mercoledì, 29 marzo 2006

Scrittori così ce ne sono pochi. Di quelli che appena apri un loro libro ti risucchiano dentro zone remote, misteriose, eppure familiari. Quanti libri si leggono, uno dopo l'altro, per ritrovare proprio quest'impressione? Qui c'è un amico, pensiamo, uno che potrei aver conosciuto. Come un fratello maggiore, o solo un vecchio compagno di scuola, perso con tutti gli anni andati.


Sto parlando di Haruki Murakami, lo scrittore giapponese che da qualche anno ha una discreta circolazione anche da noi. L'ho scoperto con "Tokyo blues", mi ha coinvolto con "A sud del confine, a ovest del sole", e mi ha decisamente ammaliato con quello sterminato capolavoro che è "L'uccello che girava le viti del mondo". Centinaia di pagine per descrivere momenti forse indescrivibili nella vita di un tranquillo giovane uomo che la solitudine e l'abbandono rischiano di alterare. Si seguono i suoi equilibrismi sul filo del rimpianto, le misteriose telefonate di donne enigmatiche, la sua discesa (letterale) nel pozzo della ricerca di sé, la sua lotta per capire chi e che cosa sta mandando in pezzi la sua vita. Uno di quei libri che più sono lunghi e più si vorrebbe non finissero più, non ci togliessero il piacere di perderci e l'ansia, così umana, di risalire dal pozzo con una speranza in più.  Magari non succede, ma che importa? La vita stessa è così: una ricerca, una domanda senza garanzia di risposta. E' proprio la domanda il senso, e i romanzi di Murakami dicono appunto questa elementare verità. Lo fanno però con un stile ricco di dettagli prosaici molto realistici che anche nel mezzo del dramma più fitto e ambiguo, lasciano un sapore di quieta umanità. Ad esempio, il gatto scompare e proprio cercandolo nei dintorni, il protagonista fa degli incontri: la casa disabitata, il pozzo, una ragazza lunatica, e allora si capisce che tutto si lega, il piccolo e il grande, il noto e l'ignoto, come un enorme puzzle di tessere che vanno e vengono sotto la lente della nostra mutevole attenzione. Dipende come sappiamo guardare a certi particolari, se li lasciamo entrare nella nostra vita o li lasciamo fuori.


I romanzi di Murakami mostrano un Giappone visto di sbieco, da un'angolazione molto solitaria, appartata, dove pure passano e si depositano scorie della civiltà dei consumi: le musiche, le mode, gli oggetti e la tecnologia parlano il linguaggio di un occidente forse stanco, che sembra subire, più che scegliere. Voglio dire che certe figure, come Mishima, sono lontane dal mondo di Murakami: è un figlio di quella generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta, nel momento di massima rottura col Giappone tradizionale uscito dalla seconda guerra mondiale. Eppure, nel torrenziale libro succitato, lo scrittore sa anche far entrare quella esperienza centrale, la guerra e i suoi testimoni, l'eredità invisibile di quella tragedia. Uno scrittore vero, che fa bene allo spirito incontrare. Consiglio a chi lo ignora di leggerlo, e magari di farmi sapere le sue impressioni, anche diverse dalle mie. Siamo qui per questo, no?

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categoria:libri, murakami
martedì, 28 marzo 2006

Miracolo, miracolo! Ho visto fare la fila al cinema a un primo spettacolo (venerdì) dopo anni di sparute presenze. Erano le quattro del pomeriggio, e invece delle consuete 5-6 persone, mi sono visto affiancato da un manipolo quantificabile sui 25-30. Quasi un record, per un simile orario. Il film, forse l'avrete indovinato, era il famigerato "Caimano" di Moretti.

La cosa mi suscita due sensazioni opposte: se da un lato fa piacere ogni tanto far parte d'una compagnia meno esclusiva (avete mai visto un film soli soletti in una sala vuota?), dall'altro sono consapevole che molti dei presenti erano tutt'altro che dei cinefili, ma curiosi semmai di vedere il paventato film "contro Berlusconi". Invece, con somma delusione di qualcuno, il film-comizio non c'era. Al suo posto, Moretti ci ha regalato un'opera d'autore davvero spiazzante,  intensa e complessa, più emotiva che oratoria.

Insomma, il caimano ha compiuto un duplice miracolo: ha smontato le retroguardie armate del monarca di Arcore (incluso Giulianone Ferrara), e allo stesso tempo ha riempito le sale con un film davvero bello, probabilmente uno tra i risultati migliori di Moretti dai tempi di "Palombella rossa". C'è, tuttosommato, di che essere soddisfatti, come spettatori e non solo, in attesa di fare festa la sera del 10 aprile. Non tutto è perduto, miei Prodi.

 

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categoria:cinema, moretti, caimano
mercoledì, 15 marzo 2006

In Italia, è risaputo, tutti scrivono e nessuno legge. La conseguenza di questo squilibrio è il livello estremamente basso dei dattiloscritti inediti che arrivano agli editori. Probabilmente è questo il motivo per cui l'editoria italiana è incapace, quasi sempre, con rarissime eccezioni, di smaltire correttamente tutto questo materiale. Rispondere è cortesia, mi viene da dire, ma il silenzio è spesso l'unica risposta che il mittente (romanziere, poeta, saggista) potrà ricevere. Personalmente, visto che ho anch'io qualche velleità letteraria (la differenza è che io leggo), ricordo di aver ricevuto solo un paio di risposte, entrambe puramente formali però, probabilmente standard, del tipo "la ringraziamo della fiducia, ma i nostri programmi editoriali sono al completo fino al...2060". Vabbé. In un caso soltanto (su circa una dozzina) mi è stato almeno rispedito indietro il mio romanzo.

Ora, io faccio un semplice ragionamento. Se un editore, magari di grande prestigio e dunque provvisto di mezzi, non è in grado di pagare un gruppo di giovanotti solo per leggere e valutare quanto arriva in redazione, be', mi chiedo chi dovrebbe farlo...I panettieri? (Sai, alle volte). No, in Italia non dico essere pubblicati, ma almeno letti e valutati richiede sforzi titanici, una faccia di tolla corazzata o amicizie filomafiose. Attenzione: non parlo per frustrazione personale. Io posso vivere lo stesso, e il mito del successo non mi tocca neppure di striscio (sto benissimo nell'ombra, come il conte Dracula). Il problema è che così facendo si alimenta a dismisura l'esercito dei mitomani, di coloro che sono arciconvinti che solo una congiura massonico-plutocratica, con evidenti scopi eversivi, può tenere le masse all'oscuro della nascita di un genio. Voglio dire che sarebbe meglio rispondere a tutti, brevemente ma infallibilmente, con una formula concisa e inequivocabile. Qualcosa del tipo: "Gentile autore, nelle mie qualità di consulente del tale editore, io posso affermare senza ombra di dubbio che il suo romanzo è meno che mediocre e lontanissimo, da ogni punto di vista, da qualsivoglia standard minimo di leggibilità. Avvilisce e sconcerta come un monologo di Emilio Fede. La letteratura insomma non fa per lei. Provi con il giardinaggio o l'origami." Meglio la franchezza che un pericoloso silenzio che alimenta speranze inutili.

L'ideale sarebbe che in Italia funzionassero agenzie letterarie vere, come nei paesi anglosassoni. Io infatti gli agenti letterari li ho visti solo al cinema: sono quelli che prendono sottobraccio un romanzo e riescono a farlo leggere agli editori, finché ottengono un contratto sul quale avranno la loro giusta percentuale. Invece no: da noi imperano certe agenzie che dicono subito "noi non contattiamo gli editori". Ah, ecco, e allora che fate? "Noi possiamo valutare e offrirle in una decina di cartelle i nostri ponderati suggerimenti su come modificare il suo manoscritto, alla modica cifra di € 400..." Lo chiamano editing. Io lo chiamo furto. E loro, comunque, non sono affatto "Agenzie Letterarie", secondo me. Neanche per scherzo.

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categoria:libri, editoria
lunedì, 13 marzo 2006
Sanremo merita un commento? Sì, perchè permette se non altro di parlare di quella che è la situazione della musica in tivù.
Già il fatto che si perdano mesi a chiedersi chi saranno gli ospiti, la dice lunga su come il festival dei fiori viene concepito dai dirigenti Rai: un contenitore dove infilare qualunque cosa, ospite, porcheria che faccia salire l'interesse del pubblico e degli sponsor. Ecco perchè poi arrivano ospiti come il campione di wrestling vattelappesca o Giovannino Travolta, che uno, legittimamente, si domanda: ma che c'entrano costoro con una rassegna di canzoni? Niente, appunto, ma che importa?
L'unica cosa che a Sanremo manca, da decenni, è proprio la musica. Non è che si voglia per forza pensare a snaturarlo fino a farne una rassegna, che so, di rock o altro, ma tra il nulla e l'impossibile ci sarebbe la via di mezzo, cioè una selezione vera di canzoni degne di tal nome, fatta da gente del mestiere, e possibilmente senza mani in pasta nell'industria del disco. Ogni edizione, in effetti, tre o quattro pezzi decenti li tira fuori: stavolta penso a Venuti, Dolcenera, i Nomadi, Ricky Nicolai, Noa, ecc., ma anche quando le canzoni ci sono è difficile ascoltarle con la dovuta attenzione, tanto sono affogate nel guazzabuglio inverecondo di battutine, ammicchi, passerelle modaiole, siparietti e finestre pubblicitarie continue. Non è una rassegna di canzoni, è un concentrato prodigioso di noia e salamelecchi.
Il mio sogno? Un festival senza ospiti, nudo e crudo, in tre serate al massimo, con un conduttore bravo (o conduttrice), ma senza regole cervellotiche (le cosiddette categorie) e soprattutto senza vallette bone e vallette comiche, comparse, scenografie pacchiane, politici, e via dicendo. Scommetterei che magari, a un festival così, si presenterebbero pure De Gregori, Battiato, e Fossati, più Capossela e Bersani. Troppo bello per essere vero, eh? Ma no, qualcosa di simile (a parte la gara) esiste già: si chiama Club Tenco. Peccato che nessuno, per ovvie ragioni, lo mandi mai in prima serata.
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categoria:musica, sanremo
sabato, 11 marzo 2006

Il cinema italiano è sempre in crisi, o moribondo, ma in che senso? Il sistema produttivo o distributivo è tremendo, va bene, come la logica del finanziamento pubblico. Se invece parliamo di livello medio dei film italiani, mi permetto di dissentire dal solito coro che spara a zero con un gusto non si capisce se più sadico o più superficiale.

Parlando da spettatore, mi pare che negli ultimi tre-quattro anni il cinema italiano abbia offerto molte ottime cose. Cito alcuni titoli di valore: "Saimir" di Munzi; "L'imbalsamatore" e "Primo amore" di Garrone; "A+R-Andata e Ritorno" di Ponti; "Casomai" e "La febbre" di D'Alatri, "Le conseguenze dell'amore" di Sorrentino. Si noti che alcuni sono opere prime, come il bellissimo film di Munzi, uno degli esordi più sorprendenti delle ultime stagioni.

Mi colpisce in particolare il tasso tecnico e la scrittura di questi film: la sceneggiatura, la fotografia, le tecniche di ripresa spigliate ma sofisticate, senza le goffaggini  e le approssimazioni di qualche tempo fa. Stessa cosa può dirsi per il panorama attoriale: la recitazione è mediamente molto buona,  non solo nei ruoli principali, ma anche in quelli secondari, una volta tirati via senza troppi scrupoli. Personalmente consiglio due film in sala in queste settimane. Uno è "Arrivederci amore, ciao" di Soavi. Basato sul romanzo di Massimo Carlotto, adotta un cinema di genere, ma contestualizzato nel nord-est italiano. Regia brillante, sceneggiatura oliata, grandi attori come Boni, Isabella Ferrari, Placido. Più classico "La terra" di Sergio Rubini: mescola sapientemente l'atmosfera del sud con una sorta di psicogiallo familiare, davvero molto intrigante. Due film eccellenti da non perdere. Insomma, per citare un film di qualche tempo fa, il Cinema Italiano tanto vituperato "sembra morto, ma è solo svenuto." Chi vivrà, vedrà.

postato da: armapo alle ore 17:24 | Permalink | commenti
categoria:cinema italiano