poteva riuscire a catturare un tale groviglio interiore, soprattutto quella mistura esplosiva di smisurata ambizione artistica e morale profondamente cattolica, che nel libro aveva un giusto sviluppo. Gli attori fanno del loro meglio, e la storia ha una sua tenuta, ma l'adattamento del regista e la scelta di focalizzare tutto sulla love story tra Arturo e Camilla ha lasciato fuori, secondo me, l'anima vera del mondo di Fante, quella che poi illumina di riflesso ogni evento e personaggio.