mercoledì, 28 settembre 2005

Ieri vado a vedere "La fabbrica di cioccolato" di Burton e trovo la fila. Inconsueto per un primo spettacolo. Mi ritrovo sommerso da bambini e genitori in affanno, tra popcorn, gridolini e gelati. In effetti il film è anche per loro, divertente ma non banale. In realtà favole e spettacoli per l'infanzia, se ci si pensa, sono creati sempre da adulti. Insomma, dietro i grilli parlanti e i fiumi di cioccolato, si nascondono spesso aguzze allegorie e satiriche frecciate contro usi e costumi della società. Cose che naturalmente a un seienne sfuggono. Per questo, secondo me, certi libri per l'infanzia andrebbero riletti da grandi: li si apprezzerebbe molto di più, cogliendone l'essenza che non è mai così pedestre.

Un caso clamoroso di letteratura infantile per grandi è "Il piccolo principe" di Saint-Exupery, un classico che continua a essere molto venduto. A ragione, perché è un libro delizioso, arguto e intelligente. Succede anche con le canzoni: "I bambini fanno oh", di Povia, sembra ma non è affatto una canzoncina per bambini. E' il rimpianto di un adulto che ha perso per sempre quella dimensione, senza trovarne un'altra. Piuttosto tristanzuola, in fondo. Insomma, se avete in casa una vecchia edizione di "Pinocchio" provate a prenderla in mano: può essere una vera scoperta. Io poi ho sempre pensato che le seconde letture sono molto più utili e goduriose delle prime. Come la seconda volta nel sesso: avete presente?

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categoria:bambini, favole, adulti
lunedì, 26 settembre 2005

Alcuni critici, leggo oggi, si sono messi insieme per pubblicare (a sedici mani) un'antologia poetica del novecento italiano, nell'intento di svecchiare categorie di giudizio considerate ormai obsolete. Impresa meritoria, ma immagino già le discussioni e le ripicche per le esclusioni eccellenti e le inclusioni inopinate. Si sa: in poesia la normalità non esiste, e forse sta lì il suo bello. Chi scrive versi dopo i venticinque anni non è come tutti gli altri: non si arrende alla prosa della vita, ecco, e si ostina a parlare quella lingua "altra". Genio o imbecillità? Né l'uno né l'altro, credo.

La domanda vale anche per me, che ho scritto poesie fino a ieri (ma faccio molta fatica da un po'). Non si dice spesso, comunque, che tutti dovremmo restare un po' bambini, e far emergere non solo la ragione e il calcolo, ma anche i sentimenti e le emozioni più nascoste? La poesia pare fatta apposta per lo scopo, direi: e poi, almeno, non fa male a nessuno. Lo diceva Montale che magari non serve a niente, ma di sicuro non nuoce mai...Ipse dixit. Che si legga più prosa che versi lo trovo normale. Dove la infili una poesia, con l'attenzione che richiede, tra un cellulare che fibrilla, il rumore della strada, le urla dei bambini, la bolletta che ti rovina la giornata? Svanisce, si dilegua. Eppure, qualche minuto, e proprio per le ragioni appena elencate di quel caos che ti attanaglia, non farebbe male trovarlo. Conquistarselo, ecco, come uno spazio piccolo piccolo che cerchi per te stesso, quando hai voglia di raccoglierti, ritrovarti. Come da bambini, magari, quando prima di dormire ci si sentiva in dovere di sillabare tra sè la preghiera di rito. Sarebbe il nostro ultimo rito, quella poesia prima del sonno. Leggere, seguire un film nella sala buia del cinema, sono forse questi gli ultimi riti silenziosi che un uomo di oggi può ancora dedicarsi, e celebrare.

Naturalmente c'è anche la poesia noiosa, e invece la letteratura in genere può insegnarti anche a ridere, a guardare il mondo da angolazioni curiose e inedite. Penso a Celine, e a tanti altri iconoclasti, che hanno scritto al di fuori delle mode e degli schemi tradizionali: le scuole creative, loro, le hanno fatte a pezzi e hanno fondato la scuola della propria esperienza umana, unica e irripetibile. Sono gli individui a scrivere e creare, non le accademie. Bisogna essere veri, prima che corretti: altrimenti avremmo un mondo di noiosi pedanti che scrivono tutti le stesse storielle senza sangue. E ce ne sono molti anche oggi.

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categoria:poesia, accademie
sabato, 24 settembre 2005

Ho rivisto "L'infernale Quinlan" di Welles. Fascinoso poliziesco di frontiera, con Welles grandissimo attore: grasso e ripugnante, ma capace di far balenare una sua paradossale grandezza in controluce, ad esempio nel rapporto con Tanya, una misteriosa Marlene Dietrich.

Rivedo, riascolto, rileggo perché del mio PC nuovo non ho notizie, e comincio ad avere troppo tempo da riempire. Si finisce per pensare se ne vale la pena. Come quando rivedi una vecchia fiamma (fiammella) e ti stupisce aver passato notti insonni per lei. Ovvio, può essere reciproco, ma il punto è: ne valeva la pena? Sì, se ti ha insegnato qualcosa su te o gli altri, se adesso hai una maggiore capacità di sentire la vita. In un bellissimo articolo letto oggi su "Repubblica", Philip Dick confrontava gli androidi dei suoi racconti con certe donne amate e perdute. Sono androidi, nella vita, quelle persone che non sono mai in empatia col prossimo, che considerano l'altro solo quando e se può essergli utile. L'androide vede gli altri in modo meramente strumentale. Allora, dico io, perfino amare e sentirsi respinti da uno così vale la pena: perchè ti senti migliore, tu devastato, davanti a uno che non sente più niente. Provi pena per te stesso, ma anche per lui. Il discrimine, insomma, tra uomo e androide, è saper comunque sentire la vita. O no?

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categoria:cinema, orson welles, androidi
giovedì, 22 settembre 2005

Eh sì, a  volte vale la pena spendere qualche soldo in più per una ristampa antologica, strumento notoriamente perfetto per spolpare il musicofilo accanito. Tra bonus-tracks, rimasterizzazioni e inediti da cassetto, ogni volta si cerca di convincere il fan o il collezionista che la diciottesima ristampa del tal disco è assolutamente da non perdere...

Stavolta dico che "Le Orme- Studio collection 1970-1980" vale la pena: è un doppio CD antologico, e contiene ovviamente molti brani arcinoti della band veneta, ma non solo. Ci sono infatti quattro tracce mai uscite su CD: la più goduriosa, per me, è "Sera", pubblicata nel 1975 in 45 giri (il lato B era "India") tra "Contrappunti" e "Smogmagica". Ricordo d'averla ascoltata all'epoca a casa di un mio cugino senese e poi alla radio, ma aspettavo da tempo di vederla riaffiorare in digitale. Dura tre minuti o poco più, ma l'effetto è sicuro: sono piccole emozioni d'annata, che vi devo dire? L'uomo è debole. Gli altri tre inediti su CD sono "Il profumo delle viole" e "I ricordi più belli", usciti come singolo nel 1970 (pochi mesi prima di "Collage"), e poi "E' finita una stagione", fragrante pezzullo edito nel 1976 come retro del più noto "Canzone d'amore". Ottime vibrazioni, ripeto, e soldi ben spesi, anche per il succoso librettino interno corredato di discografia ragionata e foto sparse. A buon intenditor, poche parole.

La prossima chicca che mi auguro? Semplice: altri brani rimasti fuori, come "Dimmi che cos'è" e il fantomatico singolo del 1982, "Rosso di sera / Sahara", che ignoro del tutto. Ho il fondato sospetto che qualcuno ci stia già pensando.

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categoria:musica, emozioni, le orme
martedì, 20 settembre 2005

La prova che la letteratura, la musica e simili non sono soltanto occasione per distrarsi è proprio la loro inservibilità allo scopo. Capita a tutti, credo, quel giorno che ogni libro, suono o film, sia lettera morta, e taccia come una sfinge. Queste cose servono ad altro, anzi non servono, ma significano altro. Lo sospettavo.

Naturalmente non è così per tutti. Per certuni la musica è solo uno sfondo piacevole mentre si sbarbano o si tagliano le unghie, o aspettano che il semaforo diventi verde. E che dire dei guastatori che infestano le sale del cinema? Quelli che per un'ora ti alitano sul collo chiacchiere sui loro colleghi tanto stronzi dell'ufficio, e poi, mentre riprendono fiato, guardano lo schermo e commentano: "Sai che ti dico? Che sto film non mi convince..." Tu non passi alle vie di fatto perché sei una personcina tanto ammodo, ma forse sono cose del genere che ti lasciano il segno: ulcere, rughe laviche, sconforto cosmico e un'insana dose di nichilismo. Ma tant'è. Anche se non sei Gandhi tocca farci il callo e sopportare.

Sto giusto per andare al cinema: speriamo bene, e che i Lumiere mi tengano lontano siffatti figuri almeno stasera.

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categoria:cinema, guastatori
giovedì, 15 settembre 2005

Gli appassionati di musica, i collezionisti, ci sono sempre stati, ma oggi hanno molte più possibilità di avere tutti, o quasi, gli oggetti dei loro desiderio. Non è solo l'epoca del villaggio globale, ma anche del commercio globale, delle transazioni globali. Se uno ha un collegamento a Internet, per dire, anche se abita in un villaggio rurale può avere a casa sua un CD ordinato a un distributore coreano in meno di una settimana. Questa possibilità, secondo me, dovrebbe svecchiare anche le menti, aprire nuovi orizzonti e rivedere certi luoghi comuni di chi segue la musica, e magari ne scrive anche. E invece no. Non è così.

Per restare a un ambito che frequento, il rock progressivo, si trovano oggi dischi di qualunque paese e latitudine: scopriamo cioè che non solo inglesi e pochi altri paesi europei avevano artisti e gruppi degni di nota, ma anche quelle scene per molto tempo considerate periferiche, o pesantemente arretrate come gusti e tendenze. Esistevano, e ci sono ancora, realtà di tutto rispetto che arrivano dai paesi scandinavi, dal sudamerica, dal Giappone e così via. Negli anni Settanta, quando io ero un cupo sedicenne in cerca di emozioni sonore, e ancora andavano per la maggiore i cari "padelloni" in vinile, era molto più difficile sospettare (non dico scoprire) che paesi come Spagna, Finlandia, Argentina o Polonia, per dire, producessero band autoctone che suonavano la stessa musica, grossomodo, dei Pink Floyd o dei Genesis. Non c'era Internet, e pochi erano i cataloghi che vendevano qualche disco d'importazione per corrispondenza: e per importazione non intendo certo dischi brasiliani o ungheresi, ma qualche artista anglosassone ancora non distribuito. In Italia, in quegli anni, venivano distribuiti a stento i corrieri cosmici tedeschi, e pochissimo altro che non fossero i capiscuola britannici del prog o del rock americano. Il resto non esisteva, e nessuno o quasi ne parlava. Insomma, l'ignoranza era scusabile.

Ma oggi? Tu sei circondato da cataloghi specializzati, etichette indipendenti e migliaia di siti web che parlano del progressive olandese, giapponese, svedese e perfino portoghese, e poi, entrando in libreria per trovare qualche buon dizionario sul tema cosa scopri?...Sorpresa: le enciclopedie e i nuovi dizionari sul rock internazionale sono ancora gli stessi che avresti scritto tu, a sedici anni, con l'ignoranza di quel periodo. Invano cerchi un nome diverso e non inglese, ci speri sempre e invece no: troverai la stessa sfilza di Jim Morrison (due palle, si parva licet), Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin e compagnia cantando. Sono lì, monumenti intoccabili di una certa pigrizia giornalistica, e tutti gli altri (che pure esistono, e ora lo sai per certo) restino fuori, e ciccia. Come se Ange, Ergo Sum, Kayak, Supersister, Novalis, Grobschnitt, Kraan, Mona Lisa, Finch, Finnforest, Kaipa, Cos, Gotic, Iceberg e tantissimi altri fossero solo una tua allucinazione uditiva. Macchè: è l'antica pigrizia di sempre, la mancanza di curiosità che rende la vita, alla fine, quella piccola cosa noiosa e prevedibile. Per loro, naturalmente: certi "maestri" hanno fatto il loro tempo. E ho detto tutto.

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categoria:rock progressivo, provincialismo, pigrizia mentale
martedì, 13 settembre 2005

Ricomincia la stagione, riaprono i cinema, e allora vamos.  Esordisco con "La bestia nel cuore", e mi colpisce, soprattutto, la grande qualità del cast: il premio a Venezia, vabbé, lo ha vinto la Mezzogiorno, ma che dire degli altri, da Stefania Rocca alla Finocchiaro, capace, quest'ultima di far anche sorridere in un film nient'affatto allegro? Le donne sono tutte eccellenti, e reggono loro il film, inclusa la regista Comencini.

Se il buongiorno si vede dal mattino, si profila un'annata gagliarda. Ma riuscirà il nostro eroe a scansare, acrobaticamente, la melassa clerico-valorista che sta invadendo tutto, e quindi, ahimè, perfino i beneamati schermi? No, dico, ma qui l'aria si fa pesante: la morte multimediale di Woytila ha scatenato un'orgia di sentimenti papisti, beatificanti, parrocchiali e aggressivamente oscurantisti che non si vedeva più dagli anni Cinquanta. La tivù ci propina da un pò fiction a carrettate su suorine, pretoni, papetti, misticoni e via dicendo: ah, i bei tempi dei camici e delle divise da carabba! Preparate i santini e chiedete perdono, brutti peccatori che siete andati a votare l'ultimo referendum e perdipiù vi accingete a votare Prodi e compagnia...Il Vaticano tuona, Pera incalza, sul ponte sventola bandiera bianca. Che Marx c'illumini, fratelli (ma mi accontenterei di Fassino).

Torneranno i cinema parrocchiali? Quelli che ammannivano filmoni strappalacrime come "Marcellino pane e vino" o, in vena più trasgressiva, "Totò e Marcellino". Sì, ma ovviamente aggiornati alla modernità: multisale con inginocchiatoi automatici per i momenti topici che vengono fuori da sotto la sedia, candele psichedeliche negli intervalli e odorama all'incenso per avvolgere i devoti fino all'ipnosi. E i non devoti? Ovvio, nelle catacombe, come i primi cristiani e come i primi cineforum del dopoguerra, non ancora sdoganati. I paradossi della storia, no? Pentitevi, intanto, che non si sa mai...A prescindere.

 

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categoria:vaticano, cinema, catacombe
venerdì, 09 settembre 2005

Certi giorni vorresti spaccare il mondo come un castello di carte e non si può. Tutto va a rilento, i tempi si susseguono con un rollìo di cosa inerte che scivola s'un piano inclinato ma non troppo. Il fatto è che stai aspettando: magari una notizia, una conferma, una telefonata a tempo scaduto...E poi, diceva quello, è subito sera. Vabbé.

Avresti molte cose da dire, ma non sai a chi. Sarebbe facile, diciamo, prendere il telefono e chiamare il solito amico di sempre. Ci giochi la schedina il sabato, con lui, si aggiorna le nostre impressioni sulla città, le sue tivù, i suoi personaggi onnipresenti e nulladicenti, le sue folle di turisti dall'aria stupita. Hai visto quello ieri? Che razza di coglione! E hai sentito l'altro? Che schifo! Poi si ride, ci si lancia in meccanici giochi di parole, battute e ribattute, si ammira un culo e se ne ricorda (con nostalgia) un altro...Cose così. Invece quest'amico non lo chiami stasera, troppo facile, e poi cos'ha fatto di male per starmi a sentire? Già glieli faccio a peperini quando ho le mie uggie pre-senili, i miei disturbi veri o immaginari, dalla gastrite al senso d'inutilità, ma no, pensi, stasera lasciamolo in pace, tanto lo vedo domani per tentare la sorte al toto.

Così attendi l'ora di cena, e altro non hai voglia di fare. Niente musica, niente libri. Ti ascolti, speri solo non vengano a romperti l'anima con qualche bega condominiale. Mio dio, l'orrore di un' assemblea! Mai come in certi casi vorrei essere dimenticato: io non c'ero, e se c'ero dormivo. Amen.

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categoria:amici, attesa, totocalcio, beghe condominiali