mercoledì, 15 febbraio 2006

In tempi di specialismo assoluto è grama la vita dei tipi eclettici. Tutti riconoscono il collezionista di sugheri o il maestro del bullone, anche se appena si parla di altro (varia umanità) resta muto come un pesce. Nessuno stima troppo un tale che può parlare di cose diverse, e si diletta di varie discipline: fa niente se ha una conversazione piacevole e ha la mente aperta, alla lunga lo si classifica piuttosto come un bizzarro senza arte né parte. Mah.

A me invece piace proprio questo: godere di cose e linguaggi diversi, cogliere le somiglianze o le disarmonie, le sfumature e i mezzi toni. Vado per associazioni d'idee, zompetto per folgorazioni e plano tra gli estremi a caccia di quella piccola sutura che in fondo (molto in fondo) può avvicinarli. Tutto si tiene, le arti sono parenti tra loro, le lingue hanno radici comuni e la purezza, questa sì, sembra ormai una bizzarria.

Non siamo una società multirazziale e multiculturale? Allora è così che bisognerebbe andare e ragionare: liberarsi da stereotipi e idee fisse, lasciare che uomini e concetti si manifestino e poi vedere come s'incontrano o comunque colorano la nostra vita. L'uno è la fede degli integralisti, "molti" è quella dei più aperti. Dio (l'uno supremo delle religioni), se non è morto come ultimo rifugio interiore, è trapassato come verità, e se lo capissero in tanti il mondo sarebbe un posto meno cupo e angosciante, credo. I molti possono riconoscersi come individui e rispettarsi, i devoti all'UNO tengono le distanze come eserciti ostili.

Funziona anche in letteratura: preferisco gli scrittori individui, magari anarchici, ai portavoce di qualche verità. Devono saper scrivere, certo, ma devono soprattutto farmi sentire la vita quando cadono le maschere, e non puoi farlo se tu stesso, che scrivi, metti paletti dappertutto. Il libro diventa una gabbia, non una terra nuova tutta da esplorare, come è bello che sia. Dove s'incontrano uomini e voci, colori e sentimenti, non verità e dogmi. Varietà, non verità. La varietà, la diversità è la ricchezza: non il modello unico e la razza pura! Che ci sia gente che crede ancora nella razza è patetico: l'italianità, adesso, con la storia delle banche scalate da francesi e spagnoli tutti gridano che l'italianità è in pericolo...Ah sì? E io che pensavo che l'italianità non fosse mai esistita, se non nelle fantasie di qualche storico mussoliniano! E' come la storia della famiglia. Tutti quelli del Polo a stracciarsi le vesti di fronte alla prospettiva dei PACS o di altre simili: come, volete uccidere la famiglia italiana! Quale, prego? Se non c'è più da vent'anni, è defunta. Fanno finta, questi ipocriti, per tenersi buoni vescovi e pecoroni, sono tutti lì che si commuovono a evocare la sacra trimurti DIO PATRIA FAMIGLIA, con l'occhio dei giusti...Prodi e soci, per favore, anche litigando sulle virgole, levateceli di torno una volta per tutte.

postato da: armapo alle ore 17:43 | Permalink | commenti
categoria:riflessioni, vita
giovedì, 09 febbraio 2006
Uno dei piaceri della vita è scambiarsi gocce di bellezza. Condividere quello che si ama e vogliamo far conoscere all'altro/a. Dare e avere, ovviamente: una trasfusione reciproca di bellezza.

Inutile dire che i libri, come i dischi o i film, si prestano ottimamente al caso. Ci si avvicina quasi sempre così. In un vecchio saggio, Junger scriveva che quando si comincia a parlare con uno sconosciuto è un po' come quando si prova a premere un tasto e si ascolta proprio il suono che speravamo, e che riconosciamo subito. Questa risonanza iniziale incoraggia le confidenze e alimenta il rapporto, di qualunque tipo sia.
Personalmente ho passato giorni, felicemente, a registrare cassette piene di musica per la ragazza del momento, e mi bastava immaginare come ogni suono, testo e voce si riverberasse in lei per farmi sentire appagato. Oggi, meno poeticamente, sono passato ai CD masterizzati, ma è lo stesso. Anche se l'effetto non sarà quello che crediamo, qui si tratta proprio del desiderio di aprire un'anta del nostro armadio segreto, e farci conoscere attraverso quello che amiamo.

L'importante è avere ancora voglia di farlo, lanciare questa specie di messaggio in bottiglia, nonostante lo scetticismo tremendo che la vita ci ha inoculato. Sarà una forma di narcisismo, ma dimostra che non tutto è perduto. Non è romanticismo, è sentirsi ancora vivi e disponibili.
A pensarci bene, forse è questo che muove i consumi culturali di tutti. I musei vanno benissimo in certi casi, ma questo scambio interpersonale rimane essenziale, per me. Altrimenti ogni conoscenza, ogni cosa bella, finirebbe per marcire come un soprammobile lasciato a impolverarsi in un cassetto. Il bello deve circolare, o è inutile.
postato da: armapo alle ore 17:20 | Permalink | commenti (4)
categoria:musica, bellezza
sabato, 04 febbraio 2006
Rieccomi qua, sono ancora vivo. Vorrei parlare dei buchi neri, intesi come quelle inevitabili lacune che anche i più competenti in ogni settore si accorgono di portarsi dietro da anni, per svariati motivi.

Esempio: sei un divoratore di libri, ma non hai mai letto "Guerra e pace" di Tolstoj; collezioni dischi rari e sconosciuti, ma nella tua teca manca da sempre il capolavoro tale del supergruppone tale; e se vai al cinema e compri DVD a iosa, be', seguiti ancora a ignorare il film che tutti (anche tua zia, che guarda solo la tivù) hanno visto e che ti raccontano al solo scopo, si capisce, di farti sentire un idiota che si è perso una vera magnificenza.
Quello che è veramente seccante è che a fartelo pesare, quasi sempre, non sono intellettuali patentati, gente che stimi o comunque esperti e competenti, ma no, sarebbe troppo facile. A precipitarti nel dolore, rendendoti conscio della tua pochezza, sono in genere gli ignorantoni, quelli che rispondono sempre "non l'ho letto, ma ho visto il film". Sono loro, a tradimento, che un giorno ti chiedono: hai letto il racconto tale del tale autore? No, ammetti tu, vagamente interdetto, e lui subito: ma come, proprio tu non hai letto un racconto così importante? Notate bene: si tratta spesso di un raccontino giovanile, scritto con la mano sinistra in un giorno di noia dall'autore, uscito solo su una rivista, e casualmente ripubblicato magari nella terza pagina di un quotidiano per ricordare l'anniversario di nascita dello scrittore in questione. Be', lui lo ha letto, e te lo fa notare. Sarebbe inutile fargli presente che quell'autore, mettiamo Proust, è noto in tutto il mondo per un'opera ben più importante, come ad esempio "La ricerca", che tu hai letto per intero, e lui ovviamente no. Inutile, saprebbe di ripiego.

Credo che chiunque avrebbe da raccontare qualche lacuna del genere. Uno potrebbe consolarsi, ovvio, dicendosi che in fondo ha letto (ascoltato, visto) moltissimo altro, ma è proprio quell'unico pezzo mancante a sembrarti necessario. E' bastarda, la psiche umana.
postato da: armapo alle ore 18:50 | Permalink | commenti (1)
categoria:musica, libri, cinema