sabato, 29 ottobre 2005

C'è indubbiamente da registrare una tendenza della musica a normalizzarsi, o anche a cercare delle formule più tradizionali. Penso alla PFM che realizza una rock opera come "Dracula", ad esempio, o a Cocciante coi suoi musical, lo stesso Lucio Dalla con la Tosca, ecc. Spesso si tratta di dischi molto belli, ma accomunati da una sorta di regressione a linguaggi più popolari, onnicomprensivi, come la lirica, il musical codificato, e così via. Intanto la mente dei Pink Floyd, Roger Waters, peraltro notoriamente portato a progetti ingombranti, realizza il suo "Ca ira", ispirato alla rivoluzione francese. Che dire? Niente, perchè ogni artista ha il diritto di scegliersi le carte da giocare, e non si può parlare a priori. Il disco della Premiata non è certo un brutto disco, e ci sono dietro musicisti di valore, che sanno cavarsela in ogni contesto, anche lontano dai furori prog degli inizi. La contaminazione c'è anche qui, se vogliamo, ma è come guardare un ghepardo nel salotto di casa, invece che nel suo vero ambiente. Il discorso è generale, comunque. Stiamo a vedere, ma se tutto diventa una moda non c'è da stare allegri.

Forse è solo un'impressione, ma anche in certe tendenze si respira una curiosa aria di restaurazione, come in tutto il panorama intorno. I valori forti e i sentimenti universali vanno anche bene, finchè questo non si traduce in un conformismo di fondo, che porta artisti e linguaggi a una dimensione unica e totalizzante. Io penso che ci debba sempre essere spazio per le opere scomode, provocatorie, dissonanti. Troppo zucchero, un generalizzato amore di tutti per tutto rischia di annacquare qualunque proposta e ottundere le menti. Per quello c'è già la televisione, no? E' così vero, che un raro esempio di spettacolo libero, di dire, osare e divertire, come quello di Celentano, suscita sospetti e diffidenze nei signori al potere. Del Noce che cerca in tutti i modi di nascondersi mentre un programma della sua rete fa il massimo degli ascolti è il segno che qualcosa di tragico, e ridicolo, sta davvero accadendo. Bisogna vincere, insomma, ma facendo cose insulse, innocue, altrimenti qualcuno si offende. Peggio per lui. Peggio, dico io, per chi ancora pensa che il riso è meno intelligente del cipiglio, che il rock è rumore, e la poesia è un passatempo per oziosi. Per me, al contrario, l'ozio è il padre degli sfizi, altro che vizi.

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categoria:musica, pfm
sabato, 22 ottobre 2005

Può capitare anche questo: che una notte come tante, dopo un giorno come tanti, sei già a letto, apri un libro nuovo e cominci a ridere fino alle lacrime. Tossisci, singhiozzi, non sembra vero. E pensi che ti fa bene, tremendamente bene, ridere così. Ti viene pure in mente quella lapidaria sentenza, di vattelappesca, che dice: solo una giornata nella quale non si ride mai è veramente inutile. O circa.

Altri motti in tema: il riso fa buon sangue (o era il vino?) Boh, i proverbi e le cosiddette frasi idiomatiche mi si confondono. Il fatto è che la circolazione si riattiva, e tutto sembra ritrovare un colore meno cupo, più brillante. La letteratura, tutta voglio dire, da Gianburrasca a Shakespeare, è anche questo: la capacità di ridere nella tragedia, sorridere nel pozzo della malinconia, scorgere l'arcobaleno dentro una pozzanghera sporca. Gli opposti che si toccano. Nel cinema succede spesso. E' il caso di Benigni, visto da poco: piaccia o meno, lui è uno dei più bravi a far convivere i due registri, il comico surreale e la morte. Accadeva ne "La vita è bella", accade anche nell'ultimo film, per il quale si può parlare di un vero ossimoro filmico. L'amore ai tempi della guerra (direbbe Garcia Marquez), e vale per tutte l'assurda immagine che intitola il film: una tigre sotto una nevicata di polline a Roma. Geniale, a costo di apparire fuori dalla realtà. Ma la realtà ce la raccontano già in tanti: giornali, televisioni, libri, e forse è proprio quando cose tanto atroci ci invadono, che abbiamo bisogno di certe visioni spiazzanti. Benigni lo sa, come i  veri artisti.

Nella musica, escluse certe canzonette popolari, non si ride molto spesso. Nel rock si ghigna, al limite, e si scatenano gli ormoni, oppure una pensosa introspezione, come in certo progressive colto. Nella classica ci si può rasserenare con Mozart o incupire con Beethoven, magari sublimarsi nei canti gregoriani, ma ridere non è mica semplice...Il jazz invece sa di fumo e solitudini urbane. Rimane il folk danzereccio, ma io se ballo, semmai, faccio ridere gli altri.

A proposito: il libro che mi ha fatto ridere tanto (per ora, perchè devo finirlo) si chiama "Saltatempo", di Stefano Benni. Un grande, come Benigni, Totò, Sellers, Allen, Tatì.

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categoria:libri, ridere, stefano benni
sabato, 15 ottobre 2005

Non succede niente per lunghi mesi, poi invece qualcosa o qualcuno che ti sorprende arriva sempre. Meno male! Parlo dei film, dei libri, e compagnia bella. Bisogna coltivare l'abitudine, oserei dire, solo per venirne strappati da certi incontri salutari.

Cito a caso qualche frontale per me molto emozionante:  "Toto le heros", il film di Jaco Van Dormael; i Kenso, un gruppo prog giapponese; le poesie di Sbarbaro; i romanzi postmoderni di Thomas Pynchon; i saggi controcorrente di Manlio Sgalambro (specie "Dell'indifferenza in materia di società"). Si tratta di opere, anzi avvenimenti, che in un certo modo tendono a replicare in noi, poveri adulti intristiti, certi stupori infantili relegati al passato remoto, ma ancora vivi come una cicatrice. Una scia di meraviglia che fa ancora breccia nella nostra ruvida scorza e riscopre quella specie di polpa più tenera che forse non cambierà più. Almeno quella.

Certo, la curiosità aiuta. E l'insofferenza per il deja-vu. Non è molto di moda, in realtà: dietro lo scialo di novità e mode passeggere, sembra che tutti cerchino solo quello che già conoscono. La replica della replica. Bisogna crederci, invece, stare all'erta come sentinelle sull'albero, per correre incontro a queste apparizioni. Quelli che potremmo definire i "soliti ignoti", per citare Monicelli, cioè esseri di specie umana che sappiano toccarci dentro e farci capire, sentire di più.

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categoria:curiosità, deja-vu
giovedì, 06 ottobre 2005

Sigur Ros, come a dire un viaggio dentro l'ignoto. Sono unici questi islandesi, non somigliano a nessuno. Disco appena ascoltato, ma già capace di lasciare il segno: del resto a che serve ascoltare musica se non ti spiazza un po'? E' quello che deve fare, altrimenti è solo sottofondo da casello a casello...

Bisogna rimanere folgorati, o niente tra te e lei (la musica) succederà mai. Mi succedeva anche a dieci anni, mentre in cortile ascoltavo rapito una canzone di Battisti uscire dal balcone  di casa, "Pensieri e parole" magari: quello che arriva è lo scarto, sorprendente, tra la solita canzone e quella che stai ascoltando. In quella sensazione di smarrimento c'è tutto quello che vorrai ritrovare. Io ho cominciato così a cercare dischi diversi, a non accontentarmi delle melodie televisive. Una vita da carbonaro, insomma, a caccia di suoni inauditi. Forse c'è anche un poco di snobismo in questa ricerca del "diverso", di cose che pochi conoscono. Le cose migliori, comunque,  e in ogni settore, costano sempre fatica: per essere ripagati all'atto del ritrovamento. Un disco come oggetto d'amore, e l'ascolto, di conseguenza, come un prolungato orgasmo. E mi fermo qui.

 

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categoria:musica, sigur ros, carbonari