Scrittori così ce ne sono pochi. Di quelli che appena apri un loro libro ti risucchiano dentro zone remote, misteriose, eppure familiari. Quanti libri si leggono, uno dopo l'altro, per ritrovare proprio quest'impressione? Qui c'è un amico, pensiamo, uno che potrei aver conosciuto. Come un fratello maggiore, o solo un vecchio compagno di scuola, perso con tutti gli anni andati.
Sto parlando di Haruki Murakami, lo scrittore giapponese che da qualche anno ha una discreta circolazione anche da noi. L'ho scoperto con "Tokyo blues", mi ha coinvolto con "A sud del confine, a ovest del sole", e mi ha decisamente ammaliato con quello sterminato capolavoro che è "L'uccello che girava le viti del mondo". Centinaia di pagine per descrivere momenti forse indescrivibili nella vita di un tranquillo giovane uomo che la solitudine e l'abbandono rischiano di alterare. Si seguono i suoi equilibrismi sul filo del rimpianto, le misteriose telefonate di donne enigmatiche, la sua discesa (letterale) nel pozzo della ricerca di sé, la sua lotta per capire chi e che cosa sta mandando in pezzi la sua vita. Uno di quei libri che più sono lunghi e più si vorrebbe non finissero più, non ci togliessero il piacere di perderci e l'ansia, così umana, di risalire dal pozzo con una speranza in più. Magari non succede, ma che importa? La vita stessa è così: una ricerca, una domanda senza garanzia di risposta. E' proprio la domanda il senso, e i romanzi di Murakami dicono appunto questa elementare verità. Lo fanno però con un stile ricco di dettagli prosaici molto realistici che anche nel mezzo del dramma più fitto e ambiguo, lasciano un sapore di quieta umanità. Ad esempio, il gatto scompare e proprio cercandolo nei dintorni, il protagonista fa degli incontri: la casa disabitata, il pozzo, una ragazza lunatica, e allora si capisce che tutto si lega, il piccolo e il grande, il noto e l'ignoto, come un enorme puzzle di tessere che vanno e vengono sotto la lente della nostra mutevole attenzione. Dipende come sappiamo guardare a certi particolari, se li lasciamo entrare nella nostra vita o li lasciamo fuori.
I romanzi di Murakami mostrano un Giappone visto di sbieco, da un'angolazione molto solitaria, appartata, dove pure passano e si depositano scorie della civiltà dei consumi: le musiche, le mode, gli oggetti e la tecnologia parlano il linguaggio di un occidente forse stanco, che sembra subire, più che scegliere. Voglio dire che certe figure, come Mishima, sono lontane dal mondo di Murakami: è un figlio di quella generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta, nel momento di massima rottura col Giappone tradizionale uscito dalla seconda guerra mondiale. Eppure, nel torrenziale libro succitato, lo scrittore sa anche far entrare quella esperienza centrale, la guerra e i suoi testimoni, l'eredità invisibile di quella tragedia. Uno scrittore vero, che fa bene allo spirito incontrare. Consiglio a chi lo ignora di leggerlo, e magari di farmi sapere le sue impressioni, anche diverse dalle mie. Siamo qui per questo, no?











La cosa mi suscita due sensazioni opposte: se da un lato fa piacere ogni tanto far parte d'una compagnia meno esclusiva (avete mai visto un film soli soletti in una sala vuota?), dall'altro sono consapevole che molti dei presenti erano tutt'altro che dei cinefili, ma curiosi semmai di vedere il paventato film "contro Berlusconi". Invece, con somma delusione di qualcuno, il film-comizio non c'era. Al suo posto, Moretti ci ha regalato un'opera d'autore davvero spiazzante, intensa e complessa, più emotiva che oratoria.
Il cinema italiano è sempre in crisi, o moribondo, ma in che senso? Il sistema produttivo o distributivo è tremendo, va bene, come la logica del finanziamento pubblico. Se invece parliamo di livello medio dei film italiani, mi permetto di dissentire dal solito coro che spara a zero con un gusto non si capisce se più sadico o più superficiale.