sabato, 29 aprile 2006

"L'ha detto la televisione", prima che il sistema televisivo italiano si aprisse alle emittenti commerciali, era qualcosa che significava, più o meno, "è verità, non può essere che così." C'era meno libertà e meno pluralismo, certo, e qualche certezza (illusoria) in più. Se il martedì mattina, a scuola, uno ti chiedeva "hai visto il film ieri sera?", non c'era alcun dubbio che si stesse riferendo al film trasmesso in prima serata sulla prima rete RAI appunto il lunedì sera, giorno consacrato al cinema in tivù. Fatta oggi, una domanda del genere, non avrebbe senso. La verità assoluta, in tivù e nella vita, probabilmente non esiste. Oppure esiste, ma è misconosciuta da chi dovrebbe comunicarla. Sto parlando, ovviamente, di verità piccole e non di massimi sistemi.

Un conduttore bravo e intelligente come Fabio Fazio, anni fa s'inventò un programma come "Anima mia", dove resuscitava, in chiave più o meno ironica, feticci e ricordi degli anni Settanta. Musicalmente però ebbe il torto di rappresentare l'Italia dell'epoca come un dominio di artisti come Baglioni, Pooh e Cugini di Campagna (da cui il titolo appunto)...Non so se Fazio sia sprovveduto o furbo, ma tutti dovrebbero sapere che non era esattamente così. Quel periodo è stato uno dei più eccitanti per la nostra musica, perché si scardinava finalmente il predominio dei tre minuti a canzone per gettarsi in lunghe suites, non sempre calibrate, dove comunque c'era una libertà creativa inconcepibile fin lì. Si ascoltavano suoni d'ogni tipo, accostamenti audaci tra generi diversi, e non si aveva paura di improvvisare, come nel jazz. La voglia di dire tutto, ma con nuovi strumenti e nuove parole, dava origine ai famigerati "concept-album": dischi cioè dove tutti i brani erano legati da un medesimo argomento, e qui la fantasia dei gruppi italiani fu notevole. Basta leggere i titoli dei dischi più noti del progressive nostrano: "La bibbia" (Rovescio della Medaglia); "Caronte" e "Atlantide" (Trip); "Darwin" (Banco); "Zarathustra" (Museo Rosenbach); "Passio secundum Mattheum" (Latte e Miele), ecc. Per non parlare dei concept di genere "fantasy", forse anche più interessanti: "Felona e Sorona" (Orme), "Ys" del Balletto di Bronzo o "Mr. E. Jones"(Nuova Idea) per citarne un paio. E non mancavano incursioni nel sociale, come "Palepoli" degli Osanna. Non c'erano confini, e ovviamente nascevano anche dei mostri, ma quella stagione, anche nei suoi lati eccessivi, non è passata inutilmente. Molti dei musicisti più rispettati, come Ivano Fossati, Franco Battiato, Ivan Graziani, Michele Zarrillo, Red Canzian (Pooh), Alberto Radius e lo stesso Luis Bacalov, si sono formati in quel clima e se la forma- canzone oggi è un contenitore così aperto e sfaccettato è anche merito di certe esperienze.

             

Ecco perchè il gentile Fazio, tra uno scherzo e l'altro, avrebbe potuto ricordarli, quei nomi. Avrebbe contribuito a dare un'idea più vera di una scena musicale che forse, dopo, non è mai più stata così ricca e libera. Con tutto il rispetto per Baglioni e soci, non si può sempre puntare sui soliti nomi, e ignorare tutto il resto, soprattutto se si ha il privilegio di parlare a un pubblico vasto come quello televisivo. Per rimediare, nel mio piccolo, faccio seguire una lista di gruppi e solisti rigorosamente anni Settanta, per i quali rimando poi al mio sito "AltreMuse" ( http://xoomer.virgilio.it/altremuse/ ) per ulteriori approfondimenti.

In ordine sparso, oltre a quelli già citati: Area, Acqua Fragile, Campo di Marte, Circus 2000, Albero Motore, De De Lind, Arti e Mestieri, Maxophone, Alan Sorrenti, PFM, Jumbo, Dedalus, Delirium, Alphataurus, Locanda delle Fate, Perigeo, Metamorfosi, Agorà, Il Volo, Biglietto per L'Inferno, Garybaldi, Pholas Dactylus, Pierrot Lunaire, Saint Just, Rustichelli e Bordini, Reale Accademia di Musica, Quella Vecchia Locanda, Rocky's Filj, Osage Tribe, Opus Avantra, Murple, Semiramis, Toni Esposito, Sensations' Fix, Stormy Six, Claudio Rocchi, e tanti altri. Perchè loro c'erano, e non dormivano affatto...

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categoria:musica, progressive, anni settanta
sabato, 22 aprile 2006

Il Berlusca ha perso, ma non telefona. Non solo non telefona al legittimo vincitore, ma proclama a gran voce che non lo farà mai, nel tripudio dei suoi seguaci.  La guerra, per uno così, non finisce mai: anzi, è la sola ragione di vita. Del resto a cosa potrebbe appigliarsi quando i numeri e gli italiani gli danno torto (di poco, e questo gli rode)? Non ha più niente da dire se non ripetere a iosa la solita tiritera sulla congiura ai suoi danni. Più che stupido, il suo è uno spettacolo noioso, e umanamente squallido. Al confronto, Follini pare uno statista coi fiocchi: lui invece un pupazzo caricato a molla, senza capacità di autocritica e privo di sfumature. Si può perdere in tanti modi, e lui ha scelto il peggiore. Il problema è suo, e di chi gli sta vicino, tanto Prodi governerà ugualmente, e speriamo a lungo, nonostante tutto.

Stavolta non ho parlato di libri, dischi o film, ma vuoi mettere? Un tipo simile è meglio di un compendio, una vera enciclopedia del cattivo gusto a trecentosessanta gradi. L'apoteosi della farsa e l'esatto contrario dello stile. Insomma, Berlusca: basta la parola.

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categoria:berlusconi
mercoledì, 05 aprile 2006

Radio libere, si diceva una volta. Era un'altra epoca, non solo un altro decennio. E' così vero che perfino quel nome ("libere") oggi fa sorridere. Tutti i network che vanno per la maggiore hanno indubbiamente freschezza e personaggi accattivanti, come Radio Deejay (con i vari Linus, Fabio Volo, Nicola Savino, Luciana Littizzetto), ma tendono ahimè a somigliarsi tutti, con poche sfumate diversità, nel tipo di musica trasmessa. Tutte queste radio, che forse è più giusto definire "commerciali", adottano la famosa lista dei 40 brani più in voga (il numero è indicativo), che ascoltiamo continuamente, con rare varianti. Molti palinsesti hanno poi delle piccole oasi dedicate alla memoria: cito "Area protetta" di Radio Capital (ore 21.00), dove è possibile ascoltare anche musica anni Settanta di buon livello, e qualche riflessione meno superficiale. Il resto però scivola via senza lasciare molte tracce, almeno per me quando mi capita di ascoltarle. Probabilmente sto invecchiando...

Ricordo bene quel periodo (1976-1977) che segnò la vera esplosione del fenomeno: le radio "libere" o "private" (i due termini erano sinonimi), erano davvero una novità, per certi versi sconvolgente. La radio ufficiale, la Rai, era un'entità distante e un poco rigida, mentre queste piccole radio locali ti sorprendevano proprio per le voci fresche, magari dialettali, e la spigliatezza un po' caotica dei programmi. Soprattutto, per me, c'era la possibilità di ascoltare un certo rock che la Rai trasmetteva col contagocce. Si parlava molto anche allora, perfino troppo: io stesso, che per un paio d'anni ho curato con un amico una trasmissione sul "pop italiano" (la parola "progressive" allora non la usava nessuno), potevo parlare dieci minuti per introdurre un pezzo che ne durava cinque! Dicevo tutto quello che sapevo di quel gruppo/artista, facevo i nomi, definivo lo stile, citavo possibili somiglianze, insomma mi dilungavo a dismisura, e godevo parecchio nel farlo. Lo ammetto: sentire la propria voce in cuffia mentre parli in un microfono, con le luci basse in un piccolo studio foderato di contenitori d'uova (per isolare acusticamente l'ambiente!), e poter trasmettere la tua musica preferita, è uno dei miei ricordi più belli. Era anche un modo per uscire dal proprio guscio e dalle tipiche incertezze adolescenziali. Oggi ho l'impressione che i ragazzi non siano meno insicuri di una volta, ma sicuramente hanno più modi per esprimersi, più mezzi per incontrarsi: il fatto che ci siano ancora giovani che si suicidano o si perdono in tante maniere atroci (droghe, sette, ecc.) è un vero paradosso di questi tempi pieni di contraddizioni. Anch'io ne sono pieno, e a un certo punto cominci a pensare che non è la vita che migliora (se migliora), ma tu che ci hai fatto il callo...Si sviluppano difese, in qualche modo si convive con se stessi, si pretende di meno. Però si spera ancora, assurdamente, che la faccenda non sia tutta qui.

Quello che volevo dire, sulle radio di oggi, è che forse dovrebbero recuperare quello spirito "carbonaro" delle loro sorelle maggiori: e dunque sdoganare anche tutta la musica che si produce oggi e che nessuno trasmette mai, neppure per sbaglio. Perchè l'Italia, e  non solo, è piena di gruppi e artisti che se ne infischiano di fare il pezzo "buono per la radio", tre minuti esatti,  e si sforzano di creare qualcosa di originale. Riescono anche a fare i loro CD per piccole etichette specializzate, ma restano sempre in una nicchia di pochi adepti perché il problema grosso è la distribuzione e la promozione sui media. Un dee-jay qualsiasi, che ama davvero la musica e il suo mestiere, con un minimo di curiosità per il nuovo, dovrebbe occuparsi proprio di questa musica clandestina, e tirarla fuori dall'oblio quando lo merita. Invece si pompano sempre i soliti dieci cantanti a rotazione. Che senso ha avere tante voci in più di trent'anni fa e sentire sempre la stessa musica? A me sembra uno spreco e basta. Anzi, uno spreco di libertà.

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categoria:musica, radio