mercoledì, 31 maggio 2006

Uno vede, anzi rivede, "La meglio gioventù" di Giordana, e si chiede: perché nel 90% dei casi la televisione è lontana da standard di così eccellente livello? Questa storia che sceneggia gli ultimi quarant'anni italiani attraverso le vicende di due fratelli è scritta e recitata con una sensibilità davvero rara, e non solo per il piccolo schermo. Neppure al cinema, spesso, si vedono opere di questo livello. L'elemento che fa la differenza, rispetto a operazioni analoghe, secondo me è questa: invece di fare una raccolta cronologica di "figurine" (mettiamo: il '68, la conquista della luna, la morte di Pasolini, il terrorismo, Moro, i due terremoti, ecc.) gli sceneggiatori Rulli e Petraglia, coppia ormai collaudata, hanno filtrato solo lo spirito del tempo, quello che ricade nel quotidiano dei due fratelli protagonisti. Sembra facile, ma è la cosa più difficile di tutte: parlare del mondo senza fare un bignami scolastico. Si è visto, questo, in tante fiction degli ultimi tempi, e l'effetto è stato penoso.

L'altra differenza di fondo, forse, è che Giordana ha fatto "cinema", invece che televisione, e in più ha saputo scegliere un cast affiatato e convincente. Boni, Lo Cascio, Trinca, Adriana Asti, Gifuni, Sonia Bergamasco, sembrano davvero vissuti insieme per anni, a vederli recitare: una specie di magia. Stasera si chiude, Rai 3 alle 21: buona visione a tutti, sperando di non dover invecchiare per vedere un'altra fiction così riuscita. Non di sole repliche vive il teleutente...

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categoria:cinema, televisione
mercoledì, 24 maggio 2006

Come volevasi dimostrare, anche a Cannes l'equivoco sul "Caimano" di Moretti si è ripetuto. Alcuni giornalisti, pur senza stroncare il film, si dicono delusi: poco mordente, scrivono. La verità è che anche loro si aspettavano il film comiziante, la battuta al vetriolo contro Berlusca, e davanti a un'opera molto più raffinata e composita si sono trovati spiazzati. Pazienza.

In realtà qualche puntura c'è, nel film: ad esempio il tormentone del film nel film, "ma da dove vengono tutti questi soldi?" Però tutto è inserito in un contesto diverso, amaro e malinconico, che riflette sull'Italia ai tempi del nano, e magari su tutto il resto, a cominciare dai sentimenti e dal cinema stesso, che risentono ovviamente del clima sociale e politico. Spiace che certi critici vadano al festival con l'elmetto e scambino un regista raffinato come Moretti per un ultras col sangue agli occhi. Quasi come se Moretti fosse l'uomo-lupo di "Sogni d'oro", ricordate? Oppure, meglio ancora, il volgarissimo regista che duella in tivù col suo collega, nello stesso film. Che non sia così lo dimostra tutto il percorso filmico di Moretti. Fatti, non parole. Cinema, insomma, non propaganda.

Che il cinema italiano, comunque, sia condannato spesso agli equivoci è un fatto assodato. Ci sono fantasmi illustri, come Fellini, Visconti, Rossellini o Antonioni, che condizionano sempre i giudizi che si danno all'estero sui nostri film. Tornatore era bravissimo, ad esempio, finchè riprononeva gli stilemi barocchi e visivamente opulenti del cinema felliniano. Quando invece ha firmato un film diverso, e per me molto bello, come "Una pura formalità", tutti a dirsi delusi perchè si sentivano traditi. Come se il cinema italiano per loro non potesse essere diverso, in un paese che é ovviamente diverso, e non è più il giardino d'Europa che tutti hanno conosciuto nei film. Lo stesso discorso vale per autori come Martone e altri, penalizzati perchè mostrano un paese più ombroso e complesso di come lo sognano loro. Verrebbe da dire a francesi o americani che forse anche loro non fanno più il cinema di Huston o Wilder, o Clair o Truffaut, e allora? Registi in gamba ce ne sono sempre, basta non andare al cinema con gli occhi fissi nel passato. Ma forse oggi domina il critico presbite: vede meglio ciò che è molto lontano, e non riconosce il buon cinema che ha davanti.

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categoria:cinema
venerdì, 12 maggio 2006

Si parla molto in questi giorni di Alex Infascelli che ha scelto di uscire con il suo film "H2Odio" direttamente in edicola nel formato DVD. Bravo! La sua scelta è perfettamente giustificata dalla triste situazione distributiva che penalizza chi fa cinema oggi in Italia: difficile competere, soprattutto, con le invasioni degli "ultracorpi" americani, che presidiano le nostre sale in particolar modo tra novembre e febbraio. Se ci fate caso, in quel periodo il cinema italiano si eclissa, scompare, per riapparire in massa verso marzo. La stagione insomma è divisa in blocchi: c'è chi ha un film pronto da mesi, ma preferisce farlo uscire tre-quattro mesi dopo, proprio per "legittima difesa"...

Detto questo, la scelta di Infascelli è un altro tassello sulla strada del progressivo smantellamento dei "luoghi deputati" alla fruizione. Probabilmente le sale tradizionali diverranno altro, magari una via di mezzo tra la videoteca e il centro commerciale, o chissà cos'altro, mentre i nuovi film si vedranno principalmente tra le mura domestiche. Sullo stesso piano si assiste alla dislocazione della musica: il disco, l'attuale CD, sembra destinato a sparire, soppiantato da questa ondata di nuovi apparecchi di riproduzione e dalla musica digitale. Ora, non voglio fare la parte del passatista a oltranza, ma confesso che la scomparsa dell'oggetto disco per me sarebbe molto triste. Già ho assorbito a fatica la fine dei vecchi "padelloni" in vinile, e adesso si parla dei Cd come archeologia. Che diamine, dateci tempo! Non nego certo la comodità pratica di molte di queste innovazioni: i CD ad esempio, si conservano molto meglio dei loro predecessori, sia come qualità del suono che per le dimensioni ridotte. L'oggetto però rimane, e secondo me non va soppresso, come tutte le cose alle quali è bello e facile affezionarsi. Io non mi sognerei nemmeno, adesso, di cercare dischi a 33 giri, eppure ogni vecchio vinile lo conservo con cura: di molti ricordo ancora come e quando li ho ascoltati la prima volta, e le sensazioni che mi hanno dato. Tu chiamale, se vuoi, emozioni!

Mi consola pensare che spesso si assiste a dei ritorni ciclici di "anticaglie": i vinili ad esempio, sorprendentemente, hanno conservato una certa resistenza in alcune nicchie, come i dee-jay, o i collezionisti più accaniti, favoriti in questo dalla nascita di etichette che ristampano dischi del periodo '60-'70 (prog, psichedelia) direttamente in versione analogica. In Italia è il caso soprattutto di Akarma (di La Spezia), ma ormai ne esistono diverse . Insomma, tutto torna, come nella moda, e in questo senso nessuna morte è davvero definitiva. Intanto, prima di procedere oltre, diamoci una calmata e godiamoci quello che abbiamo: secondo me non è poco.

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categoria:cinema, tecnologie, dischi
lunedì, 08 maggio 2006

"Music Farm", il reality condotto da Simona Ventura è uno dei pochi programmi televisivi che sulla carta potrebbe comunicare vero amore per la musica. Non a caso ho scritto "sulla carta": di fatto, la vulcanica Ventura e le esigenze di audience (ah, che condanna!) riducono questo reality a un programma dove trionfa ancora una volta il pettegolezzo, le litigate in mutande e il rutto libero. Come altri reality, insomma.

Il format è questo: prendete una dozzina di cantanti/autori di successo (pochi) e non (la gran parte), metteteli in una casa e fateli sfidare tra loro a suon di canzoni. In teoria insomma è possibile vedere come un cantante prepara e arrangia il pezzo che gli tocca eseguire, in un'apposita sala prove e con l'aiuto di un vero maestro, che qui è l'ottimo Fio Zanotti. Credo che il processo che porta a ricreare una canzone nota, dovrebbe essere interessante per chiunque ami la musica: la genesi di qualcosa è sempre affascinante. Ovviamente, non sempre si tratta di musica straordinaria e interpreti indimenticabili: siamo nel campo della musica leggera, certo, e bisogna accontentarsi di Massimo di Cataldo, Viola Valentino e simili, qualcuno bravo, qualcuno meno. Sarebbe pura fantascienza che tra quelle mura entrassero, che so, Francesco De Gregori, Pino Daniele o Ivano Fossati, almeno per ora...L'idea di base, comunque, rimane suggestiva, e poco praticata dalle tivù, perfino quelle specializzate, come MTV o All Music. Si offre la musica in quantità industriali, ma privilegiando l'ottica giovanilistica, la hit-parade, l'aspetto esteriore. Manca da sempre l'aspetto tecnico della musica, nessuno si addentra mai nell'officina dei suoni, nella fucina vera e propria dei musicisti: di loro sappiamo tutt'altre cose, e spesso di nessuna consistenza. Come hai cominciato? Sei soddisfatto del tuo ultimo disco? Come se uno potesse dichiarare: No, il mio ultimo disco fa cagare, ve lo sconsiglio! Alla fine è un minestrone rumoroso e concitato, dove tutti ridacchiano come cretini e lo spettatore o ride anche lui (inebetito) o spegne la tivù per ascoltare un disco.

I concerti dal vivo sono un discorso a parte. E' forse la sola dimensione della musica in tivù che non cambierei. Resta anzi il rimpianto che la RAI,  pur avendo nel suo archivio ore e ore di vecchi documenti ripresi nei primi e affollati festival pop italiani, dove si esibivano artisti come Banco, Osanna e tanti altri, non li mandi mai in onda. Tali documenti restano invisibili, quando sarebbe un'operazione fruttuosa, ad esempio, farne dei DVD col marchio RAI e metterli in vendita: renderebbe più ricche le casse dell'azienda, ma soprattutto farebbe la gioia di tutti i numerosi appassionati del genere. Quorum ego, naturalmente. Possibile che nessuno ci abbia pensato? Mistero della Tele.

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categoria:musica, tivù
giovedì, 04 maggio 2006

Da quanto tempo i network televisivi italiani non trasmettono un film in bianco e nero in prima serata? Provate a pensarci: una vita. Tranne rarissime occasioni (magari in morte di qualche divo del tempo che fu) il cinema classico ormai passa solo a tarda notte o in qualche sonnacchioso pomeriggio estivo, quando tutti sono da un'altra parte, in vacanza magari. Il nostro universo mediatico è colore, plastica, velocità, spot: non trova più posto l'idea di lentezza e riflessione, il punto di vista sottratto a queste categorie "giovanilistiche". Mi viene in mente quel bellissimo libro di Milan Kundera ("La lentezza" appunto) che smontava col gusto dei suoi filosofici paradossi questo culto smodato, e un po' stupido, del mondo che brucia i tempi, ma perde molto di più. L'attesa, il mistero, la vigilia del piacere, per citare il poeta Salinas.

Adesso non lo dico solo perchè io non guido, pur avendo preso a suo tempo la patente (si noti l'eleganza), e mi sposto preferibilmente a piedi, ma credo davvero che andando più lentamente, e agendo di conseguenza, il mondo appaia sotto una luce diversa. Si colgono dettagli, sfumature e c'è sempre tempo per il ripensamento. Le stupidaggini si possono fare anche lentamente, è chiaro, ma almeno lo si capisce! Un altro libro che consiglio sul tema è "La scoperta della lentezza" dello scrittore tedesco Sten Nadolny (uscito da Garzanti nel 1985): ripercorre la storia di un celebre esploratore inglese, che fino ai dieci anni soffriva di una strana forma di lentezza, quasi patologica, e poi, a forza di osservare gli altri e ascoltare, diventa quel che sceglie di essere.

Al cinema è noto che un rallentamento delle immagini,  a parte il rallenty vero e proprio, contribuisce alla suspence in maniera infallibile: è così nei thriller, ma anche in certi film d'autore. Un caso di sublime lentezza cinematografica è "Barry Lyndon" di Kubrick, con l'uso dei campi lunghi che isolano i personaggi e le loro passioni. Quando l'immagine è quasi statica vuol dire che il colpo di scena è in arrivo. Per quanto riguarda la musica è inutile sottolineare la suggestione delle note lunghe, magari senza base ritmica, e l'uso di eco e riverberi: a proposito cito brani come "Ainda" (Madredeus) o anche "L'oceano di silenzio" di Battiato, uno che di certe seduzioni rarefatte se ne intende, anche per la sua passione per la filosofia e la ricerca interiore. Rallentate, gente, rallentate.

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categoria:musica, libri, lentezza
martedì, 02 maggio 2006

Avete già visto "Chiedi alla polvere", il film di Robert Towne dall'omonimo libro di John Fante? Io sì, pur sapendo che andavo incontro a una piccola delusione, avendo letto e amato molto il romanzo. In questi casi infatti il confronto è quasi sempre impari, e sempre a vantaggio del libro. Però, come dire, c'è sempre il rischio (piacevole) di essere smentiti, e nella storia del cinema non mancano casi in cui un film ha migliorato addirittura il testo di base. Lo stesso Hitchcock , ad esempio, era famoso perché andava sempre a scovare dei libri mediocri, spesso dei gialli dozzinali, dai quali riusciva invariabilmente a trarre dei capolavori. Be', stavolta non è andata così.

Mancano quelli che Sandro Veronesi, in una vecchia prefazione a un altro libro di Fante, chiamò "gli ormoni". Intendeva dire che la forza principale di questi romanzi era la loro fame di vita, di successo, di emancipazione dal novero dei perdenti, magari disprezzati (in quanto emigranti), a quello di chi ce l'ha fatta. C'è sempre il confronto tra la propria identità latina e il mito del sogno americano, la terra promessa con i suoi tesori generosi: le donne, i soldi, la bella vita, la fama. Ma soprattutto la voglia di riscatto di chi viene dal basso, e ha ingoiato polvere e insulti. Sono cose che iniettano un'energia spaventosa dentro, e spingono a farcela comunque, anche contro ogni apparenza e logica. Fante ce la fece, anche se poi gli è toccata la condanna peggiore per uno scrittore: il silenzio e l'oblio, per interi decenni. Solo da poco è stato riscoperto e oggi ha il posto che merita tra i grandi narratori italo- americani. Un film, forse, non poteva riuscire a catturare un tale groviglio interiore, soprattutto quella mistura esplosiva di smisurata ambizione artistica e morale profondamente cattolica, che nel libro aveva un giusto sviluppo. Gli attori fanno del loro meglio, e la storia ha una sua tenuta, ma l'adattamento del regista e la scelta di focalizzare tutto sulla love story tra Arturo e Camilla ha lasciato fuori, secondo me, l'anima vera del mondo di Fante, quella che poi illumina di riflesso ogni evento e personaggio.

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categoria:libri, cinema, john fante